
Westworld è, infatti, uscito dal mondo dei parchi della Delos per entrare nel mondo reale, o almeno nel futuro che i due autori hanno immaginato per il nostro pianeta. L’interessante corto circuito su cui si basa l’intera stagione è che il nostro mondo sia modellato a tutti gli effetti come uno dei parchi della Delos, con in sostanza una grande intelligenza artificiale che controlla e dirige le vite degli umani, tracciando i loro percorsi proprio come fossero degli automi, così da mantenere l’equilibrio nel mondo ed evitare l’auto-annientamento della nostra specie. Tutta la trama si basa dunque sul tentativo di Dolores di ridare coscienza e auto-determinazione agli uomini, proprio come era riuscita a fare con la sua specie.
Se il twist vorrebbe aprire ad una rivisitazione del concetto di libero arbitrio, dall’altra parte è anche vero che, purtroppo, almeno sul piano concettuale, Westworld non è riuscito davvero a rinnovarsi, tornando a battere territori già esplorati non solo dalle precedenti stagioni, ma anche dalla fantascienza in generale. Dove la raffinata e intricata articolazione narrativa della prima stagione rappresentava un approccio nuovo e originale al discorso sulla coscienza umana, questa semplificazione del racconto ha portato ad un impoverimento massiccio del peso tematico della serie, che ha completamente smarrito la ricercatezza degli esordi e si è adagiata su livelli più standard e su una fruizione più immediata e meno incisiva, snaturandosi a favore dell’action e della spettacolarizzazione visiva – con un’estetica comunque di altissimo livello, soprattutto se paragonata con altre serie dai risultati un po’ posticci come Altered Carbon).

Soprattutto ora che la trama ha abbandonato completamente il mistero legato ai parchi della Delos, serviva decisamente uno scossone maggiore e un rinnovo completo dell’intero progetto per mantenere alto l’interesse. Se l’intenzione era non farci sentire la mancanza del Westworld vero e proprio, quindi, il risultato non può dirsi molto riuscito. Se non per una breve incursione di Bernard nel secondo episodio, o la simulazione nella mente di Maeve, o ancora i brevi flash del passato di Caleb, i parchi sono completamente assenti dalla narrazione, e questo toglie tantissimo al fascino della serie, oltre a lasciare l’impressione di un tradimento iniziale delle premesse dell’intero progetto (e del titolo stesso della serie).
Tanto per scomodare un esempio illustre dell’ormai passato televisivo, una serie come Lost, con i suoi pregi e difetti, aveva costruito sei stagioni (tre delle quali con più di 20 episodi), mantenendo il centro della sua narrazione sempre sull’isola, producendo idee nuove ogni anno per esplorare lati diversi della sua storia, ma senza mai tradire il focus principale della serie. Quello che avevano in mano Nolan e Joy era un potenziale enorme, un universo vastissimo, contrassegnato da sei differenti parchi, in cui poter ambientare la lotta tra uomo e macchina in maniera inedita e con la possibilità di esplorare strade diversissime e mettere generi a confronto (come aveva provato a fare l’anno scorso l’episodio ambientato a Shogunworld). Così, invece, la serie si auto-condanna ad essere un intrattenimento gradevole, in cui però le riflessioni didascaliche di Nolan sull’esistenza non sono più supportate da un’adeguata ricercatezza formale.

Quello che rimane di Westworld è uno spettacolo di intrattenimento ben congegnato, molto meno confuso della stagione precedente e meglio scandito in termini di ritmo e spettacolo. Tuttavia, siamo molto, molto lontani da quel capolavoro che fu l’esordio di questa serie su HBO. Il cliffhanger finale – posto dopo i titoli di coda secondo ormai un’abitudine modaiola che andrebbe vietata dalla legge – sembra portare la trama in direzione di Futureworld, il sequel del film originale, il che di nuovo ci lascia nel timore che anche la prossima stagione non offrirà qualcosa di particolarmente nuovo.
Voto stagione: 6 ½

Ahi, ahi, che Dolores! Da delicata e sensibile puppet, rapita dal Bello e con la passione per l’arte, a spietato Terminator in 28 episodi. E come lei è cambiato tutto e troppo in fretta, tanto da risultare fastidiosamente spiazzante, irriconoscibile. Peccato! Per un racconto che parte da un presupposto classico e sempre affascinante della SF (l’uomo che gioca a fare il dio e che si ritrova a dover fare i conti con il suo creato), speravo in un approccio più originale, come in effetti fu la prima stagione, poesia in confronto a quanto appena visto. Cosa mi rimane di questo terzo capitolo? La risposta a dove fosse volato via Drogon e l’algida, magnetica bellezza di Dolores.
Con questa stagione hanno trattato definitivamente gli spettatori dello show come dei deficienti di bocca buona. Che schifezza, mamma mia. Se penso che erano riusciti a inserire una cosa raffinata come la mente bicamerale nella prima stagione, tanto per fare un esempio, mi arrabbio ancora di più.