A Wilderness of Error – Stagione 1


A Wilderness of Error - Stagione 1È da anni che il true crime è diventato un genere transmediale di successo, conquistando estimatori tra i lettori della carta stampata, tra coloro che ascoltano la radio, tra i cinefili ed è diventato un vero e proprio oggetto di culto tra gli amanti della serialità televisiva; la cronaca nera è da sempre sinonimo di grandi ascolti, e niente come la serialità a tema riesce ad elevare quest’area del giornalismo.

Sebbene il 2020 sia stato caratterizzato solamente da uno show true crime di grande successo e rilevanza – si parla di Tiger King, miniserie in otto puntate pubblicata da Netflix lo scorso marzo in piena pandemia –, possiamo annoverare tra gli show da tenere d’occhio sullo stesso tema anche A Wilderness of Error, la cui premiere è andata in onda il 25 settembre scorso su FX. Lo show è basato sull’omonimo libro di non-fiction di Errol Morris (il titolo completo: A Wilderness of Error: The Trials of Jeffrey MacDonald, 2012), in cui l’autore ha voluto riesaminare il caso di Jeffrey MacDonald, medico delle forze speciali statunitensi, accusato dell’omicidio della moglie e delle loro due figlie, avvenuto nel febbraio del 1970. Per capire i punti di forza e le debolezze di questa miniserie, è utile procedere per temi e analizzare lo show anche facendo qualche spoiler.

La storia

A Wilderness of Error - Stagione 1Alle 3:42 della mattina del 17 febbraio 1970 il centro militare di Fort Bragg, nel North Carolina, ricevette la telefonata di Jeffrey MacDonald, che chiese aiuto dalla sua abitazione con un filo di voce. I militari, giunti sul luogo, trovarono Colette MacDonald – moglie di Jeffrey – senza vita nella sua camera da letto, Jeffrey MacDonald ferito e steso accanto alla donna e i corpi senza vita delle loro due figlie nelle rispettive stanze. Il Dr. MacDonald, unico sopravvissuto, fu trasportato d’urgenza al Womack Army Medical Center, dove i medici constatarono che le ferite riportate dall’uomo erano molto meno gravi del previsto e molto meno numerose rispetto a quelle inflitte a sua moglie e alle figlie. Interrogato successivamente dall’FBI, Jeffrey MacDonald dichiarò che la sera del delitto, intorno alle 2 di notte, tre uomini e una donna fecero irruzione nella sua abitazione e al grido “Acid is groovy, kill the pigs!” (“L’acido è figo, uccidi i maiali”) uccisero la sua famiglia, attaccando anche lui stesso.

Questa storia di cronaca ebbe molto risalto nell’America del 1970, e venne accumunata all’omicidio di Sharon Tate, avvenuto solo pochi mesi prima. A causa delle tante incongruenze della sua ricostruzione dei fatti, Jeffrey MacDonald fu prima accusato dell’omicidio della sua famiglia e, successivamente, fu considerato innocente dal tribunale militare americano, che lo processò. La vita di Jeffrey MacDonald cambiò nel 1979, quando dovette presentarsi davanti ai giudici della corte federale del North Carolina, in seguito al lungo lavoro fatto dai suoi suoceri, sicuri della colpevolezza dell’uomo. Durante questo secondo processo per omicidio, nonostante una donna, Helena Stoeckley, avesse confessato il crimine a diverse persone – compresi uomini di legge –, l’uomo venne condannato a tre ergastoli, ritenuto colpevole di tutti quegli omicidi.

Lo studio sul caso da parte di Errol Morris è successivo alla condanna del 1979, vede le sue origini nella confessione di Helena Stoeckley e nasce come idea per un soggetto televisivo, come già era successo in passato: Fatal Vision, miniserie del 1984, fu il primo ed è considerato una delle cause per la quale non venne mai celebrato un nuovo processo nei confronti di Jeffrey MacDonald – nonostante i suoi avvocati avessero dichiarato di avere nuove prove: quello show di successo raccontò una storia contro l’imputato in modo così netto da cambiare la narrazione del caso da parte dei media e influenzò fortemente l’opinione pubblica di quegli anni. Dopo aver tolto dal braccio della morte il Dr. James Grigson grazie ad un suo documentario (The Thin Blue Line, 1985), Errol Morris ci riprovò con Jeffrey MacDonald, scrivendo A Wilderness of Error: The Trials of Jeffrey MacDonald.

I personaggi

A Wilderness of Error - Stagione 1Nella miniserie di FX il racconto di questo caso giudiziario è affidato alle interviste fatte ai protagonisti della storia, senza che una voice over intervenga e accompagni lo spettatore; i detective che hanno lavorato al caso, i poliziotti, gli avvocati di entrambe le parti, i parenti delle vittime, i loro amici e persone totalmente estranee ai fatti intervengono nel racconto tramite interviste originali o di repertorio, tratte da programmi televisivi che si sono occupati del caso o da pezzi giornalistici che sono andati in onda nelle news di quegli anni. Sentiamo parlare solamente i personaggi secondari coinvolti nella vicenda, raramente sono inserite dichiarazioni di Jeffrey MacDonald, e non vengono mostrati documenti originali prodotti per questo show, nonostante l’uomo sia ancora in vita.

A causa del grande spazio dedicato ai personaggi secondari, che raccontano la loro versione dei fatti senza alcun contraddittorio e senza il supporto di documenti ufficiali, la ricostruzione della storia non ha un grande piglio investigativo. Il fratello di Helena Stoeckley che racconta di aver sentito la confessione della donna non aggiunge prove che possano confermare le sue parole e Marc Smerling (produttore e regista dello show) non fa riferimento a documenti processuali che possano confermare o negare la presenza di altre persone sulla scena del delitto. Le parole di tutti coloro che intervengono sono prese per buone così come sono, come il racconto che fa l’ex coinquilina di Helena Stoeckley, che racconta come l’abbia vista rientrare a casa la mattina degli omicidi. Dobbiamo tenere in conto che qualcuno possa mentire, o ricordare male eventi successi più di quarant’anni fa, ma, in uno show di questo genere, è compito degli autori ricostruire la verità secondo ciò che la legge ha stabilito sia vero, o, al contrario, mettere in discussione tutto presentando prove forti a sostegno della loro tesi.

Rapporto con la realtà

A Wilderness of Error - Stagione 1Parlando di rapporto con la realtà per una serie che è un documentario, ci troviamo davanti ad una delle questioni principali, uno dei punti cardine che decretano, prima di tutto, la buona riuscita del prodotto stesso. Il regista e produttore Marc Smerling ha unito immagini di cronaca, tratte da diversi notiziari e show americani, ricostruzioni con attori e interviste ai personaggi coinvolti nelle vicende, come già detto in precedenza; queste tecniche narrative rendono A Wilderness of Error uno show elaborato e complesso sotto il punto di vista della messa in scena. Le ricostruzioni – che, per esempio, nel più famoso Tiger King mancano – permettono allo show di avvicinarsi al genere drama, dando comunque l’impressione di non tradire lo spirito documentaristico che contraddistingue lo show.

Questa messa in scena non ci mostra sempre quello che è successo, ma è come se volesse che lo spettatore si calasse nei panni del detective; le interviste ai personaggi coinvolti nel caso servono a collezionare informazioni da far combaciare, per riuscire a ricostruire una verità che non è venuta a galla del tutto. Il difetto più grande dello show è che il compito di confutare i fatti è come se venisse lasciato allo spettatore, che non ha né i mezzi, né i modi per farlo.

Punto di vista

A Wilderness of Error - Stagione 1Per parlare del punto di vista dello show, è utile analizzare anche quello del libro a cui si ispira, e da cui sembra discostarsi in modo piuttosto netto. L’autore del libro, Errol Morris, inizia ad interessarsi al caso negli anni ’90, dopo essere diventato amico dell’avvocato che stava preparando il processo di appello per Jeffrey MacDonald, e copre questo caso giudiziario portando alla luce tutti gli errori che gli investigatori, i giudici e i giornalisti hanno commesso nel tempo, in modo particolare concentrandosi su ciò che avvenne durante le indagini sul luogo del delitto. Morris, nel libro, tratta anche di come i media hanno parlato del caso e di quanto le rappresentazioni televisive di questi omicidi (con riferimento particolare allo show Fatal Vision) abbiano influenzato negativamente le coscienza pubblica; Morris è anche il primo a parlare lungamente delle confessioni di Helena Stoeckley, che però in tribunale, durante il processo del 1979, negò tutto.

Marc Smerling decide di seguire diverse piste portate alla luce da Errol Morris, che appare anche nella miniserie, ma sembra avere un punto di vista meno garantista del collega, e si sofferma lungamente sulle ragioni dell’accusa, soprattutto nei primi tre episodi; gli elementi che proverebbero la colpevolezza di Jeffrey MacDonald sono descritti e mostrati, viene messa in scena la verità processuale che lo ha portato dietro le sbarre e raramente il regista decide di fare lo stesso con la versione della difesa; così come Morris, anche Smerling punta l’attenzione su Helena Stoeckley, senza mai proporre un’intervista o un documento che la possa incastrare e mettere di fronte alle sue responsabilità (che difficilmente verranno a galla, visto che la donna è morta nel 1983). Possiamo dire, quindi, che il punto di vista dello show di FX ci mostra i fatti in modo abbastanza equo, senza essere schierato dalla parte dell’imputato, ma portando all’attenzione fatti che, al tempo, ebbero meno importanza di quanto avrebbero dovuto.

Per questi motivi possiamo dire che A Wilderness of Error sia uno show equilibrato ed interessante, anche se non innovativo come altri prodotti dello stesso genere degli anni passati; i cinque episodi di questa miniserie sono ben costruiti, portando alla luce il giusto numero di svolte per ogni puntata; la proporzione tra interviste e reenactment è buona, ma manca la tensione necessaria per tenere attaccati allo schermo gli spettatori. Lo show è comunque consigliato a chi è già amante del genere,  visto che chi è a digiuno di true crime difficilmente potrà appassionarsi al genere con A Wilderness of Error.

Voto: 7

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Informazioni su Davide Canti

Noioso provinciale, mi interesso di storytelling sia per la TV che per la pubblicità (in fondo che differenza c'è?!). Criticante per vocazione e criticato per aspirazione, mi avvicino alla serialità a fine anni '90 con i vampiri e qualche anno dopo con delle signore disperate. Cosa voglio fare da grande? L'obiettivo è quello di raccontare storie nuove in modo nuovo. "I critici e i recensori contano davvero un casino sul fatto che alla fine l'inferno non esista." (Chuck Palahniuk)

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