
Una delle cose che hanno iniziato a notare quasi tutti guardando le serie televisive in questi mesi è quindi la distanza sempre più netta tra ciò che facciamo nella vita reale e ciò che fanno i personaggi sugli schermi, anche nei lavori più realistici. Perché i personaggi non hanno la mascherina? Perché non mantengono la distanza di sicurezza? Non hanno paura quando si abbracciano e si baciano due persone che non convivono?
Questa sensazione, scommettiamo estremamente condivisa, è la dimostrazione che questa pandemia ha cambiato qualcosa nel nostro modo di vedere i film e le serie TV e che certe cose non ci parlano più come prima anche perché mostrano un mondo pre-pandemia o senza pandemia che semplicemente non ci riguarda (e questo ci dice anche qualcosa del rischio che corre chi posticipa l’uscita dei film sulla base di calcoli economici senza pensare che tra un anno magari le sale saranno aperte ma i loro film vecchi e molto meno rilevanti).

Si tratta di una serie antologica in otto episodi di circa una ventina di minuti ciascuno, che in ognuno dei suoi frammenti narrativi racconta uno spaccato di vita ambientato durante la quarantena, passando da persone differenti dal punto di vista anagrafico, dell’orientamento sessuale, di classe sociale e di background culturale.
Lo show è creato da Hilary Weisman Graham e da Jenji Kohan e racconta la pandemia in tante sue facce e forme, soffermandosi soprattutto sulle mutazioni della nostra condizione psicologica e durante le settimane in cui siamo stati chiusi in casa.
I film e le serie televisive sono modificati dallo scorrere del tempo e il modo in cui li guardiamo in un determinato periodo storico è diverso da quello in cui li guardiamo in un altro; è così oggi e così è stato da sempre. Alla luce di ciò non sappiamo cosa penseremo tra dieci anni di Social Distance, se sarà una serie invecchiata malissimo o un oggetto narrativo dal fondamentale carattere documentale. Tuttavia, sappiamo per certo una cosa: concentrandoci sul qui e ora, Social Distance è il prodotto giusto al momento giusto, una serie televisiva in grado di narrare al pubblico di tutto il mondo un’esperienza che quest’ultimo ha vissuto in prima persona e che gli ha, sotto tanti punti di vista, cambiato la vita e la percezione della realtà.

Senza entrare troppo nel merito dei singoli episodi diciamo solo che da un tassello narrativo all’altro la serie racconta le diverse sfumature della sensazione di impotenza generata dalla quarantena, il sentirsi in gabbia a casa propria per via del distanziamento sociale e quindi anche le relative conseguenze di natura psicologica che montano quando il tuo spazio vitale, la cosa che spesso hai costruito affinché ti somigli, diventa anche la tua prigione.
Il lavoro è l’altro territorio che non può che essere inevitabilmente influenzato dalle restrizioni della pandemia, non solo a livello logistico ma anche proprio nelle modalità con cui viene portato avanti. A questo proposito la serie racconta la nuova pervasività che la tecnologia ha assunto negli ultimi mesi, diventando un elemento di mediazione a volte indispensabile, lo smart working, e quindi a tutti gli effetti anche una grande opportunità di alfabetizzazione digitale per tante persone ma anche una cartina di tornasole delle disparità sociali, culturali ed economiche.

La legacy della serie carceraria targata Netflix è sotto gli occhi di chiunque e con Social Distance Kohan ha provato nuovamente a lasciare una traccia, costruendo uno show in grado di far sentire il pubblico capito e rappresentato in un momento in cui il rapporto di identificazione tra le narrazioni audiovisive e gli spettatori sta subendo uno scollamento sempre più deciso.
Non è facile guardare Social Distance, perché non è certo il modo per evadere dalla pandemia, ma al contempo è anche confortante perché ci si sente meno soli, perché vi si possono trovare all’interno tutte quelle cose che abbiamo vissuto in questi mesi, dalle chat di whatsapp con le famiglie allargate alle fake news in cui tutti cascano, dalle emergenze nelle strutture ospedaliere ai disagi vissuti dalle coppie a distanza.
