
Ne nasce così un racconto peculiare, in cui figure storiche e mitologiche si uniscono e si alternano in un intreccio suggestivo che ben sottolinea le probabili atmosfere presenti nell’antico Lazio del VIII secolo a.C.; un tempo in cui la distinzione fra ragione e irrazionalità non era contemplata e in cui tutte le azioni degli uomini – anche e soprattutto quelle più decisive per i loro destini – erano guidate e manipolate dal volere degli dèi, la cui lettura e interpretazione rappresentava una parte fondamentale della vita quotidiana del tempo.
Potere e suggestione

I personaggi, infatti, assecondano o tradiscono i segni divini a seconda delle circostanze e le lotte di potere che vanno delineandosi nei dieci episodi di Romulus; anche se seguono dei tòpoi narrativi ampiamente visti altrove, riescono comunque a distinguersi e a brillare proprio perché la serie mantiene un perenne fascino magnetico e suggestivo che viene alimentato dalle caratteristiche del periodo storico preso in considerazione. Tutto ciò trova i suoi maggiori punti di forza nella resa estetica e visiva dello show, ma anche nel modo in cui vengono delineati i delicati equilibri di potere del tempo. Dopotutto, a detta dello stesso regista, Romulus vuole essere anche un racconto sulla genesi del potere occidentale e sulle forme prototipali della sua organizzazione.
Risulta chiara fin da subito la portata dell’ambizione e degli sforzi compiuti da Rovere e dal suo entourage per mettere in scena uno show capace di distinguersi dalla tradizione seriale italiana e di spingersi, nella narrazione e nell’estetica, verso uno stile più internazionale che ha sicuramente preso ispirazione da show dello stesso genere (primo fra tutti, Vikings). È un’ambizione che, fortunatamente, ha trovato un riscontro più che positivo nella messa in scena delle puntate, costruite con una cura minuziosa che ha permesso alla serie di sfuggire dal rischio di risultare pretenziosa: Romulus ha davvero il merito di immergere nell’immediato gli spettatori in quel mondo antico che vuole raccontare grazie soprattutto al rispetto per la Storia stessa e all’accuratezza della sua rappresentazione. Si tratta di un’immersione che viene oltretutto accentuata se la serie viene vista nella sua versione originale in protolatino, che concorre a una rappresentazione ancora più centrata e suggestiva del racconto e del suo mondo arcaico.
“Io non sono niente, e allora posso essere tutto.”

Tra gli aspetti più interessanti dell’intera stagione c’è, senza dubbio, il rapporto fraterno che va instaurandosi tra Yemos e Wiros, segnato da due tipi di percorsi molto diversi: il primo è nato, infatti, per diventare re, mentre il secondo non ha radici, è nato dal “niente” (come lui stesso ripete più volte nelle puntate) e vive da schiavo. La congiura di Amulius, nel costringere Yemos a fuggire strappando temporaneamente il futuro a cui era destinato, ha permesso ai due di incontrarsi in un luogo neutro e peculiare, il bosco, che funge spesso come simbolo di riscoperta di se stessi, di cambiamento e di rinascita. Incontrandosi in un momento quasi privo di speranza per entrambi, i due hanno iniziato a forgiare il loro stesso destino liberandosi dalle paure e dai preconcetti e trovando il coraggio di incontrare ed abbracciare l’ignoto, che è rappresentato in Romulus dalla misteriosa e sanguinaria tribù dei Ruminales, con a capo la fiera e feroce Lupa (Silvia Calderoni) e la dea Rumia, che unisce elementi animali, umani e divini, rappresentando la summa stessa delle caratteristiche fondamentali dell’intero show.
Nel rappresentare le vicende affrontate da Yemos e Wiros nel bosco e, soprattutto, lo stile di vita selvaggio dei Ruminales, la serie rende la corporeità la vera protagonista del racconto: i corpi e i movimenti studiatissimi degli attori dicono molto di più rispetto a quanto non facciano le loro parole. Ogni minima sensazione provata dai numerosi personaggi della serie viene infatti incisa sui loro corpi che, a seconda delle circostanze, esprimono rabbia, forza, fragilità e paura con un’immediatezza che fa brillare la serie. Nel trionfo delle battaglie, nel piacere del sesso o nel dolore (a tal riguardo, Romulus non ha paura di essere cruda), le scene utilizzano i corpi per arrivare dritte al punto, per colpire laddove vogliono farlo. Si tratta, dopotutto, del risultato di una scelta ben precisa di Rovere, che ha girato le scene all’aperto e che ha costretto gli attori a un tour de force non indifferente che, però, ha dato i risultati sperati.
La contemporaneità nel mito

I due confronti finali, che le puntate dello show hanno caricato di aspettative, seppur ben fatti, non dimostrano l’intensità che avrebbero meritato e risultano fin troppo affrettati. Nonostante questo, l’epilogo della stagione (che suggerisce una continuazione della serie) rende il personaggio di Ilia ancora più interessante: non più vestale e non più guerriera, la giovane donna adesso può costruire il suo destino libera finalmente da bugie e da inganni.
Nella costruzione dei tre giovani personaggi risiede gran parte del merito di Romulus, che è stata capace di inserire in un racconto di un mondo così arcaico e distante elementi squisitamente contemporanei. E lo ha fatto senza sacrificare o snaturare l’accuratezza e la credibilità storiche (come accade, ad esempio, in Britannia) del periodo rappresentato. I richiami contemporanei risiedono non solo nel respiro internazionale dello show, ma anche e soprattutto nell’universalità e nella semplicità delle emozioni e dei desideri mostrati dai personaggi: sete di potere, voglia di rivalsa, paura del diverso, fratellanza e lotte generazionali sono tutti aspetti ed emozioni ben comprensibili a chiunque, a prescindere dal modo in cui scaturiscono. La loro riuscita messa in scena ha permesso ad una serie come Romulus, che racconta di un tempo e di un mondo ormai così distanti dal nostro e dai nostri stili di vita, di avvicinarsi all’empatia stessa dei propri spettatori.

Voto: 8

Un grande plauso allo show che non sfigura di fronte alla concorrenza internazionale e che spero faccia conoscere meglio un attore con i controcoglioni, e scusate la sottigliezza, come Sergio Romano, ad esempio. Voto e giudizio che quindi non si può non condividere e che deve incoraggiare gli autori a migliorare il punto debole dello show che è dato dal ritmo della narrazione (ma è la parte più difficile da apprendere dalla scrittura seriale anglosassone che ha decenni di vantaggio). Non solo il finale anticlimatico: eh per arrivare all’anticlimax ci vuole un climax ;). Anche l’assenza di scene di alleggerimento incide (poiché non si può fare di ogni scena una scena madre) sul ritmo e lo appesantisce affaticando o rischiando di affaticare la visione. Magari in altra sede si dovrà ragionare sulla seriosità della serialità italiana (ora non parlo solo di Romulus che ha perlomeno un minimo di giustificazione nel tipo di ambientazione) e in genere del suo cinema frutto del declino cominciato negli anni novanta e conclamato nell’ultimo ventennio (ovviamente con eccezioni qua e là)….ho straparlato, sorry
Bella recensione,condivisibile(…mamma mia che orrore “Britannia”…abbandonata al suo destino dopo la prima stagione)…