
“The records of Emily Dickinson’s life, up to and including Sue and Austin’s marriage, are full and factual compared with what lies ahead. […] The truth, perhaps, is hidden in her poems.”
La premiere “Before I got my eye put out” inizia con la proiezione di una serie di documenti autografi – lettere e poesie – di Dickinson, mentre una voce fuori campo recita che, in seguito al matrimonio tra Sue e Austin, le testimonianze storiche relative alla vita della poetessa si fanno sempre più rarefatte, e che quindi sarà necessario rivolgersi alla sua produzione poetica al fine di gettare uno sguardo sulla sua vita interiore e sulle motivazioni che si nascondono dietro alle sue scelte.
La stagione si apre quindi con una dichiarazione di intenti da parte di Alena Smith, la creatrice della serie, e dei suoi collaboratori: Dickinson non ha nessuna intenzione di ridimensionare l’aspetto (apparentemente) anti-filologico e ibridante che la contraddistingue, ma anzi, si propone di continuare a sfruttare i vuoti sempre più grandi lasciati dalle testimonianze storiche per offrire spazio di manovra al lavoro creativo, ermeneutico e di attualizzazione. Ciò non significa però che manchino i riferimenti storici: gli autori dimostrano infatti di aver compiuto una meticolosa ricerca sulla vita della poetessa e della sua famiglia, utilizzando spesso eventi e fatti reali come spunto per il racconto (ad esempio la passione di Emily per la creazione di torte speziate al brandy), ma lasciandosi soprattutto ispirare dal contenuto delle poesie per costruire la narrazione.
Ciò è evidente soprattutto nell’introduzione di quello che sembra essere il tema portante della stagione, ovvero la riflessione di Emily sul rapporto tra talento, arte e fama. Da un lato troviamo infatti l’arrivo di “Nobody”, una misteriosa figura spettrale che vuole mettere in guardia la poetessa dalla ricerca del successo editoriale, e dall’altro la citazione diretta di un suo componimento dedicato proprio a questo argomento (“Fame is a fickle food”, che dà il titolo al secondo episodio).
Il conflitto interiore della protagonista trae ulteriore forza dalle conoscenze che lo spettatore ha della biografia di Dickinson: è noto infatti che la poetessa visse gran parte della sua esistenza in isolamento e che solo una manciata delle sue poesie furono pubblicate mentre era in vita. Il principale elemento di interesse in quest’ottica è quindi capire il perché di questo epilogo, oltre al fatto che venga posto l’accento sulla sua possibilità di scelta: se nella prima stagione l’abbiamo vista lottare per affermare la sua identità di poetessa nei confronti di un contesto avverso, incarnato in particolare dalla figura del padre, ora che invece la strada sembra spianata è lei a chiedersi se la fama è davvero ciò che desidera.
Questo primo trittico di episodi sembra proseguire l’efficace formula di puntate brevi in cui il procedere della storyline principale (la ricerca del successo) si affianca a un tema/avvenimento caratterizzante, funzionale allo sviluppo della prima (la festa, il concorso di torte, la seduta spiritica). Come nella scorsa annata, i dialoghi spiccano per il ritmo serrato e la cura con cui vengono puntellati da ironiche ed esilaranti allusioni al presente dei personaggi e al nostro: ciò permette agli autori di sottolineare gli aspetti meno gradevoli della vita della borghesia rurale americana di metà Ottocento (il lusso della vasca da bagno), e al tempo stesso di creare paradossali parallelismi con la nostra realtà (l’attività di influencer di Sue).

Come nel caso di The Great (rilasciato da Hulu solo sei mesi dopo l’esordio di Dickinson), la serie di Alena Smith conferma la sua abilità nel mescolare ambientazione storica e riferimenti al presente con un tono personale e coerente (oltre che godibilissimo), in cui abiti e scenografie del passato convivono con dialoghi, riflessioni e musiche contemporanee, facendo così emergere le storie di giovani donne che lottano per trovare il loro posto nel mondo.
In quest’ottica Dickinson potrebbe essere quasi considerato l’apripista di un nuovo sotto-genere di prodotto seriale, in cui la dimensione storica viene rivista attraverso uno sguardo femminile e, in alcuni casi, femminista, con risultati che vanno dall’eccellenza di The Great al puro intrattenimento di Bridgerton.
Voto 2×01: 7 ½
Voto 2×02: 7
Voto 2×03: 7 ½

