
SanPa è una docuserie italiana targata Netflix composta d cinque episodi da circa un’ora diretti da Cosima Spender, prodotta e sviluppata da Gianluca Neri insieme a Carlo Gabardini e Paolo Bernardelli che racconta la comunità di San Patrignano negli anni in cui è stata guidata dal suo fondatore Vincenzo Muccioli. Attraverso l’utilizzo di una larga mole di materiali audiovisivi d’archivio e di interviste originali, la serie mette a fuoco quelle che nel sottotitolo vengono definite “le luci e le tenebre di San Patrignano”, un luogo che negli anni Ottanta e fino all’inizio degli anni Novanta è riuscito ad avere un ruolo di primo piano nella narrazione della storia italiana, sia per quanto riguarda le posizioni dell’opinione pubblica su una serie di temi, sia per quanto concerne gli equilibri politici nazionali in una fase di grandi cambiamenti sia a livello globale che locale.

In questo senso è molto interessante ciò che viene detto a un certo punto rispetto alla diffusione dell’eroina nel nostro paese, in particolare nelle città, perché una delle cose che cambiano è l’identità delle persone che vendevano la droga. Nella docuserie si racconta come a un certo punto, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta gli spacciatori inizia a cambiare aspetto, perché i capelli diventano corti, il viso sbarbato e addosso hanno delle giacche, testimoniando così una sorta di cambiamento politico che fa il paio con una più radicale discontinuità: a chi acquistava droghe leggere invece che il resto veniva data un po’ di eroina.
Questi racconti – e questo SanPa sembra dirlo in maniera abbastanza chiara – fanno pensare a una diffusione premeditata dell’eroina, come se fosse un preciso intento politico, il tentativo di annichilire una generazione che nel decennio precedente aveva fatto della militanza una vera e propria ragione di vita. In questo modo una fetta di coloro che dal 1968 in poi hanno partecipato alla trasformazione culturale del paese attraverso un movimentismo acceso e appassionato è stata progressivamente trasformata in zombie dalla diffusione dell’eroina e in questo modo resa inoffensiva.

Sotto questo punto di vista un ruolo enorme è rivestito da Vincenzo Muccioli e in particolare dal modo in cui quest’ultimo è stato raccontato, perché all’interno della narrativizzazione della vicenda il peso che ha il racconto di un personaggio così grosso e complesso ha una portata quasi letteraria (o cinematografica). Quando Vincenzo Muccioli è sulla poltrona rossa nell’ultimo episodio la serie ricorda in maniera ravvicinata l’inizio di Citizen Kane (Quarto potere) in cui un morente Charles pronuncia la famosa “rosebud” e questo perché a guardar bene Citizen Muccioli potrebbe essere tranquillamente un altro modo per chiamare SanPa. San Patrignano, infatti, non è nient’altro che la Xanadu di Muccioli, un posto fatto a sua immagine e somiglianza, una sorta di protesi ambientale del suo creatore che riflette persino alcuni suoi lati caratteriali, in particolare alcuni lati decisamente opachi.

Se si analizza con un po’ di distanza la San Patrignano di Vincenzo Muccioli – sembra dirci a chiare lettere la docuserie – ci si accorge di essere di fronte a un case study perfetto sulla nascita e lo sviluppo di un microcosmo totalitario, un modello di società dove il culto dell’uomo forte al comando è costante, l’annichilimento delle personalità degli individui sistematico e l’annullamento della privacy personale la chiave per addomesticare le persone, in particolare attraverso il controllo delle informazioni e l’utilizzo terrore fisico e psicologico. Tutti questi elementi sono presenti in maniera contemporanea sin dall’inizio – benché alcuni di essi subiscano una radicalizzazione nel corso degli anni – e costituiscono delle potentissime armi di ricatto usate verso chi frequentava la comunità, nonché gli elementi fondativi di un sistema totalitario.
SanPa è una docuserie dall’anima estremamente italiana ma dalla confezione profondamente internazionale, che mette a fuoco perfettamente alcuni comportamenti particolarmente disgustosi di cui si è reso protagonista Vincenzo Muccioli (gli esempi non mancano ma mi limito a citare le scene della matita nell’anello) e che ci restituisce ritratti giustamente poco edificanti di personaggi discutibili e giustamente discussi come Red Ronnie e Indro Montanelli.
Sarebbe bello se, a partire da SanPa, anche in Italia come negli Stati Uniti venisse fuori una tradizione di docuserie true crime con questa qualità media e soprattutto questo approccio narrativo alla ricostruzione storica.

appena finita di vedere, mi unisco al tuo appello, speriamo che abbia un grande successo oltre a suscitare polemiche e che sia la prima di una lunga serie. Queste docuserie devono avere un punto di vista narrativo soggettivo per poter avvincere e anche questa ce l’ha – il racconto di due ex Sanpa in particolare – ed è quantomeno sfavorevole alla storia di san patrignano e del suo fondatore. Ci sta. Tuttavia l’importante è che abbiano il loro spazio anche le voci a favore e mi sembra che l’abbiano avuto. E poi c’è questa figura giganteggiante nel bene e nel male che è Vincenzo Muccioli, talmente convinto delle sue idee da non temere una volta di ospitare il nostro congresso nazionale del CORA, cioè il coordinamento radicale antiproibizionista (ero un giovane iscritto) e Marco Pannella – non un semplice incontro ma più giorni di congresso con votazioni, ecc, non ricordo più perché non potetti andare all’ultimo – per dialogare con noi apertamente che eravamo suoi acerrimi avversari. Nella docuserie c’è solo un cenno ma è un esempio delle contraddizioni positive che pur c’erano in una personalità per tanti versi discutibile.