
La sfida maggiore incontrata da Hirst è stata proprio quella di continuare a mantenere le redini del racconto dopo la perdita di Ragnar, un personaggio meraviglioso che ha canalizzato su di sé gran parte del fascino e del magnetismo dello show; una sfida che non sempre Vikings è riuscita a reggere, proprio perché le vicissitudini rappresentate nelle stagioni successive alla morte di Ragnar non sono mai riuscite a raggiungere la qualità delle prime annate, facendo spesso sorgere dubbi riguardo la necessità stessa di continuare ad andare avanti con lo show. Ma, nonostante ciò, Vikings non ha mai voluto limitarsi alla narrazione delle gesta epiche dei suoi personaggi, affiancando a queste ultime numerose tematiche che, in ultima istanza, hanno donato allo show quello spessore e quell’interesse con cui si è contraddistinto: il confronto/scontro con diverse culture; la messa in dubbio delle proprie usanze; le questioni religiose e filosofiche incontrate nel percorso di Ragnar e dei suoi figli sono ciò che ha dato davvero linfa vitale alla serie, nonostante un percorso, come si diceva, non sempre perfetto.
Perhaps the golden age of the Vikings is gone.

Gli autori sono stati molto bravi, nel corso dell’intera stagione, a mantenere costante quest’atmosfera di decadenza e di perdita di senso che rappresenta la novità più interessante di queste puntate finali. Si tratta di una decadenza che è stata maggiormente efficace nella narrazione delle ultime gesta del leggendario Bjorn Ironside che, tra i figli di Ragnar, è sempre stato quello più legato e più fedele alle cosiddette “old ways”, alle tradizioni e agli déi vichinghi. Non è un caso, allora, se proprio quando la minaccia dei Rus’ e del Cristianesimo hanno seriamente messo in discussione il futuro di Kattegat (e dei vichinghi in quanto tali), gli stessi déi che fino ad ora hanno protetto Bjorn sembrano adesso, per sua stessa ammissione, averlo abbandonato. L’ingiusta e mancata incoronazione come re di tutta la Norvegia (a favore del subdolo Harald); la perdita di un figlio e dell’amata madre e, infine, la sconfitta sul campo contro Oleg e Ivar, sembravano aver gettato un’ombra perenne sulla leggenda di Bjorn Ironside.
Ma l’inaspettato ed eroico trionfo finale del vichingo contro i Rus’, rappresentato come un eroe dalla forza quasi divina (“You can’t kill him”), capace di comandare il proprio esercito anche a un passo dalla morte, è stata una decisione, per quanto poco realistica, figlia della scelta di congedare, con la morte trionfale di Bjorn Ironside, i giorni d’oro degli eroi vichinghi. Anche la dipartita della leggendaria shield maiden Lagertha e il commovente addio che la serie le ha dedicato in “The Ice Maiden” può essere letto come un ultimo saluto non solo al meraviglioso personaggio interpretato da Katheryn Winnick, ma alle origini stesse di Vikings e ai suoi elementi più iconici. La perdita di Lagertha e, dopo poco, di Bjorn hanno aperto un vuoto poco colmabile proprio per ciò che i due rappresentavano, ma ha permesso alla serie di congedare due dei suoi eroi più leggendari con delle puntate emozionanti e commoventi, che hanno anche giocato con la nostalgia degli spettatori, utilizzando dei rimandi alle stagioni passate e a Ragnar stesso.
Come and see the death of humanity.

Se Bjorn ha ereditato l’aura leggendaria e ciò che suo padre ha significato per la cultura e il senso di appartenenza stesso dei vichinghi, Ivar the Boneless ne ha invece ereditato le caratteristiche più subdole e strategiche, divenendo uno dei personaggi più interessanti delle stagioni post-Ragnar. Dopo la parentesi del suo comando tirannico a Kattegat, che ha rivelato le parti più megalomani e disturbanti del giovane interpretato da un bravissimo Alex Høgh, ma che ha anche rivelato una narrazione che si è rivelata, a lungo andare, un po’ piatta, la nuova avventura di Ivar presso la Rus’ di Kiev e il confronto con lo spietato Oleg hanno donato nuovo respiro alla sceneggiatura e al personaggio stesso.
In particolar modo, brilla in positivo sullo schermo il rapporto di amicizia che è venuto a formarsi tra il vichingo e il piccolo Igor, che ha messo in scena gli aspetti più “umani” di Ivar senza snaturare le sue caratteristiche più subdole. Nonostante la magnetica interpretazione di Danila Kozlovsky, invece, il confronto con i due si è sempre mantenuto a un livello piuttosto superficiale, facendo indubbiamente avvertire la mancanza del confronto avvenuto in passato fra Ragnar e King Ecbert: per quanto Oleg abbia dimostrato di avere diversi tratti in comune con Ivar che hanno aiutato il ragazzo a riflettere su se stesso e sulla stessa megalomania che ha dimostrato in passato, la caratterizzazione del cosiddetto Profeta non è mai riuscita a colpire più di tanto. Altri personaggi secondari si sono rivelati più interessanti del Principe stesso, come il saggio King Olaf (Steven Berkoff) che, con le sue riflessioni filosofiche così lontane dalla cultura vichinga, ha donato alla serie delle splendide scene e dialoghi che hanno accompagnato benissimo quella sensazione di perenne decadenza e perdita di senso di cui si è detto in precedenza.
Your eyes have turned deep blue, Ivar. You know what that means, remember?

Tutto ciò che accade a Kattegat dopo la morte di Bjorn, ad esempio, ha rubato tempo prezioso per delle vicende davvero poco interessanti e memorabili. Questo ha fatto sì che le puntate finali dell’intera serie abbiano congedato alcuni dei personaggi più importanti in maniera frettolosa o, addirittura, illogica. Basti pensare alla dipartita di Harald, di Gunhild e di Prince Oleg ma, soprattutto, a quella di Ivar, che ha guidato con intelligenza e forza i vichinghi nell’ultima, epica battaglia contro King Alfred per poi morire in una maniera, seppur commovente, così gratuita.
Ma il personaggio che, più in assoluto, ha pagato per lo squilibrio della sceneggiatura è stato senza dubbio Hvitserk. Pensata molto probabilmente con l’intenzione di rappresentare l’imprevedibilità stessa che è appartenuta a Ragnar, insieme al suo spirito auto-distruttivo (cosa che, potenzialmente, poteva dimostrarsi molto interessante), la scrittura dedicata a Hvitserk non è mai riuscita a guadagnare lo spessore che avrebbe richiesto un personaggio tanto controverso, lasciando spazio a una sceneggiatura confusionaria e illogica, che non è mai riuscita a giustificare appieno il “vagare” del ragazzo e le sue scelte contraddittorie. L’apice di questa cattiva scrittura si è verificato quando si è riunito ad Ivar dopo che le allucinazioni e gli incubi dovuti alla paura per quest’ultimo lo hanno divorato a lungo (causando, oltretutto, la morte di Lagertha).
It’s a new world.

L’avventura di Ubbe, oltretutto, ha conservato forse la parte più autentica dell’eredità di Ragnar: lo spirito di avventura e di esplorazione; la voglia di oltrepassare limiti non solo geografici ma anche culturali; il confronto pacifico e curioso con altri popoli e altre culture. In ognuna di queste tendenze è racchiuso lo spirito squisitamente moderno di Ragnar, che Ubbe ha conservato e ha fatto suo in questo ultimo, emozionante, viaggio. Si tratta di una voglia di innovazione e di rinnovamento che mira a conservare e a ricordare ciò che appartiene ai giorni d’oro del passato, ma in una prospettiva che guarda al futuro e che non ha paura del cambiamento e del nuovo che avanza. L’incontro, forse un po’ forzato ma emozionante, con il leggendario Floki rappresenta proprio questo: l’incontro pacifico tra passato e futuro, il coraggio di abbracciare un nuovo tipo di esistenza.
Si conclude così Vikings, con questi due personaggi che contemplano il tramonto ricordando affettuosamente il passato e l’amato Ragnar, ma con lo spirito ben indirizzato verso un nuovo inizio, verso un nuovo tipo di vita. È un tramonto che cala anche su una serie che ha saputo distinguersi nel panorama televisivo e che chiude una stagione la quale, purtroppo, paga il prezzo di una sceneggiatura incapace di mantenere il peso delle proprie ambizioni e delle numerose carte lasciate in gioco, sacrificando elementi che avrebbero meritato ben più spessore. Tuttavia, anche in questa annata, Vikings ha mantenuto il suo fascino e la sua potenza visiva, che hanno contraddistinto dall’inizio il forte magnetismo dello show. Resta la delusione per una narrazione forse poco decisa e coesa, che ha vagato un po’ come hanno vagato i suoi protagonisti in quest’ultima, decisiva stagione. Si chiude così il sipario su una delle serie più rappresentative del proprio genere che, nonostante tutto, non ha mai perso il suo fascino evocativo e che sarà sicuramente ricordata anche negli anni a venire. Skål!
Voto stagione: 5/6
Voto serie: 7½
