
La prima annata dello show era caratterizzata dalle conseguenze dirette della sua premessa: l’URSS raggiunge per prima la Luna e la corsa allo spazio prosegue ben oltre il 1969, causando una serie di eventi a catena che di discostano dalla nostra linea temporale. Sottolineando intelligentemente l’aspetto puramente ideologico della volontà delle due superpotenze di assicurarsi la supremazia tecnologica nell’esplorazione spaziale, a cambiare nell’universo narrativo della serie non sono solo la Storia e l’evoluzione della scienza e della tecnologia, ma anche e soprattutto la società civile che incorpora di riflesso tutte queste trasformazioni. L’intuizione più interessante di Moore è stata certamente l’introduzione dell’emancipazione femminile – molto anticipata rispetto alla realtà – favorita dall’apertura progressista dell’Unione Sovietica di mandare per prima una donna sulla Luna – un colpo di genio ironico che è anche una critica alla cosiddetta progressista civiltà occidentale. Il messaggio è chiaro: le donne hanno cominciato a ottenere una parità di genere solo quando è stato loro permesso dalle imposizioni della società patriarcale – che tra l’altro nella serie è anche additata come fallimentare, vista la sconfitta degli USA nella corsa allo spazio.

La seconda stagione si apre con un salto temporale molto marcato: un montaggio rapido, infatti, ci porta negli anni ’80, con la salita di Reagan alla Casa Bianca. In questo segmento di raccordo con la stagione precedente assistiamo a tantissime piccole e grandi variazioni nella grande Storia che aiutano gli spettatori a inquadrare l’universo narrativo nel quale ci troviamo: per esempio l’URSS che sceglie di non invadere l’Afghanistan per avere più risorse per la corsa allo spazio, ma anche l’anticipo nella produzione di nuove tecnologie come la fecondazione in vitro o la diffusione dei computer, per non parlare di alcune chicche riguardanti il destino di personaggi noti come Roman Polanski, Giovanni Paolo II e John Lennon. Insomma, l’ucronia di For All Mankind arricchisce il proprio worldbuilding immaginando come le conseguenze di un singolo evento possono avere enormi ripercussioni nel corso della Storia, cambiando per sempre la vita di milioni di persone; con questo stratagemma, inoltre, gli autori possono giocare su un bacino enorme di potenzialità narrative, anche se sempre con il rischio di farsi sfuggire le cose di mano.

Grazie al flashback scopriamo che Margo (Wrenn Schmidt) ha fatto carriera – come anticipato nel finale dello scorso anno – e che Ed (Joel Kinnaman) ha abbandonato le missioni sul campo in favore di una posizione di ufficio – probabilmente quella che fu di Deke Slayton nella prima stagione. Se la prima sembra trovarsi a suo agio nel nuovo ruolo di direttore, anche se deve fare i conti con le necessità imposte da un ruolo anche “politico” e non più solo votato al lavoro scientifico, il secondo mostra un animo scoraggiato e temprato da tutto quello che ha passato nei suoi giorni da astronauta e non solo: la morte del figlio pare aver cambiato nel profondo l’uomo, che ora è molto più attento – ed esigente – rispetto alla vita della figlia che ha adottato con Karen (Shantel VanSanten). Ed si sente in qualche modo responsabile per quello che è avvenuto al piccolo Shane, anche considerato che il ragazzo è morto mentre l’astronauta si trovava distante fisicamente migliaia di chilometri, ma soprattutto distante emotivamente dalla sua famiglia.

Il fulcro di “Every Little Thing” – titolo che riprende il brano di Bob Marley che gli astronauti cantano tenendosi per mano come sorta di “inno” ottimista rispetto alla loro missione – è però la tragedia che sta per consumarsi sul suolo lunare: un brillamento solare improvviso sta per colpire i pianeti del Sistema Solare e, mentre l’atmosfera della Terra la protegge, chi si trova sulla Luna deve trovare presto riparo per evitare di essere colpito dalle radiazioni. Non tutti gli astronauti riescono a tornare alla base e Molly (Sonya Walger) è costretta ad una scelta difficile: rischiare la propria vita per salvare il povero Wubbo o rimanere al riparo. Si discute molto sulle basi della scelta di Molly di soccorrere il collega che non aveva nemmeno la certezza fosse ancora vivo, ed effettivamente potrebbe trattarsi dell’unico punto ambiguo dell’episodio, perlomeno un segmento che Moore e Michael Morris (regista dell’episodio) avrebbero potuto gestire meglio. Certamente si può giustificare sempre dicendo che, semplicemente, Molly si fa guidare dalle circostanze e dal suo eroismo e prende una decisione sbagliata e istintiva.
In definitiva la seconda stagione di For All Mankind si apre con un ottimo episodio, segnato da premesse esaltanti e da una gestione dei tempi narrativi azzeccata. “Every Little Thing” fa tutto quello che dovrebbe fare una buona premiere: riprende le evoluzioni caratteriali dei personaggi lì dove le avevamo lasciate, mette sul piatto tutti i temi sui quali si svilupperà la trama della stagione e conclude l’episodio con alcune sequenze che mostrano i muscoli dal punto di vista della spettacolarità visiva e tecnica.
Voto: 8½
