The Wilds – L’isola di Eva 2


The Wilds – L'isola di EvaThe Wilds è un prodotto per certi versi unico, arrivato su Prime Video un po’ in sordina ma che ha saputo creare intorno a sé un ottimo chiacchiericcio e un meritato rinnovo per una seconda (necessaria) stagione.

L’idea iniziale sembra partorita da Lost: l’aereo su cui si trova un gruppo di ragazze dirette ad una sorta di campo estivo si schianta su un’isola deserta, lasciando le giovani donne da sole, prive di ogni forma di aiuto. Ogni episodio si concentra su uno dei personaggi, presentandoci il proprio background e i traumi che si porta sulle spalle. Le somiglianze con la serie della ABC sono sicuramente molte, quantomeno nella concezione iniziale; ma basta proseguire nel pilot per rendersi conto che i punti di contatto vanno via via a divergere: le ragazze, infatti, non sono finite su quell’isola per una qualche influenza esoterica né per un colpo di sfortuna. Si tratta invece di un evento programmato, è tutto parte di un grosso progetto sociologico architettato dalla ricercatrice Gretchen Klein.

Deve risultare chiaro già da questo breve sunto del punto di partenza della serie che ci si trovi davanti ad un prodotto dalle grandi potenzialità. Da un lato, infatti, ci sono le avventure sull’isola, più o meno influenzate dall’occhio vigile della civiltà; dall’altro, invece, c’è l’attenzione ai singoli personaggi, tutti volutamente molto diversi l’uno dall’altro—soprattutto le ragazze sull’isola—e accomunati da un destino comune. Ciò che la scrittura di Sarah Streicher cerca di fare è quello di creare un prodotto su livelli paralleli, che possa parlare di più elementi contemporaneamente senza mai tradire i personaggi che ha di fronte.

The Wilds – L'isola di EvaPartiamo dalla trama principale, ossia dalle macchinazioni di Gretchen—interpretata da un’ottima Rachel Griffiths (Six Feet Under): l’intero progetto, che non può che sembrarci un sadico Grande Fratello ‘ripulito’ con l’interesse scientifico e l’appoggio delle famiglie delle ragazze, si basa su un presupposto nobile e molto azzardato: come si può dimostrare che il mondo, il quale si regge su un patriarcato storico, sarebbe in condizioni migliori se al potere ci fossero le donne? L’idea diventa quello di creare una sorta di piccola civiltà al femminile, così da mostrare come le donne siano molto diverse dagli uomini nel loro reagire agli eventi e nel creare una sorta di legame affettivo che renda la loro società più equa ed efficace. Questo assunto, in altre parti trattato con grande retorica o con addirittura scherno, viene preso seriamente dalla serie—per quanto possa farlo, ovviamente, un programma scritto e recitato; l’intuizione più riuscita, però, è far sì che ad incarnare questo presupposto è la persona che, per mancanza di termini migliori, rappresenta il villain della serie. Gretchen, con i suoi problemi e le sue vulnerabilità, non è un nemico da cartone animato, non è il concentrato di tutto quello che le nostre protagoniste devono sconfiggere, né tantomeno (e questa è una boccata d’aria fresca) è un personaggio invincibile: numerosi sono i suoi fallimenti in questi primi dieci episodi. Si tratta di una donna determinata, che crede fortemente nella bontà di questo suo progetto, ma che non può non sentirsi inebriata dal potere (quasi di vita e di morte) che ha su queste ragazze. In modo paradossale (che però non sfugge alla sceneggiatura), è lei stessa a minare l’intero progetto, comportandosi in maniera non troppo dissimile da quanto una società maschilista porti avanti pressoché da sempre. Le ragazze non solo sono in balia degli eventi e spesso in situazioni che vanno aldilà delle proprie possibilità, ma soprattutto non sono certo consapevoli di essere costantemente spiate e messe alla prova.

L’intelligenza della serie, dunque, è evidente perché mette al centro un argomento meno banale di quanto ci si sarebbe atteso, e soprattutto riesce a trattarlo con una certa finezza e bravura. Non a caso mentre Gretchen esalta la totale superiorità femminile e l’essere del tutto un’altra cosa rispetto alle controparti maschili, le ragazze danno il via alla maggiore faida (anche fisica) che sia accaduta sull’isola. Non è uno show a tesi: si diverte a discutere di argomenti molto sottili, e al contempo a mostrare quanto le cose siano, nella realtà concreta, molto più complesse del previsto.

The Wilds – L'isola di EvaSe l’intento ideologico è molto interessante, i suoi personaggi lo sono ancora di più. Qui, pur perdonando gli occasionali scivoloni nei soliti tropoi—l’omofobia che nasconde omosessualità, la frivolezza che nasconde grande dolore, ecc.—The Wilds ha la propria forza proprio nelle otto protagoniste, ognuna delle quali investita di una natura quanto più sfaccettata possibile. Ciascuna di queste ragazze ha, infatti, un certo passato, spesso molto doloroso, che viene sfruttato alla perfezione (soprattutto negli episodi finali) nel parallelo tra la vita sull’isola e quella precedente, in un modo anche qui non troppo dissimile da Lost. Ancor più di quella serie, però, l’espediente che si tratti di un grosso esperimento sociale permette di giustificare maggiormente tutte una serie di casualità e coincidenze, che possono quindi essere spiegate in modo comodo ma mai eccessivo.

La scrittura autoriale prende una decisione molto importante: queste ragazze non sono avatar, non sono lì a rappresentare qualcos’altro, ma sono giovani con tutte le loro debolezze e tutte le loro fragilità. E a dirla tutta, sono tali anche nei loro momenti insopportabili: in più di un’occasione, infatti, queste ragazze si comportano in modo infantile, stupidamente testardo, facendoci percepire in modo diretto quanto vi sia di intento mimetico della (potenziale) realtà. Le giovani donne sono davvero alle prese con un’isola pressoché deserta, prive di cibo e di acqua potabile, e dunque bisogna capirle quando rischiano di perdere la testa anche solo per un libro rubato. Ognuna di loro deve affrontare i propri demoni, confrontarsi con quello che ha lasciato ‘nella realtà’ e rivedersi nella propria vita sull’isola.

The Wilds – L'isola di EvaDetto questo, alla serie non manca certo l’azione e la costruzione di un racconto che si svela con il tempo. Ci sono vari piani narrativi—in alcuni casi il passato e il trapassato—e certi snodi vengono svelati solamente con il passare degli episodi. Il gusto per il colpo di scena non può mancare, ma si tratta per ora di un sistema controllato e ben dosato, che non si abbandona a improbabili esagerazioni. Il finale del decimo episodio è però, per le dinamiche della serie, esplosivo e il rinnovo per una seconda stagione lascia intravedere la volontà di allargare ulteriormente il respiro della narrazione. Si tratta così di una serie che riesce a conquistare un bel po’ di spazio anche per il coraggio di alcune scelte e per la chiara sensazione che nessuno snodo narrativo venga lasciato a sé stesso troppo a lungo.

The Wilds, quindi, sorprende per la capacità di unire registri diversi, di saper intrattenere con dei personaggi con cui è difficile non creare un rapporto emotivo, e per una narrazione arricchita da temi insoliti per un prodotto solo in apparenza tutto d’intrattenimento. The Wilds è una serie thriller, che unisce il gusto per la sopravvivenza con un’attenzione acuta ai propri personaggi, rendendo la sua visione un’esperienza sia mentale che emotiva impossibile da non apprezzare.

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Informazioni su Mario Sassi

Un po' romano un po' napoletano, ha preparato la sua valigia di cartone e se n'è andato a Philadelphia, nella speranza di incrociare Rocky alle prese con un nuovo allenamento. Tra letteratura, cinema e serie TV si domanda ancora come faccia a trovare tempo per respirare.


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