
Non è mai stato un mistero che Pose, oltre a voler raccontare la storia e la cultura delle ballroom newyorchesi, avesse come obiettivo anche (e forse soprattutto) quello di raccontare cosa ha significato per una comunità come quella – colpita non solo dall’omofobia, ma dalla transfobia, dal razzismo e dallo sfruttamento – vivere gli anni della comparsa di un’epidemia quale è stata quella dell’HIV/AIDS. E per affrontare un tema simile non esiste un modo solo: pensiamo a It’s a Sin, la miniserie di Russell T. Davies che in cinque episodi è riuscita a raccontare un mondo come quello LGBTQ+ londinese attraverso l’analisi della piaga dell’AIDS senza risparmiarsi, in una narrazione che ha voluto mettere in scena quanto quella pandemia (a differenza di quella del 2020, potremmo aggiungere) sia stata completamente ignorata perché vista come “la malattia degli omosessuali” nel migliore dei casi, “la punizione divina per i peccatori” nel peggiore.
Pose nasce con uno spirito diverso: come dichiarato dallo stesso Steven Canals, sin dall’inizio il progetto era quello di concludere la storia con la distribuzione di un cocktail di farmaci funzionante contro l’AIDS, e quindi questo – oltre ad anteporre la narrazione al numero di stagioni, come dovrebbe fare ogni serie TV – stabilisce anche un mood diverso per lo show stesso.

Per questi motivi, e non solo, sin dalla prima annata Pose si è fatta la fama di essere una serie sui buoni sentimenti, quella con shade all’ultimo insulto, morti a ogni stagione, ma che poi immancabilmente lascia il pubblico soddisfatto e commosso per la riconciliazione di una lite, un rapporto risanato, una giusta premiazione alla giusta madre dell’anno. Questa terza stagione – benché non priva di difetti, come vedremo – preme sull’acceleratore in questo senso e, pur non rinunciando a mettere in scena personaggi secondari con atteggiamenti riprovevoli, sembra davvero tenerci molto a mostrare che, quando un personaggio agisce in modo giusto, lo fa senza zone grigie: non abbiamo mai l’illusione che qualcuno si stia comportando bene solo per poi cedere alla prima difficoltà (caso esemplare: Christopher, che da quando scopriamo essere compagno di Blanca semplicemente non ne sbaglia una), e anzi, tutte le volte che qualcuno mostra un qualche grado di pentimento (la zia di Pray, la madre di Cubby) viene accolto senza la minima remora, perché – e questo sembra essere davvero il messaggio di fondo di queste ultime puntate – la vita è troppo breve per non perdonare immediatamente chi si pente sul serio. Chi non lo fa (il padre di Angel, la madre di Elektra) non viene risparmiato da una seconda chance, ma quando dimostra di non avere la benché minima intenzione di mettere in discussione se stesso in nome di una figlia viene lasciato esattamente dove stava – nella solitudine della propria ignoranza.

Prendiamo ad esempio uno degli eventi che più hanno suscitato buzz mediatico sulla serie: il rapporto di Elektra con la mafia, il suo arricchirsi all’inverosimile senza pagare mai le conseguenze di un’alleanza grave. L’idea che l’effetto-favola potesse applicarsi anche qui è risultata ai più decisamente sconveniente, senza tuttavia considerare che la Storia non viene mai dimenticata da Steven Canals e non dovremmo farlo nemmeno noi: che ci piaccia o meno, a partire dagli anni ’60 la comunità LGBTQ+ newyorchese, costretta a vivere ai margini di una società che ne voleva la sparizione immediata a colpi di leggi repressive, è stata aiutata proprio da chi quelle leggi non ha mai voluto rispettarle. Lo stesso StoneWall Inn, il bar di New York dalle cui celebri rivolte del ’69 nasce la commemorazione del Pride, era controllato dai Genovese, famiglia di mafiosi italo-americani che garantiva al suo interno quella tranquillità che altrove non era possibile trovare.
Si è abituati a voler vedere punite le persone che, su uno schermo, collaborano con organizzazioni criminali, semplicemente perché si ritiene il proprio senso di giustizia più importante della rappresentazione di una realtà, o perché si pensa (sbagliando) che sia compito di una serie TV o di un film quello di istruirci o di mandare messaggi positivi – e basti pensare a Gomorra in questo senso. La verità è una sola: la collaborazione tra comunità LGBTQ+ e mafia negli Stati Uniti è esistita davvero, e forse dovremmo più concentrarci sul perché una comunità è stata spinta così ai margini da dover chiedere aiuto alla mafia piuttosto che chiederci perché una Elektra Abundance non venga punita per l’orrendo crimine di essersi arricchita al punto di mangiare caviale ogni giorno (e, tangenzialmente, di riutilizzare quei soldi per fare del bene, senza urlarlo in giro).

Si potrebbero citare mille esempi in questo senso, ma basti pensare a due scene in particolare: Ricky che capisce il sacrificio di Pray e viene supportato da entrambe le sue mother, Elektra e Blanca; e queste ultime che, in sedi diverse, si accorgono che qualcosa non va nelle loro figlie, Lulu e Angel, con un colpo d’occhio alla loro troppo rapida perdita di peso. Un’intuizione immediata, una preoccupazione che dice tutto senza dire poi molto – e del resto, come rispondeva Elsa Morante alle persone a cui chiedeva quale fosse la frase d’amore più vera: “No, la frase d’amore, l’unica, è: hai mangiato?”.

Non possiamo non considerare, poi, la scelta molto probabilmente non casuale di Billy Porter di rivelare di avere l’HIV proprio quando venivano trasmesse le puntate del decadimento del suo personaggio, Prayerful Tell, la cui storyline in questa stagione ha seguito gli andamenti stessi del percorso per una cura per l’AIDS: tortuosa, piena di imprevisti e anche di inaspettate sorprese.

Non lo vediamo di frequente su uno schermo, anzi: sappiamo quanto spesso il pietismo di certa scrittura voglia cristallizzarsi lì, sui sogni non realizzati di chi ha una condanna a morte sulla testa. Ma Pose prende un’altra piega, tutt’altro che felice dato che Pray morirà comunque, ma lo farà decidendolo in prima persona; stabilendo di sacrificarsi e per chi, nel momento in cui sente che dalla sua vita ha davvero avuto tutto quello che poteva avere.
Il dialogo tra Pray e Blanca prima della loro ultima, commovente esibizione (peraltro una delle migliori della serie, sulle note di “Ain’t No Mountain High Enough” di Diana Ross) è rassicurante in questo senso: “I’ve left a lasting mark. And I understand that now”. E certo, non rende meno dolorosa la scena in cui Pray saluta il mondo e se stesso struccandosi per l’ultima volta prima di andare a morire nel suo letto, come era il suo desiderio, ma sappiamo anche che per una volta le cose sono andate come dovevano; che un personaggio come Pray, l’incarnazione del libero arbitrio e della scelta individuale, era quello che più di tutti poteva passare attraverso questo calvario e uscirne vincitore anche da morto.

Pensiamo a Lulu, la cui dipendenza dal crack viene ritagliata negli angoli delle puntate e la cui fuga ci viene raccontata con un messaggio in segreteria a Elektra; o alla relazione tra Blanca e Christopher che avrebbe sicuramente beneficiato di un flashback esplicativo su come i due sono arrivati a creare quel legame così forte che attraversa la stagione sostenendola il più delle volte.
Ci sarebbe molto da dire anche sulla gestione del personaggio di Damon, che purtroppo è stato eliminato dopo la prima puntata per cause di forza maggiore (l’attore Ryan Jamaal Swain ha perso la sorella nel luglio 2020) e che tuttavia, nelle due volte in cui viene nominato, diventa inspiegabilmente alcolista, scappa, poi si ravvede e si ricostruisce una vita a Chicago.
Risulta insomma abbastanza chiara una certa frettolosità generale, evidenziata anche dai pochi momenti nelle ballroom di questa annata (anche se, inutile dirlo, iconici: l’idea di far vedere la prima volta di House of Abundance nella ballroom – che peraltro ha come tema il mondo delle favole, e non pare un caso – è stata sicuramente una sorpresa gradita).

Ciononostante, Pose ha fatto ciò che nessun’altra serie è riuscita a fare prima: ha dato voce a una storia, quella dei veri protagonisti delle ballroom newyorchesi che troviamo nel documentario Paris Is Burning di Jennie Livingstone, dando il microfono a chi aveva il diritto di raccontarla. Steven Canals, queer e afro-latinx, Janet Mock e Our Lady J, due donne transgender, hanno raccontato questa storia nel solo modo in cui poteva essere raccontata – e se per una volta una minoranza oppressa vuole avere una serie che parli delle loro difficoltà facendo prevalere non la pietà ma l’amore, non c’è proprio nulla di sbagliato; e infine il già citato cast, con la sua importantissima componente gay e transgender, ha di fatto segnato un punto dal quale non si potrà più tornare indietro.
Voto Stagione: 7½
Voto Serie: 8/9

Stagione che, di suo, avrebbe forse faticato a raggiungere il 7: troppo patetismo, troppe soluzioni ‘telefonate’ (la morte di Pray Tell, con tanto di ultimo saluto a Blanca). Troppi buchi di trama, con parti come da te correttamente riportato solo accennate, che avrebbero avuto bisogno di essere narrate adeguatamente (in questo, Pose mi ha un po’ riportato alla mente l’ultima stagione di Girls). Ma davvero questi personaggi ti lasciano qualcosa dentro e se c’é qualcuno che si merita tutti i finali zuccherosi del mondo sono proprio loro e so già che mi mancheranno. Grazie per gli articoli che hai loro dedicato in questi anni, Federica.
Grazie Genio! Ti dirò, io sono molto meno critica, nel senso che sicuramente in questa stagione ci sono troppi passaggi rapidi, soluzioni che di sicuro non sono sorprendenti… però per dire, sulla morte di Pray non sono così negativa: non è il primo e non sarà l’ultimo a “sentire” che sta arrivando la fine, e soprattutto in onore di un personaggio così enorme ci sta che la sua uscita di scena sia in qualche modo perfetta, sotto tutti gli aspetti. Insomma, se volessimo proprio fare la tara, ci sono serie tv molto meno “fiabesche” (passami il termine, ma ci siam capiti) e che comunque hanno morti super telefonate proprio per dare il giusto tributo ai personaggi – e mi viene da dire che in alcuni casi è proprio giusto così, alla fine stiamo guardando una serie TV, non un documentario -, figuriamoci se non ci stava in Pose!
In ogni caso, al di là poi del gusto e del limite soggettivo, a livello complessivo siam d’accordo, ecco: si meritano tutto, e anche di più! Ci mancheranno, davvero 🙂
…non sapevo di Billy Porter e così la sua interpretazione diventa ancora più toccante: l’episodio a lui dedicato, con quel finale cantato, mi ha fatto piangere di brutto! Ecco, per me Pose è stato un musical senza la musica; un racconto corale, una ventata di positività (in tutti i sensi) in salsa barocca capace di emozionare.
Hai proprio ragione, per molti versi per me Pose è stata una serie musical, anche se non nel senso canonico del termine.
E la storia di Pray Tell, straziante e bellissima al tempo stesso