
La risposta è sì, anche se sul risultato globale della serie bisognerà fare qualche riflessione a parte.
La seconda stagione riparte esattamente da dove eravamo rimasti (il bacio tra Devi e Ben in macchina subito dopo la cerimonia dedicata al padre), a cui si aggiunge l’arrivo di Paxton direttamente a casa Vishwakumar, cosa che ci fa capire ben presto la direzione che questa seconda stagione decide di intraprendere: quella del triangolo amoroso, che già in parte era stata elaborata lo scorso anno e che qui viene portata al livello successivo.
La scelta può considerarsi a un primo sguardo come prevedibile – e non solo per l’abusato trope narrativo, ma anche per l’utilizzo del classico cliché del personaggio insicuro che, non appena guadagna un po’ di autostima, decide di fare il passo più lungo della gamba, facendoci intuire sin da subito che le cose non finiranno per niente bene –, e tuttavia la gestione da parte di Kaling e Lang risulta sin da subito orientata a un altro fine.

È questo che la spinge a tradire sia la fiducia di Ben che quella di Paxton: non ha intenzione di ferirli, ma solo perché la questione non le passa minimamente per la testa; presa dall’egocentrismo, dal suo non essere più isolata dai gruppi “che contano” nella scuola, dall’avere addirittura due ragazzi che vogliono stare con lei, Devi decide di agire pensando solo ed unicamente a se stessa.
Questo genere di comportamento (uscire con due persone all’insaputa di entrambi) viene in genere rappresentato nella TV teen da ben altri personaggi: da maschi – come puntualmente fa notare Devi; da personaggi secondari che frequentano comparse, a cui dunque il pubblico tende a non affezionarsi; da protagonisti, sì, ma in periodi oscuri della loro vita, o sotto l’effetto di sostanze; e soprattutto, se usato come trope, viene portato avanti per diversi episodi, proprio perché il suo ruolo è quello di portare scompiglio nella trama. Quello che accade invece qui è l’esatto opposto: a comportarsi male, platealmente male, è la nostra protagonista Devi, che viene però scoperta subito e isolata praticamente da tutti.

La questione del lutto viene affrontata in un modo piuttosto anticonvenzionale, come se venisse quasi accantonata e menzionata solo in alcune sue conseguenze: la scelta di Nalini di tornare in India per avere la famiglia accanto – salvo poi comprendere che l’unica famiglia di cui aveva bisogno era la suocera, un’ottima aggiunta al cast; l’utilizzo di Devi di un messaggio vocale di suo padre per calmarsi. Dei piccoli accenni, dunque, destinati ad esplodere sia per la ragazza che per sua madre: e se lo sviluppo di quest’ultimo personaggio è forse una delle parti più interessanti di questa stagione, con la necessità di andare avanti con la sua vita e al contempo il senso di colpa e la difficoltà di farlo davvero, è con Devi che il percorso arriva alla sua apoteosi e ci rende chiaro quello che forse avevamo visto, ma con poca attenzione, durante tutta la stagione. Il lutto non ancora elaborato viene quasi del tutto messo da parte e offuscato dalla vita adolescenziale della protagonista perché questa è la sua scelta, ma non smette mai di essere presente perché Devi è in una situazione profondamente delicata: è una ragazza piena di insicurezze che ha visto morire suo padre, che è finita in sedia a rotelle per il trauma – un evento che viene menzionato una volta sola in questa stagione, anche in questo caso come se fosse stato accantonato solo per tornare con tutta la sua potenza – e che reagisce a tutto questo comportandosi spudoratamente male e da egoista.

Un esempio pratico di come funziona questo meccanismo è la questione dell’epiteto “Crazy-Devi”, che viene usato con leggerezza durante la stagione da diversi compagni di scuola e che, nel momento in cui viene accennato dalla madre Nalini, porta all’esplosione di Devi: non di rabbia, come ci aspetteremmo visti i suoi trascorsi, ma di paura. La domanda che prima o poi ci siamo posti tutti nella vita durante un periodo impossibile da sopportare, con reazioni ingestibili e sentimenti più grandi di noi – “sono pazzo/a?” –, viene qui svelata durante una seduta con la psicologa in cui Devi mostra come tutti quei “Crazy-Devi” che le sono stati rivolti non le sono affatto scivolati addosso, come poteva sembrare, ma sono stati solo messi da parte, fino a quando quella domanda è diventata rivolta a se stessa, come a collegare tutto. Sono pazza se non so controllare la mia rabbia? Se agisco in maniera impulsiva? Se la morte di mio padre mi ha portata alla paralisi?

La conclusione, con il pentimento di Paxton e la loro prima uscita pubblica al ballo, viene tuttavia rovinata dalla necessità di inserire un cliffhanger a tutti i costi che lasci di nuovo aperte le questioni con Ben – basti pensare all’assolutamente non necessario discorso di Eleanor a quest’ultimo, che sembra piazzato apposta per creare un po’ di scompiglio a pochi secondi dalla fine dell’ultima puntata.

Anche il personaggio di Kamala, che in questa stagione viene molto più sviluppato soprattutto nell’ambito lavorativo, segue un percorso simile: sarà proprio il confronto con Devi a far comprendere alla donna come certo, non si possa essere costantemente arrabbiati col mondo come la cugina, ma che ogni tanto bisogna provare una rabbia simile per cambiare le cose, soprattutto in una società sessista e razzista che non si crea alcun problema a sottovalutare il ruolo delle donne sul lavoro.
Da non dimenticare un personaggio fondamentale come John McEnroe, il narratore delle vicende: il suo intervento nella storia non ha più usufruito dell’effetto sorpresa della prima annata, ma rimane un elemento divertente e mai inopportuno – così come in questa stagione la brillante sostituzione con Gigi Hadid nella puntata incentrata su Paxton, praticamente perfetta sia nelle intenzioni (una parodia della condanna della bellezza) sia nell’esecuzione.
Quello che emerge nel complesso dalla costruzione di tutti gli altri personaggi – la già citata Nalini, ma anche Eleanor con la sua relazione tossica, Fabiola con le sue difficoltà a capire fino a che punto la propria identità possa essere messa in discussione – è che il lavoro svolto sia stato lodevole nella gran parte dei casi, ma che per una serie di 10 puntate da mezz’ora ciascuna ci sia stato un po’ di sovraffollamento. Non si tratta di eccessiva confusione nella gestione delle storyline, ma probabilmente alcune di queste avrebbero beneficiato di qualche scena in più per essere rappresentate al meglio – la scelta di Kamala di allontanarsi dal suo quasi fidanzato si basa su pochi scambi tra i due, che potevano senza dubbio essere gestiti meglio, così come la relazione di Nalini con il dottor Jackson.

Never Have I Ever è a suo modo un coming of age ma focalizzato sul trauma, che in questa seconda annata decide di mostrarci come a causa di quest’ultimo si possa anche agire in maniera terribile ma senza essere per forza dei villain stereotipati; è possibile insomma anche per le serie teen più leggere avere dei protagonisti egoisti e respingenti ma al contempo realistici, e questo accade solo se la parte narrativa ha degli obiettivi ben chiari. Devi Vishwakumar, interpretata da una Maitreyi Ramakrishnan ancora più brava che nella prima stagione, si è rivelata una protagonista in grado di attirare e respingere il pubblico in egual modo: si spera che questo possa portare ad una terza stagione (non ancora confermata) o a dare nuova linfa a questo genere di serie adolescenziali.
Voto: 7½
