In questo periodo è inevitabile che le narrazioni siano molte volte delle riflessioni intorno al tema della solitudine o comunque che girino intorno al significato dell’isolamento forzato, il tempo che passiamo (abbiamo passato?) soli con noi stessi e in cui è inevitabile non pensare al tempo che scorre. Forse mai come nell’anno domini 2020, che sarà ricordato per sempre negli annali come l’anno della pandemia, il tempo ha assunto un valore completamente diverso rispetto al passato.
Il punto, però, è che parliamo di un passato recentissimo, le cui ferite sono inferte soprattutto dalla memoria di un passato altrettanto recente che era fatto di una velocità sociale molto forte e che ha subito una battuta d’arresto improvvisa, inaspettata e per certi versi quasi inaccettabile. Come ci insegna la grande letteratura, è molto complicato se non impossibile parlare di qualcosa di cui si è testimoni diretti, perché molte volte la parola non arriva a coprire quella che è l’esperienza personale, risulta sempre qualcosa di manchevole, come se si mancasse costantemente il punto focale e non si riuscisse davvero a ricreare fino in fondo le emozioni, i sentimenti, le sensazioni provate. Allo stesso tempo però parlare, raccontare, dire sono avvertiti come una necessità: affidare l’esperienza alla ricreazione artistica significa anche rivedere il vissuto, metterlo in prospettiva e allargarne le maglie per trovare intorno a sé altrettante solitudini, affinché essa stessa diventi condivisa, tanto da essere esorcizzata se non addirittura scomparire.
Ed è qui che allora si inserisce un prodotto come Solos, creato da David Weil che l’anno scorso si era già distinto per Hunters, serie prodotta sempre da Amazon e che tra i protagonisti vedeva una vecchia star blasonatissima come Al Pacino. La serie era basata sui racconti della nonna di Weil circa la sua esperienza di sopravvissuta alla Shoah e ha provato a raccontarne l’esperienza usando toni divertenti, divertiti e alle volte fin troppo irriverenti. Almeno da questo primo episodio, Solos non sembra andare troppo lontano da quel mood narrativo e sceglie di raccontare in questo caso il rapporto con il tempo e con la morte mettendo al centro della scena Anne Hathaway in tre diverse “versioni”: il passato, il presente e il futuro. L’intero episodio, che dura circa trenta minuti, scritto da Weil stesso e diretto da Zach Braff, è nulla più che un monologo in cui Leah, la protagonista, prova a viaggiare nel tempo per riuscire a parlare con la se stessa del futuro e cambiare il corso della sua vita.
Il problema dell’episodio non è tanto nelle intenzioni o nella forma, perché ha sicuramente dalla sua di avere un’attrice brava e anche una semplicità narrativa che permettono di cogliere subito il punto della narrazione e anche la motivazione che porta a scegliere un tema del genere. Come premesso, mai come in questo periodo è stato inevitabile riflettere sul passato e avere la possibilità di parlare con i se stessi del passato o del futuro per poter dire loro cosa fare o cosa non fare, o ancora meglio sentirsi dire cosa fare o cosa non fare; è un desiderio intrinseco dell’uomo che mai come ora vorremmo poter esaudire. Eppure nulla di questi aspetti riesce a salvare l’esperimento e tanto meno fa meglio sperare negli episodi successivi, che sono sette e hanno quasi tutti dei nomi molto importanti tra gli attori protagonisti, da Morgan Freeman a Helen Mirren, che non hanno di certo bisogno di alcuna presentazione.
Forse il problema più grande, perlomeno di questa interpretazione della Hathaway, è la sovraesposizione recitativa, fatta di un’esasperazione che se giustificata dalla voglia di far passare il disagio e la tristezza della sua attuale condizione, dall’altra parte però crea un certo fastidio nello spettatore che vede ben tre versioni di Leah completamente esasperate su tre fronti completamente diversi. Il passato è fatto di ingenuità e speranza per il futuro, il presente invece è di piena solitudine e tristezza a cui si vuole trovare a tutti i costi un rimedio; il futuro è una rassegnata e antipatica altezzosità a cui è impossibile credere. Il tutto però è circoscritto in un arco temporale che va dal 2019 al 2026, quindi concentrandosi su una distopia parziale e veramente limitata nel tempo. Forse c’è anche un simbolismo fin troppo evidente che disturba, un monito abbastanza banale per cui “nonostante tutto, il tempo scorre e cambia le cose voracemente”, per cui non serve aspettare troppo a lungo perché, anche se oggi sembra impossibile, tutto muta fin troppo repentinamente – il tempo di una centrifuga, si potrebbe dire. Forse questa sensazione di banalità viene proprio dalla difficoltà di farsi testimone di qualcosa troppo vicino nel tempo, perché il non distacco, non dare tempo all’elaborazione e quindi alla vera metabolizzazione dell’evento porta ad un racconto manchevole, banale e quindi non rappresentativo.
Paradossalmente, però, Solos non appare come un’occasione mancata o un brutto esperimento, ma almeno dal suo pilot emerge come uno step necessario per capire come indirizzare questa tipologia di narrazione, una sorta di passaggio inevitabile per arrivare ad un certo punto ad una storia che davvero possa arrivare a reinterpretare e quindi farci rivivere cosa sia significato il passato recentissimo dell’umanità intera, cosa e come abbia agito sulle nostre menti e le nostre percezioni. Questa irritazione nello spettatore forse viene fuori oggi perché ora siamo desiderosi solo di dimenticare e tornare a vivere come facevamo, quando invece sarebbe almeno in parte corretto cercare di parlare, raccontare e condividere. Magari è solo il tempo, questo amico/nemico, a non essere ancora maturo.
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