
Questa ottava e ultima stagione giunge al termine di un percorso travagliato: la serie era a suo tempo cominciata sulla Fox ed è stata salvata da NBC dopo l’inaspettata cancellazione alla fine della quinta stagione. L’approdo su Netflix ha poi contribuito ad aumentarne la fama e la diffusione, tanto che ad oggi è uno degli show comedy più influenti – e divertenti – del panorama contemporaneo. Questo successo non arriva certo per caso: Brooklyn Nine-Nine è, infatti, una serie in qualche modo atipica rispetto alla televisione che siamo abituati a guardare oggi; è uno degli ultimi show con una struttura tradizionale – trama orizzontale appena abbozzata, episodi di venti minuti che escono settimanalmente, nessuna virata verso la dramedy – a riuscire a non risultare minimamente anacronistica, anzi. Il suo segreto sta in primis nella scrittura dei personaggi e delle storie, sempre impeccabile nell’affrontare argomenti anche molto impegnativi, o situazioni quantomeno scomode, con la leggerezza di chi sa come parlarne e scherzarci sopra ma senza mai cadere nella trappola della banalizzazione. Questo pregio è dimostrato proprio dalla premiere di questa ottava stagione, che porta a galla il tema dell’abuso di potere da parte della polizia, una sorta di necessaria risposta all’omicidio di George Floyd della primavera del 2020.

Per forza di cose questo tema non può essere analizzato fino in fondo, ma dal poco che si vede gli autori pare abbiano le idee chiare sulla sua complessità, e sono abbastanza intelligenti da non lasciarsi tentare da facili banalizzazioni – non che Brooklyn Nine-Nine ci abbia mai abituato a questo. In qualche modo tutto l’episodio sceglie deliberatamente di sviscerare i temi politici “caldi” del presente storico degli Stati Uniti d’America: è infatti quello che accade anche nella storyline dedicata a Terry e Charles, con quest’ultimo che cerca in tutti i modi di palesare il suo supporto alla causa degli afroamericani con il chiaro intento di mostrarsi un alleato nei confronti del sergente. Gli unici personaggi che, in parte, rimangono fuori da queste questioni sono Amy e il capitano Holt che, tuttavia, sono protagonisti di un segmento di episodio tanto tenero quanto struggente, poiché culmina con la rivelazione dello stato disastroso del matrimonio di quest’ultimo.

Prendersi un intero episodio per sviluppare la sottotrama legata al matrimonio del capitano Holt è una scelta azzeccata, anche considerata la centralità del personaggio nelle dinamiche della serie. Non è scontato nemmeno il fatto che venga messo in luce il comportamento tossico di Jake che, nonostante le buone intenzioni, cerca in tutti i modi di intromettersi nella vita degli altri e condizionarla senza alcun diritto. “The Lake House” è un episodio molto più leggero e autoconclusivo del precedente, ma non per questo meno riuscito; il punto al quale è arrivata la serie dopo otto stagioni porta ormai a considerare il gruppo come una grande famiglia e le puntate costruite in questo modo non fanno che rafforzare quest’idea – e poi per la prima volta anche il piccolo Mac si unisce all’azione.
Brooklyn Nine-Nine è tornata e la felicità di poter riabbracciare virtualmente i personaggi ai quali ci siamo affezionati in questi anni è compensata dalla consapevolezza di stare assistendo agli ultimi episodi dello show. I primi due atti di questa stagione finale mantengono altissimo il livello della scrittura, sia proponendo una riflessione intelligente sui temi caldi degli ultimi mesi, sia continuando a far ridere come pochi altri prodotti oggi in circolazione.
Voto 8×01: 8
Voto 8×02: 7½
