
“You think I’m in trouble?”
“Yes. I think you’re a Trump official who trained an insurrectionist in firearms…”
“I didn’t train…”
“…And then arranged for them to scout the Capitol.
I think that’s the definition of trouble.”
Un punto da cui non si poteva certamente prescindere, non con una serie come questa, era l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021, e aver optato per Kurt come potenzialmente coinvolto è stata una mossa rischiosa ma anche estremamente intelligente. Quante volte abbiamo visto lui e Diane discutere da punti di vista opposti e ci siamo comunque consolati nel vedere che persino una donna fermamente democratica e un uomo solidamente repubblicano potevano trovare un modo per far funzionare il loro rapporto?

C’è un aspetto romantico, quasi favolistico nel vederli trovare sempre una soluzione come accade nel season finale, eppure il dubbio si è insinuato con più forza rispetto ad altre volte; il caso legale di Kurt ha avuto conseguenze anche sulla posizione lavorativa di Diane – come vedremo più avanti; e, sebbene il messaggio dei King sembri essere in ultima analisi volto alla conciliazione quando possibile (si vedano i riferimenti al rapporto tra Ruth Bader Ginsburg e Antonin Scalia), in questa stagione non possiamo che sentire quanto da una parte non ci siano più le certezze di una volta, e dall’altra quanto sia comunque una forma di privilegio quella di poter mettere da parte certe differenze ideologiche in nome del proprio amore (una coppia mista ma anche due persone di classi sociali diverse difficilmente sarebbero giunte alla medesima conclusione, dato che la politica impatta sulle loro vite in maniera più consistente rispetto a due persone bianche di classe alta).
Justice is only just if it’s available to everyone

Dove sta quindi l’innovazione da parte dei coniugi King?
Per riadattare questa storia al 2021 era necessario cambiare un dettaglio di non poco conto, cioè la professionalità: a differenza di Wapner, il personaggio di Wackner non è affatto un giudice – scopriremo solo alla fine il suo vero lavoro – ma un comune cittadino che, con quello spirito che negli ultimi 10/15 anni ha invaso gli Stati Uniti (e non solo), vede nella partecipazione diretta alla cosa pubblica la più alta forma di “giustizia e giustezza” al mondo. Non è un mistero come in questi ultimi anni un po’ dappertutto abbiano preso piede movimenti populisti e richieste di democrazia direttissima che, nei loro estremi, possono condurre anche a questo: auto-darsi il compito di intervenire laddove il potere risulta fallimentare, in un’ottica per cui il potere è del popolo e quindi tutti possono esercitarlo se coloro a cui hanno dato delega non soddisfano i (loro, personali e soggettivi) requisiti.

Dove però questa storia non funziona è nel suo bilanciamento: occupa troppo spazio e, sebbene funzioni perfettamente all’inizio e nella sua conclusione, è impossibile non sentire soprattutto nella seconda metà un senso di fiacchezza nella scrittura, come se per diverse puntate si cercasse di evidenziare quello che è già ovvio. La storia insomma comincia a perdere la sua presa prima di arrivare a degna conclusione, e se mantiene alta una parte del suo fascino è grazie al già citato Mandy Patinkin, all’ottima alchimia con Sarah Steele e ad alcuni casi che vengono rappresentati al “distretto giudiziario 9¾”.
“Fighting the good fight”: dove sono le giuste battaglie?

Tutto l’aspetto legale ne esce un po’ peggio del solito, anche per i personaggi coinvolti. Marissa ha finalmente deciso di diventare avvocata e, per quanto il suo coinvolgimento con Wackner sia avvincente e per certi versi innovativo, sono pochissime le volte in cui la vediamo alla prova nel vero senso della parola; Carmen Moyo, che sin dall’inizio si preannunciava un’aggiunta di grande valore soprattutto per il suo comportamento in generale e con Liz in particolare, si è rivelata un buon personaggio, con un discreto margine di crescita per il futuro, ma dalle cui premesse ci si aspettava di più, soprattutto per quell’aura di mistero che sembrava avvolgere ogni sua mossa all’inizio e che invece è sfociata in un nulla di fatto. Jay, infine, che rimane l’unico ad avere un legame con la vicenda pandemica – ed è importantissimo ad oggi parlare di Long-Covid –, risulta come al solito essenziale per molti aspetti, ma la natura delle sue allucinazioni lascia un po’ perplessi, soprattutto per come di fatto non viene contestualizzata in alcun modo se non come generico sintomo post-Covid. La genialità dei coniugi King nel giocare con l’assurdo è indiscutibile, ma a volte, sebbene di rado, si ha l’impressione che non riescano (insieme alla loro writers’ room) a vederne i limiti: era successo nella terza stagione con la decisione di usare i “The Good Fight Shorts” in ogni episodio e succede qui con le allucinazioni di Jay, perfette all’inizio, eccessive e sempre meno interessanti a mano a mano che vengono reiterate.
I think I like starting over. I like the… the chutes and ladders of life.
I mean, I want the corner office, but then I want to slip back to the beginning and fight for the corner office.

D’altra parte, è di certo comprensibile che gran parte dello studio abbia problemi a vedere Diane capa al 50% quando suo marito è stato in qualche modo coinvolto con quanto accaduto il 6 gennaio, considerando inoltre che è stata la stessa Reddick/Lockhart a difenderlo. E ciononostante, è altrettanto vero che stiamo parlando di una donna sì privilegiata ma pur sempre di una donna, che ha dovuto farsi strada in un mondo scritto e gestito da uomini e per uomini – non è un caso che lo “spirito guida” di Diane, per la sua vita privata ma anche per le scelte in ambito lavorativo, sia Ruth Bader Ginsburg, che fu giudice della Corte Suprema e soprattutto una donna bianca il cui contributo nel mondo dei diritti civili statunitensi è stato indescrivibile.
Per la prima volta Diane si ritrova a dover confrontarsi non con la sua lotta personale ma con il suo privilegio, a dover mettere sul tavolo le sue aspirazioni in quanto donna in un mondo di uomini e al contempo il suo “senso di colpa bianco”; non sempre però queste due parti riescono a bilanciarsi in modo da produrre delle reazioni con cui ci si possa relazionare in modo positivo.

I King ci hanno abituato da tempo a osservare la realtà da diversi punti di vista, anche quando scomodi, e lo dimostra ad esempio il doppio approccio al concetto del “politicamente corretto” e della “cancellazione”: da una parte la puntata con la stand up comedian e il tema di una comicità impossibile, passata al vaglio della sensibilità individuale; dall’altra l’episodio con il comedian simil-Louis CK e la professoressa del caso legato alla parola “n-word-ly”. Puntate diverse, casi differenti, punti di vista da calare nelle singole realtà ogni volta.

Il punto è proprio questo, ed è una delle parti meno riuscite di questa stagione: aver reso questo confronto/scontro una guerra tra chi è più discriminato, senza chiamare in causa i veri responsabili, ossia il patriarcato e il colonialismo. È stato difficile assistere per un’intera stagione a un conflitto che sicuramente aveva le sue valide ragioni per esistere, ma che ha messo una contro l’altra due donne che non dovevano proprio starci dalle parti opposte della barricata; o che quantomeno avrebbero potuto starci a patto di giungere ad una diversa conclusione.
Va riconosciuto tuttavia ai King di avere sempre un modo eccellente di raccontare i rapporti di persone in conflitto – sin dai tempi di The Good Wife con il trio Alicia, Will e Diane – ed è così che colpisce per creatività e risulta adatta al tono della serie la sottotrama di Liz e Diane che, per via di un folle servizio giornalistico di Fox, finiscono nella settima puntata con l’essere considerate una coppia di fatto non solo dal giudice del caso che stanno seguendo, ma anche dalla stessa STR Laurie. La gestione della tensione non è mai stata un problema per gli autori e anche in questo caso si dimostrano abili ad abbassare il tono proprio quando sembrava diventato insostenibile.

Voto: 7+

D’accordo sul voto, Federica. Nel corso della stagione, mi sono chiesto anch’io cosa mancasse, più volte. Di certo non ha aiutato la perdita di molti dei personaggi dai quali la serie era partita – eccezion fatta per Diane. Sicuramente l’aspetto legal non era mai stato il punto forte di The Good Fight, non come lo era stato per The Good Wife. O, semplicemente, la rimozione del totem Trump presente dalla prima puntata ha fatto sgonfiare tutto il resto. Peccato perché gli attori sono bravi, perché la scrittura è sublime, e perché al mondo del King ci siamo affezionati. Ma forse sarebbe giunto il momento di far calare il sipario.
Ciao, scusa ma mi ero persa il commento! Ma sai che non sono mica tanto d’accordo sul fatto che l’aspetto legal non fosse il punto forte della serie? Secondo me invece lo è stato eccome, semplicemente è stato mescolato con l’attualità e questo ha permesso di mettere in scena dei casi tratti dalla realtà contingente e di cui far vedere aspetti non scontati, con punti di vista non convenzionali (mi viene da pensare al #metoo, per dirne uno). È anche per questo che questa stagione mi ha delusa sotto questo profilo, perché appunto, come mi chiedo nella recensione, dove sta la giusta battaglia? Se parliamo di quella interna alla firm, come ho scritto non credo sia stata gestita benissimo. Per il resto… Ecco, i casi interessanti non vengono certo dalla Reddick/Lockhart. Non so, forse davvero la perdita di Boseman e Quinn è stato un colpo da dover metabolizzare in più tempo. Io sono convinta che possano tornare sui binari dell’eccellenza, quindi nono, per quanto mi riguarda teniamo su il sipario e incrociamo le dita! ?