
Il 2002 era praticamente il giorno dopo l’11 settembre, e tutti sappiamo quanto l’attentato al World Trade Center abbia ispirato tutto un filone letterario pessimista e volto a esplorare in modi sempre diversi il possibile declino dell’umanità. La fine del mondo è diventata improvvisamente mainstream e tutti vedevano un cielo nuvoloso all’orizzonte per il pianeta Terra: nel caso di Y: The Last Man Vaughan si è immaginato un misterioso e improvviso evento che ha eliminato tutti i mammiferi con il cromosoma Y lasciando dunque sostanzialmente il mondo da ricostruire in mano al genere femminile. La premessa è di quelle con un potenziale quasi illimitato, anche se, come abbiamo già sperimentato, in tv i risultati possono essere molto diversi: se paragoniamo per esempio uno show molto riuscito come The Leftovers che parte da premesse simili – l’umanità deve fare i conti con un evento apocalittico di portata planetaria – con un’altra distopia televisiva di qualità discutibile come Brave New World – tratta dal classico di Huxley – o addirittura con The Walking Dead si capisce che il ventaglio di possibilità che si aprono all’orizzonte per questa serie è davvero ampio.

Il primo episodio, per esempio, è un lungo antefatto che introduce tutti i personaggi mostrando i dieci giorni precedenti alla catastrofe. Il secondo, d’altro canto, mostra le conseguenze dirette dell’evento e come l’umanità – anche se in realtà lo show è ambientato solo negli Stati Uniti – ha reagito ad esso, tra il panico generale e le istituzioni che cercano di ricostruire dalle macerie. Il terzo comincia a costruire maggiormente in vista del resto della stagione, composta da dieci episodi, con un focus maggiore sul personaggio di Yorick e sul suo futuro, oltre che approfondire le altre sottotrame che faranno da completamento a quella principale.

Questi aspetti sono ovviamente ancora acerbi nei primi episodi della serie, concentrati più sull’emergenza e sui momenti critici dei primi giorni dopo l’infausto evento piuttosto che sulla proiezione verso il futuro; l’unico accenno ad una visione programmatica è legata all’esistenza di Yorick e si scopre solo alla fine del terzo episodio.
Il problema principale di questa partenza e di come sembra essere strutturato Y: The Last Man, tuttavia, è una certa difficoltà per la serie di trovare una propria identità: si diceva di come le narrazioni post-apocalittiche sono tantissime e molto simili tra loro, e lo show di FX si accoda difatti a questa scarsa originalità nella messa in scena. Utilizzare l’intero pilot come flashback prima di mostrare l’evento che farà partire la trama vera e propria appare da subito esagerato, soprattutto perché lo spettatore sa benissimo quello che accadrà – è la premessa della serie – e segue l’episodio solo in attesa di ciò; il resto appare come una distrazione piena di lungaggini. In tal senso sarebbe stato più funzionale un inizio in medias res, o un’idea originale – sebbene nei fatti non riuscitissima – come quella avuta dall’adattamento di quest’anno del romanzo di Stephen King The Stand, il cui pilot intrecciava senza soluzione di continuità scene prima e dopo la catastrofe non temporalmente consecutive.

Se da un lato, dunque, ci sono buoni indizi per aspettarsi una serie interessante anche dal punto di vista tematico, dall’altro chi si aspetta il prodotto che innoverà il genere potrebbe rimanere molto deluso. Si sospende il giudizio sulla chimica tra i protagonisti: tra i tre che si vedono di più in questi episodi spicca naturalmente la splendida Diane Lane, la sorpresa è Ashley Romans, mentre è abbastanza deludente l’interpretazione di Ben Schnetzer, al suo primo ruolo davvero importante.
Voto 1×01: 5
Voto 1×02: 6
Voto 1×03: 6 ½
Nota: nel fumetto non vi era alcun specificazione su come il virus avesse avuto effetto sulle persone transgender, per la serie però gli autori hanno specificato in varie interviste che l’argomento sarebbe stato trattato nella serie. A morire, infatti, sono tutti i mammiferi con il cromosoma Y, quindi anche eventualmente le donne trans; in questi primi episodi ci sono già un paio di linee di dialogo che sottolineano questo aspetto.

onestamente, non ho capito la chiosa sulle persone transgender. C’è un motivo particolare, la serie è stata criticata per questo o cosa?
Ciao leah! In effetti forse non era chiara l’intenzione di quella nota: in realtà non c’è stata nessuna critica perché le interviste citate sono state pubblicate nella fase di produzione della serie.
Semplicemente Eliza Clarke ha sottolineato come questo argomento fosse totalmente assente dal fumetto mentre lei ha ritenuto importante ci fosse nel suo “Y-universe”. Ho pensato di inserirla nell’articolo principalmente per due motivi: 1) è una questione interessante, anche perché il discorso sul genere si presta benissimo ai temi affrontati dalla serie; 2) penso che sia una scelta importante ed inclusiva, soprattutto perché avvenuta in totale autonomia e non in risposta a delle critiche per esempio.
Poi al momento (primi tre episodi) non è altro che un accenno, vedremo come il tema si svilupperà negli episodi successivi.