
“The Telephone Hour” e “Do You Hear What I Hear?” sono due episodi molto diversi per impostazione: se il primo si sviluppa quasi interamente tra una telefonata e l’altra, il secondo è quello in cui, come conseguenza, le cose si mettono in movimento. La rappresentazione è diversa – il primo preparatorio, il secondo quello che tira le fila –, ma a ben guardare sono solo due facce della stessa medaglia, e a sottolinearlo è il ritmo che sottende entrambe le puntate.
3×04 – “The Telephone Hour”
Ad un primo, superficiale sguardo, questo quarto episodio potrebbe sembrare solo un’infinita sequela di telefonate – come sottolineato in modo eloquente dal titolo. La realtà è che proprio attraverso il telefono, lo strumento che alla fine degli anni ’90 permetteva le comunicazioni più immediate, tutte le persone coinvolte riescono a mostrare parte di se stessi nascondendo i propri obiettivi, e al contempo a vedere della persona dall’altra parte del filo solo quello che vogliono vedere. A farla da padrona nell’episodio è certamente la sezione di chiamate dedicata a Monica Lewinski e Linda Tripp, dal momento in cui quest’ultima viene convinta da Lucianne Goldberg a registrare le telefonate per raccogliere delle prove concrete; ma non sono le uniche telefonate, e ciascuna di queste ha effettivamente avuto luogo nella realtà (anche se in alcuni casi in date diverse).

È paradossale tuttavia che proprio da queste due donne arrivi una visione decisamente più contemporanea di ciò che sta alla base della violenza e delle molestie sessuali, ossia uno sbilanciamento di potere. Risulta evidente nell’incontro tra Linda, Lucianne e Michael Isikoff, quando quest’ultimo si rifiuta di collaborare con loro perché nella relazione-scandalo “non c’è il quid pro quo”: nella visione di allora, infatti, parlare di molestia sessuale e di sfruttamento equivaleva obbligatoriamente alla presenza di un ricatto, o di una qualche forma di pagamento (soldi, lavoro) pur di mettere a tacere la donna coinvolta. Sono Linda e Lucianne a vedere molto più lungo, a osservare quello che oggi per noi (anche se purtroppo non per tutti) è chiaro: non si può parlare di rapporto paritario solo perché “lei accetta di stare con lui”, dal momento che il rapporto di potere risulta troppo sbilanciato. Ed ecco che quindi ritorna il concetto di potere politico da cui queste donne sono così lontane ma che subiscono come se non avessero altra scelta, come se il gioco prevedesse di mangiare o essere mangiate.

Ascoltare costantemente Monica – una giovane donna la cui instabilità emotiva dà i brividi, soprattutto grazie a una strepitosa Beanie Feldstein – con i suoi alti e bassi, che poi sono altissimi e bassissimi alternati senza soluzione di continuità e dipendenti da quell’uomo che ha su di lei un potere indescrivibile, porta Linda a esplodere, a discapito persino del suo piano. Il suo sfogo contro Monica può risultare una scena di cattiveria gratuita, ma forse quello che dovremmo chiederci è questo: se una donna adulta, più stabile e meno vulnerabile di Monica, è esplosa sotto il peso di quanto stava accadendo alla ragazza e dei suoi cambi d’umore; se è esplosa rischiando di sabotare il suo stesso piano, cioè continuare ad acquisire prove; ecco, se persino una donna ferrea come Linda Tripp a un certo punto ha urlato il suo “basta”, come doveva sentirsi l’allora 24enne Monica Lewinski, nel mezzo di questa bufera emotiva?

La svolta avviene proprio in questa puntata, quando in una delle poche conversazioni vis à vis tra Linda e Monica – che avviene nella stessa occasione della scoperta del famoso vestito – veniamo a conoscenza del passato della giovane Lewinski, segnato dalla violenza e dalla molestia sessuale subite sin da ragazzina. Monica è laureata in psicologia, non è priva degli strumenti per capire che quelli che l’hanno circondata erano predatori e lo dice chiaramente; ma allo stesso tempo è una donna che questi traumi li ha subiti, e che nonostante tale consapevolezza si convince che questo genere di uomini (Andy, Clinton) siano esattamente ciò che si merita.
La parte più triste dell’episodio è ciò che ne consegue, perfettamente rappresentato come in un effetto domino: le rivelazioni di Monica fanno scattare Linda, che rinuncia al libro pur di far saltare la sedia di Clinton il prima possibile, e in un modo che mostri a Monica quanto sia stata costretta a dire tutta la verità; rinuncia ai tabloid e va dritta sul caso Paula Jones, riuscendo a far mettere se stessa (e di conseguenza Monica) nella lista dei testimoni. È un peccato che questo accada proprio quando Revlon finalmente risponde a Monica con un’offerta di lavoro da cui la sua vita sarebbe ripartita; sappiamo invece che è proprio da qui che le cose andranno sempre peggio.
3×05 – “Do You Hear What I Hear?”
È l’episodio del giro di boa quello da cui non si torna più indietro: è il momento in cui tutte le persone coinvolte si ritrovano sul bordo di una situazione che all’improvviso cambierà per sempre, e non secondo le loro aspettative.
Abbiamo il giudice Kenneth Starr e il suo team, pronti a chiudere la procedura che avrebbe portato Clinton sulla strada dell’impeachment per il caso Whitewater perché manca la prova delle prove, un testimone; c’è Monica, pronta a trasferirsi a New York per il suo nuovo lavoro; c’è Linda, convinta di essersi tutelata con le registrazioni e di avere in mano tutto quello che le serve per incastrare Clinton, illudersi di farlo per salvare la sua amica e acquisire notorietà nel frattempo; infine c’è Paula Jones, che ha appena rinunciato a una cifra enorme (soprattutto se consideriamo che era il 1997) per delle scuse che spera di ricevere.

Monica è convinta di essere ad una firma di distanza dal rifarsi una vita; ed è una firma importante, intendiamoci, perché comporta uno spergiuro gravissimo. Ma abbiamo capito che tipo di persona sia Monica, quale peso abbiano su di lei le figure maschili, in particolare quelle che sanno manipolarla e nei confronti dei quali lei si pone sempre un gradino sotto (perché forse “se lo merita”, come diceva nella quarta puntata, la stessa in cui Vernon Jordan, nel momento in cui si proponeva di aiutarla, non si esimeva dal darle una palpata al sedere, come a ristabilire l’ordine delle cose, come a dirle: “Tu potrai avere successo, ma ricordati grazie a chi e soprattutto non ritenerti mai speciale o diversa dalle altre”). Monica è convinta che le cose per lei stiano davvero per cambiare, che “andrà tutto bene”, perché gliel’ha detto Vernon e anche Bill; ma non sa che dietro a tutto questo c’è la sua amica Linda che ormai da mesi muove i fili della sua vita senza che lei ne sia minimamente consapevole. Una donna che si spaccia come sua amica, ma che non ha la minima remora a colpirla dove è più vulnerabile (la questione del suo peso) pur di non farle indossare il famoso abito blu e conservare la prova schiacciante contro il Presidente.

Tutte queste donne hanno al massimo un po’ di potere una sulle altre, ma non sono altro che persone senza alcun contatto col vero Potere, quello con la P maiuscola, e non sono altro che pedine in un gioco molto più grande di loro. Questo non le esenta dalle loro colpe: Monica stava comunque commettendo un reato mentendo nell’affidavit e chiedendo anche a Linda di farlo; Linda ha tradito la fiducia della sua amica dal momento stesso in cui ha intravisto un possibile obiettivo, e si è anche a tratti illusa di farlo per il suo bene.

Si arriva a metà stagione di Impeachment con due episodi che in modi molto diversi fanno percepire come la macchina del potere politico si muova con un meccanismo quasi a orologeria, certamente visibile grazie al famoso “senno di poi” che ci permette di unire tutti i puntini e anche dal punto di vista che ci interessa. Eppure i conti non tornerebbero se non ci fosse della verità in questo punto di vista: e quello che emerge da questi episodi di American Crime Story è che sì, c’era tutto un altro modo per raccontare questa vicenda, eppure non è stato quello scelto allora perché la narrazione immediata è in mano a chi ha il potere, e queste persone non ce l’avevano – nemmeno Linda Tripp.

Voto 3×04: 7½
Voto 3×05: 8

Hola Federica torno a scrivere dopo taaanto tempo. Starò invecchiando ma il mio misuratore di valore ormai è il sonno e la seconda puntata di questo ACS è una vera palla (qui sono arrivato). Perdona l’iperbole ma – santa pazienza – l’attesa della Levinsky per le telefonate di Bill e la sua ossessione sono di una banalità sconcertante. Era talmente banale la storia vera che la storia che ne deriva a me non “dice” proprio niente. Noi immaginiamo i leader sempre intenti a valutare le sorti del mondo (nel bene o nel male) e poi scopriamo che fanno politica e intrallazzi come chiunque altro e proprio su questa odiosa ma scontata verità mi sono letteralmente addormentato. Molto molto meglio il truculento Kennedy o il caso watergate (almeno quella era politica). Dicono che Clinton fosse un incredibile affabulatore ma – sta ragazzina – essù non si può vedere sta storiella. Monica che fa da consulente poi…che visione ampia che ne deriva. No no please ridatemi the big fight…
Pace.