
Con questa premessa, era inevitabile che le aspettative per la stagione sophomore dello show fossero altissime – e, in alcuni casi, irrealistiche –, ma arrivati alla fine della seconda annata, la sensazione è che sotto molti punti di vista Ted Lasso abbia addirittura migliorato quanto di ottimo era già stato fatto. Sicuramente, come spesso accade per prodotti che raggiungono così tanto successo, c’è stata la classica fase di backlash che si è fatta molto rumorosa soprattutto a metà stagione: tra gli aspetti più criticati, per esempio, c’era l’apparente assenza di conflitto, con i primi sei episodi che pendevano troppo dalla parte del “vogliamoci bene”. La sensazione è che molti di questi commenti – con tutte le loro giustificazioni – fossero dettati dall’esperienza completamente diversa vissuta nel guardare una serie un episodio a settimana invece di fruirla tutta d’un fiato come è successo per la prima stagione; con la possibilità di avere di fronte l’intero disegno come possiamo fare ora, alcune scelte sarebbero probabilmente state apprezzate di più.

Sul fronte degli aspetti lavorativi legati al mondo del pallone, questa stagione ha sicuramente offerto molto poco, ribadendo quanto già mostrato l’anno scorso: Ted Lasso, più che sul calcio è una serie su un gruppo di persone che cercano di diventare persone migliori, anche grazie al coach interpretato da Jadon Sudeikis. La scelta di lasciare così poco spazio al cammino di una squadra finita in Championship che cerca di tornare in Premier League si rivela vincente; dopotutto, era anche difficile immaginarsi che avrebbero lasciato l’AFC Richmond a navigare un altro anno nella seconda divisione inglese.
È anche molto curioso come elementi che avrebbero potuto essere sviluppati anche per un’intera stagione, come la protesta di Sam Obisanya nei confronti della Dubai Air, si risolvono praticamente fuori campo con l’arrivo sulle magliette nelle puntate successive del nuovo sponsor Bantr. È chiaro che il destino in sé dell’AFC Richmond, non solo sportivo ma anche economico, non fosse al primo posto tra le priorità degli autori; ciò non toglie, nonostante la risoluzione per certi versi anti-climatica della questione Dubai Air, che l’episodio in sé sia importantissimo in quanto il primo tassello del percorso di cambiamento e crescita dedicato a Sam.

Anche il resto del cast gode di un lavoro estremamente minuzioso nello sviluppo, e anche in questo caso si raccoglie quanto seminato nella prima stagione. Keeley è sempre di più sulla cresta dell’onda della sua carriera, mentre Roy continua a imparare a essere sempre meno quella figura tossica e arrabbiata che quasi sempre identifica un prototipo di atleta mai problematizzato e fin troppo spesso elogiato. Come spesso accade, Ted Lasso parte da dei cliché per sfruttarli e sovvertire le aspettative, dando una tridimensionalità ai propri personaggi che molte serie riescono a malapena a sfiorare.
Quello che però è forse l’aspetto più importante di questa seconda stagione, è il modo in cui è stato affrontato il discorso sulla salute mentale. Come per molti altri degli ingredienti che rendono questa serie così riuscita è un tema che già nella prima stagione era stato trattato, ma con l’introduzione del personaggio della psicologa Sharon Fieldstone gli autori hanno la possibilità di scavare ancora più a fondo alla questione. Al giorno d’oggi è essenziale che si sviluppi una discussione su questo argomento perché si tratta, ancora, di qualcosa che viene visto con scetticismo da troppe persone, soprattutto quando a farne le spese sono personaggi di spicco ai quali applica la formula del “se sono ricchi per forza di cose non possono stare male”, o peggio, del “non possono avere nulla di cui lamentarsi”. Depressione e ansia, invece, sono molto comuni tra i grandi atleti: basti pensare alle importantissimi dichiarazioni rilasciate da Kevin Love e DeMar DeRozan in NBA negli ultimi anni proprio sull’argomento, i primi a parlarne liberamente e veri e propri pionieri di un movimento che cerca di aiutare le star dello sport che, nonostante i privilegi del caso, sono pur sempre esseri umani.

Detto questo, Ted Lasso si conferma una delle migliori serie del momento, poiché riesce a gestire perfettamente la sua natura comica senza avere paura di toccare tematiche difficili – come la salute mentale –, raramente trattate con questa delicatezza. Grazie agli elementi lasciati in sospeso nel finale, c’è già tutto il necessario per pensare che anche la prossima stagione, in cui il derby tra West Ham United e AFC Richmond si consumerà soprattutto fuori dal campo, non deluderà le aspettative.
Voto: 8 ½

Che bella recensione!
Condivido ogni punto, e soprattutto il fatto che Ted Lasso sia sicuramente uno dei prodotti più belli ed interessanti in circolazione. Quello che ho particolarmente apprezzato della seconda stagione è stato il lavoro svolto su ogni singolo personaggio (se ripenso all’abbraccio tra Roy e Jamie Tartt mi vengono ancora i lacrimoni), e le conseguenti dinamiche che si andavano a creare. Se la prima stagione mi aveva dato l’idea di una stagione di preparazione (come se mettesse i semi del vero lavoro futuro), la seconda mi ha lasciato una sensazione di completezza, quasi avessero inquadrato al meglio i personaggi proprio in virtù di quanto mostrato nella prima stagione. Ciò che veramente mi ha convinto è stato il trattamento riservato al tema della salute mentale, soprattutto in fase di scrittura; tutti i dialoghi tra la terapista e Ted sono veramente perfetti, soprattutto nel rendere chiaro allo spettatore che anche un personaggio potenzialmente perfetto come Ted Lasso (soprattutto dopo la prima stagione) abbia i suoi coni d’ombra, ed abbia bisogno d’aiuto come gli altri. In ogni caso, una serie la cui terza stagione aspetto con grande impazienza!
Ma poi… Roy Keeeent, Football is life!!!, e “Believe”, si sono impresse a fuoco nella mia mente da quando l’ho recuperata ahah