
Flux, come già si diceva in occasione della premiere, è una storia di Doctor Who unica – o quasi – nel suo genere: una stagione breve, sei episodi, con una trama orizzontale che la attraversa dall’inizio alla fine; una cosa del genere era stata fatta solo altre due volte nella storia della serie e l’ultima era stata la ventitreesima stagione della serie originale, conosciuta con il nome “The Trial Of The Time Lord” del 1986. Una scelta quasi obbligata per Chibnall che, a causa delle restrizioni imposte dal governo per arginare la diffusione del Covid-19, non ha avuto la possibilità di muoversi su troppi set. L’elefante nella stanza che accompagna fin dall’inizio la visione di questa stagione è chiaramente la bomba sganciata dagli autori alla fine della scorsa annata: la scoperta che il Dottore non è originario di Gallifrey ma è stato trovato e adottato. Per di più a sparigliare le carte in tavola era stato rivelato che prima di quella che conosciamo come la prima identità del personaggio – il volto di William Hartnell – il personaggio aveva avuto altre rigenerazioni, i cui ricordi però sono stati rimossi. La prima cosa che chiedevano dunque i fan da questa tredicesima stagione erano risposte e chiarimenti: sono arrivati? In parte sì, molti altri potrebbero arrivare con il ciclo di tre speciali che precederà il nuovo cambio di Doctor e showrunner, altri addirittura potrebbero essere le basi per nuove possibilità narrative a partire dal ritorno di Russell T Davies in poi.

Proprio quest’ultimo punto è uno dei difetti più evidenti che derivano dalla frettolosità della stagione: molti passaggi sono superficiali e dati per scontati, con alcuni personaggi che non hanno il giusto spazio e risultano quantomeno sprecati. I due terrificanti villain citati nel paragrafo precedente ne sono un esempio lampante: viene rivelato pochissimo sulla loro identità e il loro obiettivo è ben poco chiaro; la loro sconfitta, poi, è tanto artificiosa quanto deludente, quasi come se fossero diventati un “disturbo” per gli autori che non sapevano come toglierli di mezzo. L’apparizione di Time, infatti, per quanto evidentemente importante in vista della fine del ciclo di Thirteen, arriva in un momento che spezza del tutto la suspense ed elimina in modo molto comodo due personaggi decisamente overpower nell’universo di Doctor Who, e dunque difficili da gestire dagli autori, ma potenzialmente molto interessanti.
Non sono gli unici personaggi a non avere il giusto spazio in Flux: anche la storia d’amore tra Bel e Vinder, per quanto svelata poco a poco e con una serie di rivelazioni successive, sembra costruita per essere qualcosa di più che un’appendice a questa stagione. I personaggi, tuttavia, anche nel poco screentime a loro dedicato convincono e si lasciano subito apprezzare come companion temporanei della Doctor.

Due parole sono d’obbligo anche per commentare le performance dei companion “ufficiali” della Doctor: se Yaz riesce a guadagnare un po’ di spazio rispetto alle stagioni precedenti, grazie soprattutto all’uscita dallo show di Graham e Ryan, e a coltivare un rapporto molto inteso con il Time Lord, anche l’ingresso di Dan risulta da subito azzeccato, anche grazie alla recitazione impacciata e comica di John Bishop che fa da contraltare ai momenti più drammatici di questa annata. Anche loro due, tuttavia, sono vittime del problema di cui si parlava già prima, e vengono accantonati velocemente nella seconda parte di stagione; non si può non negare, infatti, la loro quasi nulla utilità nella storia da “Village of the Angels” – probabilmente il miglior episodio di quest’anno – in avanti, un segmento narrativo in cui diventano in pratica degli osservatori di quello che fa la Doctor per salvare l’universo e poco altro.

Non è facile dare un giudizio a questa stagione di Doctor Who: è riduttivo infatti dire che, al netto dei difetti, si tratta del miglior ciclo di episodi di Chibnall come showrunner. Flux è, però, prima di tutto qualcosa di diverso, un esperimento riuscito per uno show che non ha mai cambiato molto la sua struttura ma che, nel corso degli anni, ha sempre saputo come rinnovarsi in molti modi, fino ad arrivare – a breve – a festeggiare il suo sessantesimo anniversario. In questa veste possiamo anche iniziare a tirare le somme sul ciclo di Jodie Whittaker: la sua è una Doctor che non sarà dimenticata, nonostante la sfortuna di aver lavorato con lo showrunner meno amato – finora – nella storia della serie.
Voto: 7½
