
Mike White, con una carriera tra scrittura, produzione e recitazione, scrive per la HBO una serie dalla trama molto semplice: un gruppo di persone (molto) ricche va a trascorrere del tempo in un resort alle Hawaii; l’unico vantaggio concesso allo spettatore è la scoperta che qualcuno morirà. Se però immaginate che siamo alle prese con un thriller o un whodunnit, siete fuori strada: del morto ce ne dimenticheremo molto presto, in favore dell’attenzione riposta ai singoli personaggi di questa folle e divertentissima serie.
I molteplici protagonisti sono quasi interamente (e volutamente) bianchi: abbiamo la giovanissima coppia di sposi Rachel e Shane Patton (Alexandria Daddario e Jake Lacy) in luna di miele, bellissimi e innamoratissimi, finché non sono costretti a conoscersi meglio; Tanya McQuoid (Jennifer Coolidge), recentemente rimasta orfana di madre e alle prese con le sue ceneri; l’intera famiglia Mossbacher, composta da Nicole (Connie Britton), donna d’affari di enorme successo, il marito Mark (Steve Zahn), il timido figlio Quinn (Fred Hechinger) e l’attivista Olivia (Sydney Sweeney), la giovane al passo con le istanze del mondo moderno e consapevole della propria posizione privilegiata. Con i Mossbacher c’è poi la miglior amica di Olivia, Paula (Brittany O’Grady), l’unica persona non bianca tra gli ospiti protagonisti della serie. Murray Bartlett interpreta invece Armond, che dirige il resort, insieme a Belinda (Natasha Rothwell).

I Mossbacher sono, poi, perfetti per rappresentare il nuovo modello di famiglia, uno in cui a reggere le redini è la donna in carriera e il marito è, solo in apparenza, a suo agio nel suo ruolo subalterno. Allo stesso tempo, però, una famiglia così moderna – ma, ripeto, si vedrà che non è tutto oro quello che luccica – sotto altri punti di vista rivela tra le due generazioni, genitori e figli, una distanza siderale che non viene necessariamente giudicata a favore dell’una o dell’altra: sarà facile vedere nella vecchia generazione la volontà di mantenersi su ideali che sembrerebbero pronti ad essere sorpassati (sarà Nicole a parlare della difficoltà nell’essere un maschio bianco eterosessuale nella società contemporanea). Eppure, anche Olivia, che pure si batte per i temi più cari ai giovani d’oggi, rivela degli aspetti fortemente contraddittori, tutti tesi all’utilizzare certe sue posizioni sempre a proprio vantaggio. Nessuno è esente da critiche perché tutti i personaggi sono descritti come tridimensionali; di nessuno possiamo davvero prenderci beffa, perché ognuno di loro ci pare più umano di quanto vorremmo, eppure tutti sembrano accomunati dall’idea che ogni cosa è loro dovuta, tutto può essere comprato – non necessariamente solo con i soldi.

The White Lotus parla della società americana, più in generale di quella occidentale, per tutta una serie di spunti che vengono affrontati quasi casualmente all’interno della narrazione; temi come il razzismo, le differenze di classe, l’attaccamento all’immagine, l’uso dei social network, sono tutti temi discussi dai personaggi con estrema faciloneria, con la superficialità di chi ne parla a tavola, magari in un contesto conviviale, e si può permettere di dimenticarsene pochi minuti dopo. È un attacco potente a un certo modo di pensare da persona ricca e americana, certo, ma c’è anche tanto di più di questo, proprio perché alcuni di questi temi appartengono a un arco umano molto più ampio e che comprende un po’ la maggior parte dei discorsi che si fanno sui social in tutte le parti del mondo. La satira di The White Lotus non risparmia in pratica nessuno e persino lo staff del resort ne è coinvolto in maniere e sviluppi interessanti.
La scrittura asciutta ma feroce, un cast potentissimo, un ritmo sempre solido, sono questi tutti elementi che impreziosiscono The White Lotus e la rendono una serie assolutamente imperdibile.
