
Ce n’era abbastanza, dunque, per creare più di un’aspettativa, non fosse altro per rispondere a una domanda: “Cosa ci sarà ancora da raccontare di questa storia, a distanza di vent’anni, senza il rischio di risultare ridondanti o semplicemente non necessari?”. Una domanda, questa, destinata a far ancora più rumore nel momento in cui si scopre che la storia principale, ossia il rapporto che si sviluppa tra Michele e Antonia a seguito della morte di Massimo, marito di quest’ultima e amante segreto del primo, è rimasta tale e quale, nomi compresi. Il timore che questo progetto potesse insomma essere un modo per sfruttare il successo ventennale di un film mai davvero dimenticato facendo quello che ora va tanto di moda – serializzare qualunque cosa – c’era ed era legittimo.

Se il film, ideato da Ӧzpetek e Gianni Romoli, iniziava subito dall’evento che avrebbe sconvolto le vite dei due protagonisti, senza farci conoscere nulla di Massimo per concentrarsi sul rapporto tra le due persone a lui sopravvissute, la serie (co-sceneggiata dai due autori del film insieme a Carlotta Corradi e Massimo Bacchini) decide di fare di più, già a partire dalla scelta di chiamare un volto noto come quello di Luca Argentero per interpretare Massimo. Non solo è lui ad aprire ogni episodio con una riflessione incentrata sugli otto temi portanti, condensati sinteticamente dal titolo di ogni puntata; ma col primo episodio abbiamo finalmente la possibilità di vedere proprio lui, che per tutto il pilot si divide tra l’amore per sua moglie, l’amore per il suo amante e l’amore per la sua nuova famiglia.
Per fare tutto questo, adattando il discorso al 2022, sono state necessarie alcune modifiche, prima fra tutte quella di ridurre il tempo della relazione tra Michele e Massimo a un anno invece dei sette del film: sembra un dettaglio da poco, ma non lo è, soprattutto se unito al fatto per nulla trascurabile che Michele, poco prima del fatale incidente, prenda la decisione di parlare con la moglie, preannunciandoglielo addirittura al telefono.

Il film è decisamente più cupo rispetto alla serie, che in questo senso sembra avere quasi un ruolo catartico nell’approfondimento sia della storia principale che di tutte le altre, alcune prese dal film, altre completamente riscritte. La cupezza del lungometraggio era evidente non solo nella storyline di Ernesto (Gabriel Garko) e della sua sieropositività, un tema che in un film del 2001 portava su di sé tutte il peso pratico e soprattutto emotivo che arrivava dagli anni ’90 – la questione delle cure, la paura dell’abbandono, la necessità di costruirsi una famiglia altra, una rete di affetti non giudicante – e che è stato inevitabilmente eliminato dalla serie; ma erano gli stessi protagonisti a essere innervati di una tensione costante, pronta a esplodere in ogni momento e magistralmente interpretata da Buy e Accorsi.

È qui la questione più sorprendente di questo reboot: se ad un primo sguardo, togliendo pilot e finale, ci troviamo davanti alla stessa storia del film, tuttalpiù approfondita, è solo proseguendo con la visione che ci si accorge di quanto a cambiare sia tutto perché a mutare è lo Zeitgeist, lo spirito del tempo, e di conseguenza non possiamo che trovarci di fronte a un’opera molto più interessante di quanto i presupposti lasciassero intendere.
Partiamo ad esempio dalla presenza di Massimo, che qui non solo è protagonista del primo episodio, non solo apre ogni puntata con le sue riflessioni, ma è presente nelle vite dei suoi due amori come essenza inalienabile: se nel film l’unico momento in cui rivedevamo Massimo era quello del bacio tra Michele e Antonia, qui la posta in gioco si alza e Ӧzpetek decide di puntare su qualcosa di molto vicino al realismo magico. Quelle di Michele e Antonia non sono “semplici” visioni simbolicamente orientate a rappresentare il lutto, bensì veri e propri momenti sospesi nel tempo, momenti altri, in cui Massimo si presenta non come ricordo ma come presenza serena che accompagna i due protagonisti a navigare il loro dolore nei momenti di solitudine: e anche qui l’obiettivo è chiaramente quello di una riappacificazione, con Massimo ma anche con se stessi, per tutto quello che non sono riusciti a dire o a sapere prima che fosse troppo tardi.

Significativa in questo senso è la storia di Annamaria e Roberta, le eccellenti Ambra Angiolini e Anna Ferzetti, una coppia che non poteva esserci nel film dato che qui sono unite civilmente, e che rappresentano una sorta di “what if” rispetto alla situazione di Antonia e Massimo: cosa sarebbe successo se lui non fosse morto e avesse detto alla moglie di essere innamorato di lei ma anche di un’altra persona, proprio come Roberta dice ad Annamaria? La cura con cui viene raccontata la relazione tra le due donne è esemplare di quanto non ci siano regole scritte davanti a situazioni simili, di quanto tutto sia in continuo mutamento: perché un amore grande può spingerci a fare cose che non avremmo mai immaginato, come consolare la propria partner che viene tradita dall’amante, ma può avere conseguenze potenzialmente fatali per una relazione. Uno straordinario punto a favore della narrazione di questo rapporto si trova infatti nel suo movimento finale, nel rischio che l’amore si trasformi in affetto: e non perché l’una veda nell’altra “una sorella”, come nei più classici dei cliché, ma perché la cura di cui si è fatta carico Annamaria l’ha fatta sentire più come una madre che come una moglie.

Un esempio eccellente in questo senso è quello di Veronica, la madre di Antonia, un’ottima ed esilarante Carla Signoris: quello che nel film era un rapporto molto stretto ma anche molto contraddittorio con la figlia, nella serie si trasforma in continuazione, partendo da quella mamma un po’ impicciona e poco sensibile per arrivare a una madre ma soprattutto a una donna che fa pace con se stessa prima ancora di scoprire la nuova famiglia della figlia. La decisione di interrompere la sua relazione con il Generale dopo la sua atipica conversazione con la moglie Mirtilla (Elena Sofia Ricci) è proprio esemplificativa di questo processo interiore: quanti cliché ci sono stati sottoposti negli anni rispetto al rapporto tra la moglie e l’amante, e quanto rapidamente vengono spazzati via da un’ammissione come quella di Veronica (“Mirtilla è una donna meravigliosa, è intelligente, colta, persino spiritosa! Io dovevo stare con Mirtilla, non con il Generale. Peccato che a me non piacciano le donne, proprio non riesco a… provare attrazione. Però di una cosa sono certa: il Generale per me è morto”).
Gli anni passano, lo spirito del tempo muta: e così non ci appare per nulla strano che Veronica si inserisca senza alcuna difficoltà nella nuova famiglia della figlia, e che ci rimanga anche una volta che quest’ultima parte con Asaf – la famosa vacanza su cui il film in realtà virava all’improvviso, rivelando come si trattasse solo di una copertura per un viaggio in solitaria di una Antonia ormai incinta e che di quella gravidanza non aveva detto niente a nessuno.

Serra è in fondo il collante del gruppo, la persona di cui sappiamo meno e di cui al contempo ci vengono fornite più informazioni proprio grazie alle relazioni con gli altri. C’è la sua opposizione alle unioni civili, manifestata quando Luciano (Filippo Scicchitano) e Riccardo (Edoardo Purgatori) discutono a riguardo, perché vista come un modo per schedare la comunità LGBTQ – una paura che in bocca ad altre persone parrebbe una paranoia, ma che, provenendo da una donna lucida e pragmatica come Serra, evidenzia un passato tanto oscuro quanto doloroso.
C’è la sua capacità di conservare segreti, come la gravidanza di Antonia, di comprendere i tradimenti ma di essere giusta ed equa nel mettersi dall’altra parte, nel capire il dolore dell’abbandono; c’è la costante preoccupazione per Luisella e la sua tendenza a farsi fregare dagli altri; il suo riferimento alla “famiglia logica”, quella che ha accolto lei quando Massimo è stato l’unico ad aprirle la porta una volta arrivata in Italia e quella che si è creata grazie a ciascuno di loro, ognuno con la propria storia e il proprio trauma, che sembrano a volte scaturire e al contempo guarirsi l’uno grazie all’altro (l’esempio forse più lampante avviene quando Luisella, offrendosi di aiutare l’amica Vera a riconciliarsi con la sua famiglia d’origine, trova grazie a quel viaggio quell’amore che sembrava rifiutare e che invece desiderava più di quanto volesse ammettere).

E anche qui si trova la grandezza del personaggio di Serra, unica conferma del cast e vero punto fermo del film: le verità possono travolgerci, sconvolgerci, cambiarci la vita e costringerci a mutamenti inattesi e imprevisti, ma poi quel che facciamo con quelle verità dipende solo da noi.
Antonia e Michele, grazie alla serie, hanno il modo e soprattutto il tempo di andare oltre il trauma, il cui primo superamento era il nodo cruciale del film e che vent’anni fa era esattamente ciò di cui c’era bisogno: mostrare che anche davanti al dolore, allo shock, a una verità che ti costringe a rivalutare metà della tua vita da sposata (nel film sono sette anni di relazione su quindici di matrimonio) c’è la possibilità di trovare altro oltre alla sofferenza; che rivalutare la propria identità non dev’essere per forza un processo di auto-accusa, semmai un arricchimento che può condurre a una vita inaspettata.
La serie non ha l’obbligo di fermarsi a questa consapevolezza, serena eppure ancora fresca: riesce ad andare oltre, ad arrivare appunto a quella pacificazione di cui si parlava all’inizio, che ci permette di vedere cosa succede dopo. Il viaggio, sì, il rapporto tra Antonia e Asaf, certo, ma anche la rivelazione della gravidanza a Michele e soprattutto la consapevolezza che ora, dopo tutto quello che hanno vissuto, Antonia e Michele possono esistere in un rapporto a due – qualunque esso sia – senza la mediazione di Massimo. Non sono più legati solo dall’uomo che hanno amato, perché nel frattempo hanno vissuto la loro vita, la loro esperienza, il loro pezzetto di percorso insieme.
Sono Antonia e Michele non in quanto moglie e amante di Massimo, ma Antonia e Michele in quanto tali: un racconto che vent’anni fa poteva forse essere ai limiti del fantascientifico e di cui oggi, invece, si sente una gran necessità.

C’è ancora molto da imparare, e la storia di Sandro e del suo pestaggio ne è un esempio terribile; ma i tempi sono cambiati più di quanto ce ne si renda conto: e le fate sono tornate per ricordarcelo.
Voto: 8+
Note:
– Ancora più che nel film, il rapporto tra Veronica e la governante Nora rappresenta il vero comic relief del racconto e per questo non possiamo che ringraziare Carla Signoris e Maria Teresa Baluyot
– Come già accaduto per La Dea Fortuna, anche in questo caso Mina ha voluto regalare una canzone a Ferzan Ӧzpetek, che qui diventa la sigla della serie (“Buttare L’Amore”).
