
Tutto faceva sperare per il meglio. Ma quindi, cosa è andato storto?
La prima (e per ora unica) stagione di Bang Bang Baby è uscita in due parti da 5 episodi ciascuna, e la visione delle prime puntate è un po’ come mangiare una galletta di riso per la prima volta: non ci vuole molto ad accorgersi che non sa di niente. La narrazione è lenta e prevedibile – tanto da poter anticipare diverse scene e battute – e l’episodio pilota ha lo strano potere di dire troppo e troppo poco allo stesso tempo. Come? È fin troppo facile intuire che Alice (Arianna Becheroni), una volta incontrato il padre e ascoltata la sua richiesta, la accetterà ed entrerà nel giro di criminalità della famiglia; e poi, una volta capito questo, viene da chiedersi cos’altro potrà mai succedere nelle prossime puntate di sorprendente. Lei entrerà nella ‘Ndrangheta e farà le solite cose che fanno i criminali nelle serie TV: nulla, a fine episodio, fa intravedere qualcosa di diverso. Poi ci sono i monologhi fuori campo della protagonista, recitati con voce piatta e condite da analogie banali che rallentano il ritmo della narrazione senza aggiungere nulla alle immagini.

Poi c’è anche Giuseppina (Denise Capezza) e il suo personaggio dal potenziale decisamente poco sfruttato, tanto che la scena del suo suicidio lascia sostanzialmente indifferenti anziché rivelarsi uno dei colpi di scena del finale di metà stagione.

Che sia la regia, o la recitazione (molto probabilmente entrambe), alcuni dialoghi tra i personaggi sanno tanto di recita scolastica, e alcune scene inverosimili fanno storcere il naso proprio quando la trama sta prendendo una piega intrigante (Cleopatra, interpretata da Carlotta Antonelli, se la porta sempre dietro la collana di Santo per averla lì pronta come prova per i Ferraù?). Se a questo si aggiungono alcune frasi “ad effetto” degne di un dozzinale film western, e termini in inglese buttati qua e là a casaccio come cool, easy peasy (yikes, n.d.r.), ci si mette un attimo per togliere gli occhi dallo schermo e alzarli al cielo.
Ma in fin dei conti queste sono tutte inezie, se si considera che è lo stesso movente della protagonista a risultare debole. Per come viene venduta, infatti, la rottura dell’equilibrio della trama dovrebbe consistere nel punto di non ritorno di Alice, ormai così immischiata nei loschi affari di famiglia da non poter più tornare indietro. Eppure le occasioni per uscirne continuano a presentarsi: sono gli stessi personaggi a capo della famiglia a intimarle di starne fuori (e Alice stessa dice di non volerne più sapere nulla diverse volte), ma lei persiste. Sarà per il gusto del crimine che la pervade, il desiderio di avere finalmente un padre, comunque egli sia, o semplicemente il fatto di non volerlo vedere morto o ancora tutte queste cose insieme: ma, episodio dopo episodio, nessuno di questi moventi riesce a rendere i rapporti di causa-effetto davvero convincenti.

Innanzitutto il personaggio di Donna Lina magistralmente interpretato da Dora Romano (L’amica Geniale, È stata la mano di Dio), col suo impeccabile accento calabrese e la disinvoltura con cui si destreggia tra l’essere una tipica nonna del sud e una boss criminale senza scrupoli. Poi ci sono i cugini Assunta e Nereo Ferraù (Giorgia Arena e Antonio Gerardi), che sono forse gli unici personaggi secondari la cui storia è degna di interesse – il secondo in particolare, che tra scatti di rabbia e imitazioni di George Michael porta a chiedersi, per buona parte della stagione, dove gli sceneggiatori volessero andare a parare, salvo poi far quadrare tutto negli episodi finali in cui viene squadernata la complessità di un personaggio che all’apparenza sembra solo fuori di testa a livelli tragicomici.
C’è poi da riconoscere il merito di aver creato una serie che, tra alti e bassi, vuole differire da quanto prodotto finora nella Penisola e fare da apripista a una nuova scuola della serialità all’italiana, prendendo quanto fatto di buono (o di vendibile) negli ultimi anni e apponendoci il marchio Made in Italy, magari anche aggiungendoci una linea comica non sempre riuscitissima, ma di cui è apprezzabile lo sforzo. E infine, gli ultimi episodi regalano un atteso susseguirsi di eventi dinamico e avvincente, che culmina nel finale a sorpresa in cui si scopre che Alice non aveva mai avuto intenzione di uccidere suo padre, e quest’ultimo lo si vede uscire dal baule della macchina vivo e vegeto.
Ma come, dopo tanti cliché ci si stupisce per il classico dei classici: il personaggio morto ma che non è davvero morto? Sì, e indipendentemente dal fatto che questo sia dovuto alla prevedibilità a cui ci si abitua negli episodi precedenti, o all’incalzare delle scene finali, Bang Bang Baby ha il merito di prendersi questa piccola rivincita al termine di una stagione che, in conclusione, si rivela deludente per una trama raccontata sommariamente e interrotta troppo spesso da scene inutili allo sviluppo della stessa. A questo vanno aggiunti personaggi dalle caratteristiche solo accennate – la cui interpretazione lascia spesso a desiderare – e che, vista l’ufficiosità riguardo una seconda stagione, lasciano un vuoto ormai difficilmente colmabile.
Voto: 5½
