
Walter White era un anonimo professore di chimica quando una diagnosi lo mise nella condizione di rivedere le sue priorità morali e di cogliere l’opportunità di provvedere alla sua famiglia compiendo azioni a cui mai avrebbe pensato prima; il punto però divenne un altro, quando, nel processo che lo aveva portato a diventare Heisenberg, acquisì sempre maggior consapevolezza del suo potere, sempre più gusto nel rivestire i panni di un uomo che per la prima volta nella sua vita non subiva ma dettava legge.
Proprio nel finale di serie troviamo la sua completa ammissione (“I did it for me. I liked it. I was good at it”), senza alcun rimorso per quel cambio radicale di vita avvenuto attraverso la sua stessa trasformazione – una sorta di reincarnazione senza possibilità di recupero.

“Il cattivo che amiamo odiare” è stato un riferimento nella narrazione degli ultimi venticinque anni, da Tony Soprano in giù: poi i tempi sono cambiati, o semplicemente questo modus narrandi ha esaurito il suo corso. Ed è sorprendente che siano stati gli stessi due autori (Gilligan, ideatore di entrambe le serie; Gould, sceneggiatore e produttore di Breaking Bad, creatore di Better Call Saul insieme al collega) a renderci partecipi di un’evoluzione della televisione che ha saputo seguire i tempi, cogliere le necessità di cambiamento nella narrazione contemporanea e restituirci un personaggio che sì, nasce nell’universo della prima serie, ma che con l’autonomia della seconda ne mostra una naturale e mai forzata evoluzione.
Con Saul Goodman, la più nota e importante delle maschere di Jimmy McGill, non abbiamo dovuto scoprire se quello che faceva gli piacesse o meno, se si stesse divertendo: l’abbiamo sempre saputo perché ce l’ha sbattuto in faccia a ogni occasione, ostentando la sua ricchezza e la sua “genialità al servizio del male” senza che ci fossero dubbi a riguardo, fino a diventare il “comic relief” della serie madre. Partire da qui e decidere di scavare dentro a un personaggio come questo vuol dire fare un lavoro a ritroso per ritrovare le radici dell’individuo, per capire quali sono stati gli eventi, gli incontri, i traumi che l’hanno portato a essere quella persona: quella da chiamare quando si è nei guai.

Per capire chi è Saul Goodman si è tornati indietro a quando Saul non era neanche nato: abbiamo fatto conoscenza con Jimmy McGill, abbiamo scoperto che prima ancora era stato Slippin’ Jimmy, ma soprattutto ci siamo confrontati con un uomo mosso sin dall’inizio da un motore più grande di lui. Le insicurezze, i sogni più grandi delle sue tasche, la mente geniale incapace tuttavia di reggere il confronto con un fratello come Chuck, sono stati l’innesco da cui è partito tutto, il fuoco lento sopra al quale si sono create tutte le sue evoluzioni.
Jimmy cresce come persona adulta che non solo deve dimostrare tutti i giorni a se stesso di valere, ma che soprattutto necessita di qualcuno che gliene dia atto, che lo faccia sentire validato in questo sforzo: qualcuno che lo veda, che gli riconosca ciò che fa e come lo fa. Del resto, che cos’è l’ostentazione pacchiana che caratterizza Saul Goodman se non un modo di urlare al mondo: “Ce l’ho fatta, ho tutto quello che voglio: guardatemi e riconoscetelo”?
Have a nice life, Kim.

Il dolore negli occhi di Saul davanti ai documenti del divorzio, mostrato nel cold open di “Waterworks”, è una vulnerabilità che Kim non ha più il diritto di vedere; l’unica cosa che lei può osservare è quello che ora lo fa sentire vivo al posto suo: la ricchezza, la sicurezza, quello che ha costruito senza di lei, come a dirle che ha trovato un surrogato del suo amore e che funziona anche bene.
Sappiamo che Saul non parla mai di Kim in Breaking Bad perché non esisteva, ma dopo questa scena è perfettamente comprensibile che lui non abbia più voluto menzionarla, perché il dolore era troppo grande e perché si illudeva di aver trovato un altro modo per sentirsi come lei lo faceva sentire.
La “buona vita” augurata a Kim si rivela completamente diversa da quella che ci si aspettava: trasferitasi in Florida, con un lavoro d’ufficio, una vita da città di provincia e un compagno noioso, Kim si è con ogni evidenza autoreclusa in una prigione a cielo aperto, un mondo in cui è vietato tutto ciò che può darle soddisfazione o divertimento. Sarebbe facile vederla come punizione che si autoassegna per la morte di Howard, ma la realtà è che Kim sa quanto sia facile per lei passare dal divertirsi al vedere all’improvviso un’altra parte di sé, quella che “è sempre stata lì” da quando era ragazzina, tanto quanto Slippin’ Jimmy è sempre stato nell’ombra di Saul. Una parte di lei che riconosce come potenzialmente pericolosa e che dunque vuole tenere lontana, ma della cui portata non è neanche minimamente consapevole.

È Kim il motore propulsore delle scelte di Jimmy, e questo proprio per il ruolo che lui le ha attribuito nella sua vita. Ogni decisione della donna porta l’uomo a reagire in maniera uguale o opposta ma mai neutrale, perché è da come Kim guarda Jimmy (o da come lui crede che lei lo guardi) che lui decide cosa fare della sua vita.
É sotto la sua influenza che crea il personaggio di Saul; è grazie al suo supporto e al reciproco spalleggiamento che porta avanti il suo comportamento truffaldino; è quando lei lo lascia che lui si trasforma definitivamente in Saul Goodman; ed è quando ci litiga al telefono che decide, nelle vesti di Gene, di tornare a truffare le persone.
“You want me to say something?”
“Yeah.”
“You should turn yourself in.”

D’altro canto, Kim stessa subisce le conseguenze di quella telefonata: la reazione di Jimmy, che le rinfaccia di predicare bene e razzolare male, la spinge ad affrontare le sue responsabilità, confessando tutto alla polizia e alla stessa Cheryl, con tutti i rischi che questo può comportare. Sarà esattamente questa scelta a cambiare, di nuovo e per sempre, la vita di Jimmy nel series finale: ma ci arriveremo.
La confessione di Kim, il suo pianto doloroso e al contempo liberatorio sul pullman, sono la miccia per provare a far ripartire la sua vita: torna a piccoli passi indietro, ripresentandosi nel vecchio studio di Saul e proponendosi per un lavoro volontario di assistenza legale. Ora che non sente più l’obbligo di punirsi, può forse tornare a vivere qualcosa che le dia soddisfazione, vedere l’effetto che le farà e se sarà in grado di gestirlo.

Walter guardò Jane morire senza fare nulla per impedirlo, e questo fu uno dei momenti capitali che segnarono la sua discesa agli inferi; ma Jimmy non è Walter, Jimmy è un concentrato di manie di grandezza e complessi di inferiorità la cui commistione genera esiti ora prevedibili, ora sorprendenti, in ogni caso vagliati di volta in volta. Jimmy e tutte le sue maschere sanno che la sua vita vale, ma non quanto l’omicidio di una donna anziana che ha creduto in lui.
“S’all good, man!”
“S’all gone”
“Saul Gone” è il titolo del series finale, che gioca con la nascita del nome Saul Goodman per dirci che “it’s all gone”, è finito tutto, per sempre. Ma c’è modo e modo per uscire di scena: laddove Walter White morì di una morte tragica e necessaria, larger than life come era stato il suo Heisenberg, la fine di Saul non poteva che essere come la sua personalità: sorprendente a tratti, ricca di emotività e vulnerabilità, geniale e scapestrata.

I tre flashback che punteggiano l’ultimo episodio viaggiano tutti attorno al medesimo concetto, che non è la macchina del tempo di per sé, ma qualcosa di più sottile. Jimmy tornerebbe indietro solo per soldi non perché non abbia neanche un rimpianto, ma perché non riesce nemmeno a individuare un momento del suo passato che possa cambiare il presente; perché quell’insicurezza, da cui sono nati Slippin’ Jimmy e gli altri, è sempre stata lì.
È questo il senso di tutti e tre i momenti nel passato: quello con Mike (“That’s it. Money?” “What else?”), quello con Walter (“So you were always like this”), e infine quello con Chuck, preconizzato dall’intervento a lui dedicato durante la confessione e da quella scritta “Exit” che rimanda alla schermaglia in tribunale di “Chicanery”. Se nei primi due flashback il confronto lo porta a vedersi con gli occhi degli altri – un uomo che pensa solo ai soldi, che non è mai stato diverso da così –, è nell’incontro col fratello che ne comprendiamo il senso. In un raro momento di conversazione onesta da parte di Chuck, il suggerimento sul “tornare indietro e cambiare strada senza vergogna” viene rispedito al mittente, e questo per una ragione sola: perché Jimmy non ha idea del punto a cui dovrebbe risalire per non essere quella persona, per non avere più quel coping mechanism, quella strategia adattiva che lo caratterizza da quando ha memoria.
Ma forse c’è una strada: e se c’è, non può che essere quella che conduce a Kim.
I was terrified… but not for long.
That night, I saw opportunity.

Dopo un momento di crisi, si decide a chiamare come consulente legale il suo storico avversario in tribunale, Bill Oakley, e supportato da lui mette in scena la sua magia: da un ergastolo più altri 190 anni, Saul riesce a scendere fino a sette anni e mezzo, nonostante davanti ai suoi occhi abbia Marie Schrader, una sorpresa inaspettata ma perfettamente centrata, con una Betsy Brandt che sembra non aver mai smesso i panni di Marie. Jimmy non racconta bugie fattuali su quanto accaduto, la descrizione di come ha conosciuto Walter e Jesse è onesta: ma fare la parte della vittima gli riesce benissimo ed è così che le cose per lui sembrano cambiare. Arriva a una pena ridicola con la sola forza delle sue capacità oratorie, la sua conoscenza della legge ma soprattutto quella delle dinamiche personali e professionali che governano il mondo legale. È così che convince il procuratore Castellano a dargli retta ed è così che, proprio quando ormai si sta divertendo a distribuire prove per ottenere qualsiasi cosa, scopre che la sua rivelazione su Howard vale meno del gelato menta e cioccolato che aveva richiesto, perché Kim ha parlato.
E questo cambia tutte le carte in tavola.
Per anni Kim è stata come lui, quantomeno nella sua testa: entrambi colpevoli, entrambi in fuga dalle proprie responsabilità, si erano infine costruiti una prigione a testa – lei in Florida a vivere una vita letteralmente in bianco e nero, lui con l’ennesima nuova identità. Ma la confessione del suo ruolo nella morte di Howard li separa nettamente in due universi morali diversi; una volta liberatasi dal suo peso morale, come potrà Kim anche solo rispondergli al telefono, sapendo che lui invece l’ha fatta franca, e per ben altri reati?

Non è un discorso di pragmatica etica, non risponde a un “cosa mi conviene per sentirmi meglio”, ma alla necessità di un radicale cambio di prospettiva: se non posso cambiare il passato, posso però fermarmi; posso riguadagnarmi la fiducia della persona a cui tengo di più, anche a costo di vivere in due mondi paralleli per il resto delle nostre vite – ma almeno in comunicazione nello stesso universo.
Jimmy usa tutti i trucchi di Saul per quel giorno in tribunale: l’abito, le menzogne su Kim per averla lì, il discorsino sull’incontro con Walter e Jesse praticamente identico a quello ripetuto davanti a Marie. Ma poi interviene la scelta: Jimmy coglie l’opportunità di cambiare vita, e non sarà quella che aveva sognato, ma di sicuro sarà più leggera. Lo capiamo dalla sua necessità di riappropriarsi di tutto, delle sue responsabilità, del suo godimento in tutta la storia, del suo essere stato indispensabile per la trasformazione di Walter White in Heisenberg, della differenza tra lui e Kim e persino del suo ruolo nell’aver condotto Chuck al suicidio, qualcosa che non c’entrava assolutamente nulla col caso in tribunale – ma era ormai chiaro da un pezzo che quella confessione non era per nessuno se non per Kim.
E infine si riappropria del nome, chiede di essere chiamato Jimmy McGill. Come in qualunque legge del contrappasso che si rispetti, è proprio quando lascia andare Saul Goodman che questi torna a tallonarlo: è sul pullman verso il carcere che “una giuria di suoi pari” invoca il suo nome – criminali che esaltano un altro criminale – e sarà proprio in prigione che svilupperà evidenti ottimi rapporti con tutti rispondendo però al nome di Saul, che gli rimarrà addosso come una punizione divina.
“You had them down to seven years.”
“Yeah, I did.”

E se per raggiungere questo è stato necessario finire in prigione per il resto della sua vita, così sia: è stata l’opportunità che Jimmy ha deciso di cogliere.
Se all’inizio di Better Call Saul non si faceva altro che rimarcare la sua natura di “spin-off eccezionale”, che dipendeva da un prodotto inarrivabile e che ciononostante stava facendo un ottimo lavoro, col passare del tempo l’allievo ha cominciato a insidiare il maestro. La discussione si è quindi spostata, tra pubblico e critica, su una specie di gara in cui ora questi, ora quelli, hanno ribadito le loro ragioni per cui una serie dovesse rimanere la migliore o dovesse diventarlo l’altra.

Forse l’unica cosa su cui dovremmo soffermarci è la capacità di due autori (e di varie writers’ room) di produrre in quindici anni un capolavoro e uno spin-off d’eccellenza riuscendo a parlare sempre con lo stesso codice, ma al contempo cambiandolo e costruendo per la seconda volta personaggi memorabili e sempre più realistici. Si potrebbe parlare per ore del cast, degli easter egg, dei collegamenti geniali tra i due show, che mostrano come ci voglia un’attenzione al dettaglio esemplare se si vuole puntare alle stelle. Quello che ci basta è aver avuto un finale all’altezza di una serie incredibile e di una stagione eccellente, con un cast di livello altissimo e una storia che ha prodotto una delle migliori coppie che la televisione abbia mai conosciuto.
Voto 6×12: 9
Voto 6×13: 10
Voto Stagione: 9
Voto Serie: 8½

Brava! Finalmente un’analisi che non parte dal presupposto (assurdo) dello spin-off che supera l’originale! Mi permetto solo di aggiungere che di serie/storie così se ne vedono (purtroppo) una, al massimo due ogni decennio e c’è chi pessimisticamente sostiene addirittura che BCS abbia concluso definitivamente la golden age della serialità televisiva. Speriamo si sbaglino, ma certo è che sempre più ci spelliamo le mani per sontuose saghe ad alto budget, visivamente impeccabili, ma al tempo stesso così povere di sostanze nutritive per le nostre teste. Comunque personalmente ho un’altra serie da rivedere e rivedere e rivedere…
Ciao Boba, innanzitutto grazie!
Allora, sul discorso della Golden Age ti dirò… Se avessi 1 euro per ogni volta che ho sentito dire che con una certa serie si stava chiudendo la Golden Age della TV… Ecco, non sarei forse milionaria, ma una gitarella fuori porta me la farei ? Senza contare che di Golden Age ce ne sono state N, ormai non so neanche dirti, questa dovrebbe essere la… terza? Quarta? Insomma, sono suddivisioni che lasciano il tempo che trovano anche se quando si studia possono sicuramente essere utili (ne ho parlato brevemente nella mia recensione-consiglio di Mad Men proprio per introdurre l’argomento, se ti interessa la trovi qui https://www.seriangolo.it/2015/09/consigli-estivi-14-mad-men-la-fine-di-unera/ )
Tornando a noi, è indubbio che, essendo BCS collegato a una serie che ha davvero fatto la storia della TV, ci sia un rimando a questa idea di chiusura di un’epoca. Io credo che sia vero solo parzialmente, perché poi BCS ha dalla sua una evoluzione che per moltissimi versi la avvicina molto di più alla narrazione contemporanea (parlo ad esempio della costruzione dei personaggi) che allo stesso BrBad.
Io credo che ad oggi ci sia molta serialità interessante in giro, che non obbligatoriamente passa per le grandi saghe; solo che bisogna scavare perché ormai l’offerta è tantissima, e questo ha ovviamente degli infiniti pregi (la rappresentazione è sempre più alta ad esempio) ma anche delle difficoltà (noi stessi fatichiamo a consigliare tutti i prodotti davvero di valore).
Insomma… Certe serie sono “one of a kind”, vero, e BCS sarà indimenticabile, ma la vita seriale va avanti!, e non dimenticare che, davvero, il mare televisivio è pieno di pesci! ?
Ciao Federica e sì, sono d’accordissimo, forse il mio commento fa trasparire del pessimismo, ma in realtà è solo nostalgia per la fine di uno show che ho amato sin dal primo momento e tanta, tanta fame di serie come BCS…
86 years. Maybe less with good behaviour. Applausi.