Only Murders in the Building – Stagione 2


Only Murders in the Building - Stagione 2Realizzare una seconda stagione che risulti all’altezza dei fasti della prima è uno dei più complicati risultati da ottenere nel panorama seriale. Only Murders in the Building, nonostante prema l’acceleratore sui punti di forza che hanno reso la sua prima annata tanto convincente quanto piacevole da guardare a cadenza settimanale, fallisce nel compito di confezionare una stagione organica e lineare.

Ma cosa è successo a Only Murders in the Building, e per quale motivo non possiamo parlare di una stagione pienamente riuscita? Non possiamo esimerci dal fare riferimento alla prima annata (non a caso in diciannovesima posizione tra le nostre trenta migliori serie del 2021), che così efficacemente aveva coniugato il ritmo episodico settimanale, gli aspetti tipicamente crime e i tempi della comedy – indimenticabile il finale di stagione con uno Steve Martin in stato di grazia. A questi elementi si era aggiunto un cast affiatato che riusciva a dare il meglio di sé tanto in singolo, quanto in coppia; basti pensare a come il personaggio interpretato da Selena Gomez, Mabel, fosse tanto l’emblema della parte giovanile della serie – che aveva ad oggetto la creazione di un podcast –, quanto il fulcro della narrazione e il punto d’incontro tra il “vecchio” e il nuovo.
Che la prima stagione di Only Murders in the Building sia stato un successo, tanto in termini di scrittura che di ricezione, è praticamente un dato di fatto; capire in cosa la seconda abbia fallito è un discorso che si lega strettamente a quanto realizzato nella sua prima brillante annata. Sul piano dei personaggi, già sapientemente tratteggiati, il trio protagonista riesce a brillare di luce propria anche in questa seconda stagione; tuttavia, quando considerati in virtù dei loro percorsi singoli, i tre soffrono di una scrittura che risulta frettolosa e segmentata, e neppure pienamente integrata alla trama verticale dell’annata.

Only Murders in the Building - Stagione 2Avevamo lasciato Charles alle prese con un momento di grande crescita personale, nel tentativo di riavvicinarsi alla figlioletta d’adozione; tuttavia, la scelta di farlo ritornare da Jan (interpretata da una sempre convincente e terrificante Amy Ryan) risulta depotenziata, tanto per la scrittura che per le tempistiche. Nonostante la chiusura della storyline veda il ritorno di Jane Lynch come guest star (e non può che essere un punto a suo favore), i pochi episodi dedicatigli, e l’importanza che una scelta del genere ha nel contesto della serie – Jan non è solo l’ex-compagna di Charles ma anche il villain della prima stagione –, rendono l’intero arco molto più debole. Sarebbe stato molto interessante sviscerare le motivazioni di Charles: ridurre l’interazione a un elemento quasi prettamente comico, e che sembra un’aggiunta fatta per il gusto di riallacciarsi alla prima annata, rende anche la reazione di Mabel di minor impatto.

Quanto analizzato per il personaggio di Charles vale anche per l’arco di Mabel. Fin dai primi episodi allo spettatore viene fornita una spiegazione piuttosto debole sull’assenza di Oscar – la cui chimica aveva reso la tenera relazione tra i due uno dei fiori all’occhiello della prima annata. Ciò che non funziona è proprio la nuova relazione di Mabel, su due piani differenti che finiscono per intersecarsi. Innanzitutto per la mancanza di chimica tra le due attrici (ed in generale, la performance di Cara Delevingne non risulta affatto convincente, fino all’ultimo episodio), e in secondo luogo per la scrittura fiacca e poco ispirata che accompagna il loro percorso come coppia. Introdurre un nuovo interesse amoroso in questo modo vuole dire indicare allo spettatore che si potrebbe ripercorrere quanto già fatto in passato: ma il personaggio di Alice (la nuova Jan?) non è presente in tutti gli episodi, e la sensazione di frammentarietà, dovuta a una scrittura poco lineare, non fa che aumentare lo spaesamento del pubblico. Così facendo, una serie ad episodi con cadenza settimanale perde uno degli elementi che più dovrebbe distinguerla dal resto: il grado di affezione che lo spettatore prova per i personaggi così come vengono presentati.
Only Murders in the Building - Stagione 2Il lavoro fatto sul personaggio di Mabel non è del tutto negativo: nonostante Alice sembri più un deus ex-machina che un personaggio vero e proprio, è interessante il modo in cui il puzzle della sua memoria – e, conseguentemente, della storia in toto – venga risolto, e la scena risulta essere molto d’impatto. Proprio il settimo episodio, “Flipping the Pieces”, è emblematico di quanto questa stagione possa vantare più occasioni perse che traguardi raggiunti. La settima puntata della prima stagione (“The Boy from 6B“) è indubbiamente uno degli episodi più belli della serie, a partire dall’idea e dalla sua realizzazione, fino alla collocazione nella storia, alla scrittura attenta, al ritmo nell’insieme. Anche in questa seconda annata il ritorno di James Caverly nel ruolo di Theo Dimas, e il suo ruolo in “Flipping the Pieces”, è un’aggiunta ottima e dà una spinta forte alla storyline di Mabel; la chimica tra i due attori rende l’episodio particolarmente riuscito, ma il susseguirsi di plot twist e scoperte talvolta citofonate appesantisce lo sguardo d’insieme.

Only Murders in the Building - Stagione 2Per quanto riguarda il personaggio che più ha giovato dell’attenzione dedicatagli, Martin Short riprende i panni di Oliver Putnam e ci regala una performance sempre all’altezza, complice la storyline più convincente del trio. Sia nel ritrovato rapporto con il figlio, sia nel confronto con la sua nemesi Teddy Dimas, l’insieme di elementi portati sullo schermo risultano ben amalgamati: sicuramente aiuta il fatto che i Dimas sono personaggi che lo spettatore ha già conosciuto, ma risulta impossibile paragonare il percorso di Oliver – e la sua evidente maturazione – a quello di Charles, nonostante la storyline del quadro del padre avesse un grande potenziale.

Il trio di Only Murders in the Building si ritrova ad affrontare una seconda stagione che si porta sulle spalle un peso molto difficile: quello di una prima annata praticamente quasi esente da difetti. È apprezzabile ricevere dei commenti on-screen da parte dei fan del podcast (specchio dei fan della serie) che commentano il non avanzare del caso e della eventuale risoluzione. Tuttavia, i problemi di questa seconda annata persistono: e non riguardano il caso in sé e per sé, né l’eventualità che risulti fin troppo ovvia la gestione del mistero. Quanto ha pesato sull’intera stagione è stata la troppa carne al fuoco, la voglia di raccontare tutto e l’incapacità di diluire e organizzare la narrazione in modo più organico per ogni singolo episodio. Per una serie di questo tipo si tirano le fila del risultato in virtù del finale di stagione: ed è proprio in questo caso che non possiamo non notare quanto l’intenzione di coralità – già espressa dalla bellissima cover di The sound of Silence – dia all’episodio una marcia in più. Tuttavia, la realizzazione finale del colpo di scena, compresa la finta morte di Charles, le modalità con cui si arriva alla confessione, e la ricomparsa di Alice (che sembra quasi casuale, data la mole di eventi raccontati), non riescono a risollevare la stagione nella sua interezza.

Only Murders in the Building - Stagione 2Alla luce dell’episodio finale è possibile parlare di cosa davvero è mancato per rendere incisiva questa seconda annata; non si tratta solo della qualità della scrittura, che è comunque di rilievo, ma di una cattiva gestione episodica che si è tradotta in una forte disorganizzazione – storyline aperte e chiuse nel giro di pochi episodi, che si tratti di Charles, o di Mabel. Un ulteriore elemento che ha appesantito questo ritorno è stata la confusione dovuta alla cacofonia di personaggi che gravitavano attorno al cattivo della stagione. È molto interessante l’idea di insinuare il dubbio di una eventuale Cinda Canning come perpetuatrice degli eventi, ed è egualmente interessante scoprire il ruolo dell’assistente e la sua vera identità; tuttavia, ciò che non ha funzionato è la velocità con cui le pedine si sono mosse sullo scacchiere, culminando con una confessione finale che mancava innanzitutto di mordente – ed il paragone con la scena straordinaria del reveal della prima annata non può reggere, basti pensare al movente (efficace nella prima, un po’ annacquato nella seconda).

Only Murders in the Building si è confermata una serie valida, con ottimi spunti tanto per la parte crime che per la parte comedy; la decisione di soffermarsi più approfonditamente sulle backstory del trio principale ha giovato al loro percorso, ma ha appesantito una stagione che forse aveva bisogno di concentrarsi di più su cosa già aveva funzionato: un mistero difficile da risolvere, tre estranei che non avevano poi così tanto in comune, un episodio che tira l’altro e nel mentre fornisce i dettagli per ricostruire i pezzi del puzzle. Scrivere una seconda stagione all’altezza di una riuscitissima prima annata non è un’impresa facile, e gli autori di Only Murders in the Building lo sapevano benissimo. Questo ritorno non rappresenta di certo un cattivo prodotto, e si lascia guardare, nella sua uscita settimanale, con piacere; ma la sensazione che lascia allo spettatore è quella di una confusione tale da non rendere incisivo tutto ciò che viene raccontato. Al netto degli elementi che ne hanno decretato una gestione più disorganizzata rispetto al passato, la serie si riconferma un prodotto più che godibile, le cui performance si staccano nettamente dalla media. L’auspicio è che, cambiando il setting del prossimo crimine, la terza stagione possa creare un mistero tanto semplice quanto affascinante, e sappia tenere lo spettatore egualmente legato alle vicende dell’Arconia (e non solo).

Voto: 6½

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Informazioni su Annalisa M.

Trascorre la maggior parte della sua esistenza nell’oscurità seriale (perché i teen drama non li vogliamo considerare) quando un giorno, presa da chissà quale illuminazione divina, decide di guardare Buffy The Vampire Slayer. La strada è segnata, seguono Angel, Lost, Breaking Bad e Mad Men. Un hobby che si trasforma in una passione totalizzante e in qualcosa di cui non si può più fare a meno. Aggiungiamoci il culto della scrittura, coltivato fin dalla tenera età (toccatele tutto, tranne il maghetto occhialuto) e il gioco è fatto.

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