
Ma Diane Lockhart è Diane Lockhart, i King sono i King e il risultato è stata una serie come The Good Fight, arrivata alla sesta stagione su Paramount+ con alcuni alti e bassi (ma molti meno bassi della serie madre) e guadagnatasi legittimamente il titolo di serie in grado di leggere la contemporaneità e l’attualità a stelle e strisce più di qualunque altra – raggiungendo picchi impensati che hanno fatto seriamente pensare a delle capacità divinatorie degli autori Michelle e Robert King).
Con questo stretto collegamento alla realtà e una ormai consolidata tradizione di casi legali mai banali in grado di analizzare le distorsioni più recenti del diritto statunitense, la serie arriva a conclusione con una sesta annata meritata e un conto in sospeso con un mondo che non sembra darci pace – e che di conseguenza non può darne nemmeno ai nostri personaggi, tanto meno alla protagonista.
Le prime due puntate di questa stagione, che si concluderà con il decimo episodio il 10 novembre prossimo – la stessa data riportata sulle finte bombe a mano lasciate nello studio legale –, ci mostrano quello che a tutti gli effetti è The Good Fight al suo meglio: casi complessi moralmente o addirittura senza risposte definitive, cospirazioni lavorative (reali o presunte), una assoluta instabilità sociale che si riflette su quella emotiva dei personaggi, l’aggiunta di elementi eccezionali al cast (più un ritorno storico molto atteso), sprazzi di inaspettata leggerezza e la risata di Diane Lockhart – le ultime due sono spesso strettamente connesse.
To just microdose is to be… Dante without a Virgil.

È questo il tema destabilizzante per Diane, che per la prima volta torna da una vacanza senza alcuna voglia di essere davvero lì: sicuramente c’entra il suo aver fatto un passo indietro da partner ed essersi addirittura confinata nel piano con gli avvocati del primo anno, ma c’è molto di più nel suo disagio ed è facile capire perché. Per cinque anni l’abbiamo vista lottare per un mondo migliore, non solo in tribunale ma anche a livello politico – in modi più o meno legittimi; e ora che là fuori dovrebbe esserci davvero un mondo nuovo, è inevitabile chiedersi se lo sia davvero. Quell’omen di inizio puntata, che ci riporta indietro nel tempo, è un modo per i King di farci sentire come si sente Diane, e forse non solo lei: la sentenza Roe v. Wade è stata ribaltata, riportando i diritti delle donne indietro di cinquant’anni; Putin ha invaso l’Ucraina, mettendo la Russia contro quasi tutto il mondo, in un assaggio di Seconda Guerra Fredda che nessuno vuole davvero sperimentare; Trump vuole ricandidarsi alla Presidenza degli Stati Uniti d’America. È davvero un déjà vu, un “già visto”, o un déjà vécu, un “già vissuto”?
Forse ce lo siamo chiesti tutti noi negli ultimi mesi: solo Diane Lockhart, però, ce lo sta raccontando da uno schermo.

Bettancourt è molto chiaro: il microdosing è come “essere Dante senza Virgilio” e forse di una guida c’è davvero bisogno per affrontare questo Inferno (o Purgatorio: ricordiamo che le pene dantesche non sono meno dolorose nella seconda cantica, contengono solo la speranza di poter prima o poi finire).

Il passato sembra tornare, ora identico – Peter Florrick è di nuovo in carcere –, ora leggermente mutato – Alicia ha fondato uno studio ma si è trasferita a New York; anche le minacce di morte non sono nuove per i legali del mondo di The Good Fight, ma questa volta conservano qualcosa di ancora più sinistro, che fa davvero pensare a conseguenze letali.
Qualcosa di nuovo per Diane? Non proprio: ricordiamo tutti cosa successe a Will Gardner – nessuno si è mai più ripreso da quel giorno in tribunale. La fiducia in un o una collega non è mai più stata la stessa dopo di lui, e anche il suo rapporto con Liz ne è una dimostrazione: certo, poggia su basi solide, eppure la sensazione è che possano incrinarsi da un momento all’altro – Liz ha pensato subito a un tradimento di Diane quando dai piani alti della STR Laurie hanno parlato di “un nuovo partner” da affiancarle.
Certo, nessuno poteva pensare all’arrivo di un personaggio come Ri’chard Lane.
Sir, you have to learn one thing about me.
I am never not serious.

Del resto anche Liz è alle prese con un ritorno dal passato, in questo caso camuffato da innocua intervista: ne scaturiscono il confronto con la se stessa di molti anni prima e il dubbio di aver avuto torto, o meglio, di non aver voluto vedere le colpe di un poliziotto perché influenzata dal fatto di essere sposata con un suo collega. È un momento, un istante: Liz riprende facilmente il controllo recuperando il faldone del caso e vedendo come abbia in conclusione fatto ciò che doveva, ma per una come lei, spesso nella posizione in cui indica agli altri i loro pregiudizi, è di certo un colpo da non sottovalutare. Come dice lei stessa a Jay, c’è una netta distinzione tra il giusto e lo sbagliato, tra ciò che si desidera e la verità: “There is right and wrong. And there is truth. Do not let the shiny objects distract you from the truth”.

Il caso di Marissa, che porta al ritorno di Eli Gold (Alan Cumming) e che attraversa entrambe le puntate, è invece uno di quelli più controversi, in cui non solo i King decidono di parlare di diversi temi in uno (le prese di posizioni politiche degli artisti, il diritto a non dover conoscere ogni situazione del mondo per poter parlare di una sola di queste e al contempo la necessità di informarsi un po’ di più se si vuole lottare per una causa), ma complicano ulteriormente la situazione. Mettono infatti il duo padre-figlia Gold, notoriamente ebrei, a difesa del diritto di una cantante, Lila Royce, a non esibirsi in Israele per i crimini commessi contro i Palestinesi, aggiungendo ulteriori strati al caso – in particolare nella preparazione della donna, in cui Eli arriva a interpretare contemporaneamente il giudice e l’avvocato dell’accusa. Il caso si chiude senza una vera vittoria – gli avvocati dell’etichetta discografica non lasciano a Lila alcuna scelta se non quella di scusarsi con la Cina, tirata in mezzo in una sorta di gara per cui “se non vai in tour qui, non puoi andare nemmeno lì” – e Lila non può far altro che scusarsi, pena l’oblio per un decennio.

In questo senso, il confronto con Carmen Royo è spietato: avvocata altrettanto giovane eppure determinata a farsi un nome nella difesa di criminali, Carmen si ritrova a gestire situazioni più grandi di lei con una calma che la rende davvero una fuoriclasse, che però vuole volare da sola. Non solo allontana Marissa, ma rifiuta persino la proposta di Ri’chard di avere tutti i privilegi di una patrtner nonostante i pochi mesi di lavoro sulle spalle. Il suo percorso sarà da tenere d’occhio e siamo certi che regalerà grandi soddisfazioni.
Non si poteva sperare in un ritorno migliore per The Good Fight: è l’ultima stagione e questo rende il mondo un po’ più grigio, ma che la serie possa chiudere al massimo del suo potenziale è una possibilità concreta, che la serie madre non ha purtroppo avuto. Godiamoci quindi l’universo legale dei King fino a quando durerà, l’unico mondo fittizio in grado di leggere la realtà come nessun altro senza smettere di inquietarci con le sue distopie fin troppo realistiche; ma anche l’unico in grado di farci temere per la vita di qualunque personaggio, riflettere sui nostri pregiudizi e preconcetti, e fare anche qualche sana risata, magari osservando Diane che pensa di levitare dalla sedia, o direttamente insieme a lei, grazie all’inimitabile risata di Christine Baranski.
Voto 6×01: 8+
Voto 6×02: 8½
