
Mastodontica, monumentale, semplicemente una gioia per gli occhi e per lo spettatore; sono tanti gli aggettivi e le lodi che possiamo utilizzare per parlare di un prodotto come questo. Pachinko non è una serie facile da seguire, soprattutto se paragonata ai prodotti che sempre più spesso affollano gli scaffali virtuali dei più popolari servizi streaming; eppure ha una sceneggiatura così sapientemente equilibrata da rendere ogni interazione convincente e persuasiva. È impossibile staccare gli occhi dallo schermo e, lungo il suo cammino di otto episodi, assistiamo al disvelarsi di una storia dal respiro ampio, che avvolge lo spettatore con una qualità di scrittura e di girato – corredata da performance impeccabili – tali da far dimenticare che esista anche altro.
ATTENZIONE: il seguente approfondimento è dedicato alle persone che hanno visto la prima stagione della serie.
Si farà dunque riferimento a scene che poterebbero essere considerate spoiler.
Pachinko come saga familiare
“A child is coming. She will thrive. And through her, a family will endure.”

Proprio a partire dal personaggio di Solomon, riusciamo a comprendere la portata della cura e dell’attenzione che il team di sceneggiatori ha mostrato nei confronti del materiale. È proprio nel confronto tra Solomon e la signora Han (l’anziana coreana protagonista della sua stessa rivoluzione copernicana) che si rispecchia l’intera architettura della serie; è opportuno notare come si tratti, anche in questo caso, di un’esplorazione dettagliata di un rivolgimento di trama che nel libro occupa poche pagine. Solomon, forte della sua posizione, emblema di una generazione che ha portato un grande peso sulle spalle – quello della cultura e del merito, che fa diventare qualcuno –, si scontra in modi diversi con i simboli del suo passato, sotto forma della donna coreana decisa a non vendere la sua casa, e sotto forma del fantasma per eccellenza (la figlia della compagna del padre, Hana). Nel primo contatto con la signora, quello in cui Solomon è ancora il personaggio granitico che pensa di essere, lo scambio si perpetua tramite un dono anacronistico: l’anguria (da sempre, nella cultura giapponese, sinonimo di prosperità), il pacchetto che dovrebbe far capitolare la venditrice ed il suo orgoglio; infine, l’offerta monetaria a cui nessuno può resistere.

Che ruolo riveste il linguaggio in Pachinko?
“And now my own kids don’t even know the language in which their mother dreams.”

Fin da subito sappiamo che la serie è girata in due lingue: il coreano degli oppressi, il giapponese degli oppressori – l’inglese, poi, della novità che avanza (il visto di Solomon, sponsorizzato dalla sua banca). Che differenza può fare quella di una lingua diversa nel luogo in cui dovresti prosperare e vivere l’unica vita che ti è concessa? È una differenza abissale, tramite la quale la serie collega tutte le storyline – anche quelle a cui fa solo un tiepido accenno – e lo fa donando al personaggio di Sunja (grazie anche alla bravura delle tre attrici che la interpretano come anziana, bambina e adulta) il ruolo di portatrice di un messaggio universale: una lingua, una forza, una figlia che creerà da sola una dinastia. La signora Han sogna nel coreano dei suoi avi, e non vuole, a nessun costo, vendere quel pezzo di terra che le ricorda i sacrifici della sua vita, lo sprezzo letto nel popolo che la voleva umiliata e sporca; che, rigettandola, rigettava la sua lingua e le sue origini. Nell’importanza che la serie dà alla lingua c’è il messaggio della storia stessa: delle diversità di ogni cultura, della dignità che ogni declinazione porta con sé, della storia che non è mai solo concepibile come quella di oppressi e oppressori, ma che dovrebbe essere riletta da ogni punto di vista. Pachinko è un prodotto che parla del valore della Storia e lo fa attraverso dei personaggi destinati a diventare indimenticabili.

Un gioco di incastri.
“Let’s be scared together.”
Pachinko è un prodotto riuscito non solo in virtù della storia e delle brillanti performance dell’intero cast: ha dalla sua una scrittura che rasenta la perfezione e una costruzione degli episodi tale da renderlo quasi un unicum nel panorama seriale odierno (soprattutto quello delle piattaforme). Qualsiasi piccolo dettaglio a cui si fa riferimento negli episodi viene accuratamente riposizionato sulla scacchiera degli eventi: è così che conosciamo Kyunghee, la sorella acquisita di Sunja, in punto di morte – prima ancora di incontrarla sullo schermo da giovane; è così che Sunja anziana – parlando a Solomon – fa il primo riferimento a suo marito Isak, in presenza di un altro pastore. Questo insieme di rimandi caratterizza una narrazione che si fonda su incastri perfetti, facendo sì che con una sola stagione Pachinko riesca a creare nello spettatore un’affezione tale che poche serie TV, al momento, possono vantare.

Pachinko è espressione del fatto che, nella miriade di prodotti proposti dalle attuali piattaforme streaming, la qualità e la fine narrazione non sono solo un miraggio ma una realtà concreta. Pachinko è una storia di cadute e di determinazione, scritta in modo magistrale e girata con una fortissima consapevolezza delle potenzialità del mezzo seriale: in poche parole, una serie assolutamente da non perdere.
Note:
* In “Brevemente risplendiamo sulla terra” di Ocean Vuong (in originale, “On Earth we’re briefly Gorgeous”) il tema del linguaggio viene declinato in modo simile a quanto vediamo nella serie: cosa significa vivere in un paese diverso dal proprio, abituarsi ad usi comuni e conservare i propri, e cosa significa non riuscire mai a comunicare con il proprio io interiore? Nella scena in cui Sunja chiede al figlio aiuto per tradurre quanto gli viene detto, è impossibile non riscontrare gli elementi in comune con il libro appena citato.
* In un dialogo ricco di significati tra Solomon e il padre, nel corso dell’ottavo episodio, balza subito all’occhio un bellissimo dettaglio. I due parlano tra loro in giapponese, eppure quando menzionano le figure della famiglia, lo fanno utilizzando i termini coreani (“Appa”, papà, “Halmeoni”, nonna), invece che il loro corrispettivo giapponese.
