
La serie è però stata largamente pubblicizzata con l’annuncio dell’approdo in tv dell’attore che interpreta il suo protagonista, ovvero Sylvester Stallone, uno che non ha certo bisogno di presentazioni. L’attore italo-americano, infatti, è la colonna portante della campagna di marketing e di tutti i poster che si sono visti in giro negli ultimi mesi: Tulsa King sembra puntare moltissimo sul suo carisma e sulla sua fama al fine di costruirgli intorno l’intero show e questo “Go West, Old Man” ne è la dimostrazione.
La serie si presenta come un ibrido tra comedy e drama, anche se per il momento è il lato comico e scanzonato a prevalere, con le dovute riserve del caso di cui parleremo più avanti. La storia vede l’anziano Dwight Manfredi, ex gangster e pezzo grosso della malavita newyorchese, uscire di prigione dopo venticinque anni e tornare in un mondo molto diverso e, soprattutto, che non lo accoglie come avrebbe immaginato. La famiglia mafiosa di cui faceva parte si è riorganizzata e non pare aver tenuto un posto per lui, anzi: il suo boss lo spedisce a gestire gli affari di Tulsa, seconda città dell’Oklahoma, un luogo molto diverso in quanto a territorio, cultura e composizione sociale rispetto alla “sua” New York City. Lo show segue dunque Dwight nella sua “nuova vita”, deciso a rifarsi un nome e un giro di affari importante per poter concorrere con coloro che lo hanno messo ai margini.

Questa ambiguità di fondo dello show, infatti, rimane sempre un enorme elefante nella stanza per lo spettatore: ogni volta che ci si rende conto di essere davanti ad una grande caricatura e ad una serie pensata per essere volutamente sopra le righe e assurda, la scrittura ci ricorda della serietà degli obiettivi del protagonista e di come non ci sia da scherzare su queste cose. È un controsenso che emerge con forza dalle azioni di Dwight e dai rapporti che instaura con gli altri personaggi e che influisce poi anche su una sceneggiatura pigra e poco ispirata: non c’è un vero intreccio in questo pilot, l’intera trama si basa sul mettere il protagonista in situazioni diverse una dopo l’altra, dal suo arrivo a Tulsa ad un colpo di scena finale buttato un po’ a casaccio – perché non anticipato per nulla nel corso dell’episodio – e per nulla originale, si direbbe quasi abusato in tantissime altre produzioni.

L’interpretazione di Stallone è comunque buona, sebbene penalizzata da una scrittura non brillante che cerca sempre di renderlo la persona più cool della stanza, alle volte in modo davvero goffo. Risulta quasi fastidioso questo giocare su un personaggio infallibile e privo di debolezze: ricco, forte, persuasivo e che ottiene sempre quello che vuole quando vuole. Qualunque sia l’obiettivo ultimo di Sheridan e Winter è necessario che lavorino meglio sul loro protagonista se vogliono donargli un minimo di spessore e non caratterizzarlo solo come quello che picchia i commessi dei negozi per costringerli a fare affari con lui e che è figo perché convince donne con la metà dei suoi anni ad andare a letto con lui – quest’ultima scritta così fa anche un po’ rabbrividire.
Nonostante tutti i difetti che si sono elencati è comunque difficile giudicare un prodotto come Tulsa King, perché sembra quasi di non comprendere a pieno quali siano le intenzioni degli autori: siamo di fronte ad una comedy caricaturale? O è solo un crime drama scritto male? C’è qualcosa di più dietro all’ingombrante figura di Stallone o lo show sarà per tutta la prima stagione una sequenza di scene in cui il protagonista minaccia la gente e si arricchisce? Quel che è certo è che siamo di fronte ad uno dei peggiori esordi di quest’anno televisivo.
Voto: 4 ½
