Se è vero che l’origine del genere spy story ha radici parecchio lontane nel tempo e in particolare nel 1918 con The great love di David W. Griffith, è assolutamente indubbio che il genere sia decollato a livello mondiale negli anni ’60 con la saga più famosa di tutti i tempi e che ha reso l’agente 007 la spia più famosa del grande schermo.
Da quel momento, atletica, eleganza, esperienza sul campo, coraggio e sfrontatezza divennero le caratteristiche che ogni spia doveva avere per definirsi tale. Il confronto con James Bond divenne ed è tuttora inevitabile. Tutt’altro che competente e dotato di esperienza è invece il protagonista di The Recruit, serie basata sul genere spy story con protagonista Noah Centineo (To All the Boys I’ve Loved Before, The Fosters), la cui prima stagione è già interamente disponibile dallo scorso 16 dicembre su Netflix. La serie è creata da Alex Hawley (creatore di The Rookie e fratello di Noah Hawley, showrunner della pluripremiata Fargo) e diretta da Doug Liman, Alex Kalymnios, Emmanuel Osei-Kuffour Jr. e Julian Holmes. Per quanto riguarda il cast, insieme a Noah Centineo, che oltre a essere a protagonista è anche produttore della serie , troviamo Laura Haddock (Da Vinci’s Demons); Aarti Mann (The Big Bang Theory), Vondie Curtis-Hall (Chicago Hope), Kristian Bruun (Orphan Black), Colton Dunn (Superstore) e Fivel Stewart (Atypical).
Addentrandoci nel primo episodio, The Recruit ci presenta Owen Hendricks, un giovane neo laureato in legge reclutato dalla CIA. Come ogni novellino che si rispetti, Owen verrà immediatamente bullizzato da un paio di colleghi più anziani che non perdono tempo ad appioppargli un enorme pila di scartoffie fatta di lettere minatorie; stanchi di dover leggere da mesi lettere di fanatici che scrivono alla CIA per puro egocentrismo, i due colleghi spiegano alla giovane recluta che il suo primo compito è analizzare quelle lettere una ad una per valutarne l’attendibilità. Dopo soli tre giorni dal suo ingresso nell’agenzia di spionaggio del governo degli Stati Uniti, Owen – dopo aver letto innumerevoli minacce totalmente prive di ogni fondamento – ne scopre una che attira la sua attenzione (e che invece era sfuggita agli occhi di chi prima di lui aveva supervisionato il faldone). Max Meladze, accusata di un brutale omicidio e per questo detenuta nella prigione di Phoenix, minaccia di rivelare segreti della CIA se quest’ultima non l’aiuta a tirarla fuori di prigione. A differenza delle altre lettere, la donna – interpretata da Laura Haddock – utilizza acronimi segreti e che solo una risorsa della CIA può conoscere. Il giovane avvocato si ritrova così invischiato in una storia più grande di lui e con cui – sin dalla prima puntata – dovrà fare i conti.
“I.N.A.S.I.A.L.”, ovvero I’m not a spy, I’m a lawyer (Sono un avvocato, non una spia), oltre ad essere il titolo del primo episodio, è quello che ripete, e si ripete, il protagonista: da risorsa della sezione affari legali, da cui ci si aspetta un mero lavoro burocratico, si ritrova invischiato in una missione di spionaggio e azione in cui si mescolano giochi di potere, segreti, interessi politici e criminalità organizzata. L’obiettivo della giovane recluta è quello di ottenere la fiducia di Max Meladze e trovare un compromesso che la convinca a non far trapelare i segreti di cui è a conoscenza. Avendo la pretesa di essere una spy story, i momenti di suspence – seppure intervallati da sketch simpatici e ironici – non mancano.
Strano è che dietro la macchina da presa ci sia uno dei maggiori nomi in tema di spionaggio e thriller: a dirigere i primi due episodi c’è infatti Doug Liman, regista – solo per citarne alcuni – di Mr & Mrs Smith, The Bourne Identity e Fair Game. Pur avendo alle spalle pellicole di un successo indiscusso, Liman riesce a distaccarsi totalmente dai suoi precedenti lavori, in grado di dare alla serie una sua totale originalità e indipendenza, senza mai renderla copia di qualcos’altro. Seppur originale e nonostante il primo episodio regali momenti di azione accattivanti e simpatici, l’intera narrazione risulta essere un po’ banale. La vita del protagonista che si dipana tra gli uffici della CIA e l’appartamento condiviso con un amico e la sua ex ragazza, stonano parecchio con la cornice nella quale si svolge l’intero episodio. La scelta di inserire un ventiquattrenne alle prime armi che riesce sempre a cavarsela, nonostante evidenti situazioni di pericolo da cui forse neanche James Bond l’avrebbe fatta franca, sembra essere alquanto forzata. Se poi, a questo, aggiungiamo che il protagonista non è una spia ma un semplice avvocato (per di più al suo primo incarico) fa un po’ sorridere. Diciamo che The Recruit, più che sembrare un thriller spionistico, sembra una commedia mascherata da tale. Risulta insomma ben poco credibile, almeno nel primo episodio. Sembra quasi che la serie, da questa prima impressione, voglia sfruttare al massimo la notorietà di Centineo, attirando così il pubblico già fan del giovane attore; tutte le scene girano attorno alla figura di Owen, a cui viene dato il compito di alleggerire i momenti di tensione con una battuta o un sorriso accattivante. Come purtroppo sempre più spesso accade nella piattaforma Netflix, l’obiettivo sembra quello di attrarre un pubblico sempre più vasto, anche a scapito di ridicolizzare un genere che nel mondo ha fatto la storia del cinema.
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