
Ad aggiungere legna al fuoco c’è stata la recente notizia dell’abbandono di Henry Cavill dal ruolo principale dello strigo Geralt di Rivia dopo la terza stagione: i motivi diffusi tramite newletter, podcast e quant’altro sono tanto confusi quanto contradditori, ma la realtà dei fatti è sempre la stessa: la star del franchise non è più coinvolta nella serie proprio quando il The Witcher di Netflix muove i primi passi nella creazione di un proprio canon, non differentemente da quanto ha fatto la Disney per Star Wars o Amazon per il mondo di Tolkien con The Rings of Power. La prima produzione che palesa questo intento è The Witcher: Blood Origin, creata da Declan de Barra (Iron Fist, The Vampire Diaries), e ambientata più di un millennio prima delle vicende di Ciri, Geralt e Yennefer.
Il prequel racconta l’origine di molti degli elementi che hanno reso unico il mondo della saga: dalla creazione del primo strigo all’ascendenza di Cirilla, passando per la natura della Congiunzione delle Sfere che ha portato nel Continente i mostri cacciati dai mutanti di Kaer Morhen. Così tanti eventi in quattro episodi sono una scommessa che Blood Origin non è stata in grado di vincere. Le vicende che hanno plasmato un mondo caro a molti appassionati sono messe in scena con sbrigativa superficialità, dimenticando di immergervi gli spettatori.
Anche il tentativo di mettere in scena parallelamente un’epica storia di rivolta contro il potere affonda nella raffica di accadimenti di un unico film diviso in quattro parti. La bellissima capitale elfica di Xin’trea si presenta come un coacervo di intrighi di palazzo e prepotenza dispotica, ma senza la giusta atmosfera è difficile rimanere coinvolti negli scenari mozzafiato popolati da vicende e personaggi abbastanza scialbi. L’opera di Sapkowski dava molta importanza alla geopolitica del mondo e ai suoi effetti sulla vita di tutti i giorni, ma questa particolarità è quasi completamente assente in Blood Origin. Anche quando il centro della narrazione è la giustizia sociale per i ceti più bassi, il tutto è narrato dal punto di vista dei nobili protagonisti fino all’ultimo episodio: durante la battaglia finale solo qualche scena è dedicata a una grande sollevazione popolare che con una migliore tensione avrebbe potuto essere ben più incisiva.

La rappresentazione della magia è un’altra nota dolente del prequel: in The Witcher, infatti, la magia è più simile ad una calamità naturale che alla presenza senziente a cui Balor sacrifica ciò che ha di più caro. L’apparizione in due episodi diversi di una giovane Ithlinne (profetessa della rovina di elfi e umani) è molto gradita, ma lo sarebbe stato ancor di più se le sue visioni non fossero palesi descrizioni degli eventi di questo prequel, perché le sue trance (e in futuro anche quelle di Ciri) sono partorite dalla stessa caotica energia brandita dall’arcidruido in “Of Mages, Malice, and Monstrous Mayhem”.
Insomma, queste forze occulte avrebbero potuto essere sviscerate con meno superficialità anche lasciando l’alone di mistero sugli obelischi nanici di cui gli elfi si sono impossessati. Nota a margine, l’unica esponente di questo popolo praticamente dimenticato dalla storia del prequel è forse la figura più interessante fra i protagonisti.

Quando i personaggi diventano segnaposto per le esigenze di trama qualcosa non è andata per il verso giusto, senza contare che la questione del sangue che scorre nelle vene di Ciri avrebbe meritato una maggiore attenzione, vista la sua importanza negli eventi a venire. Come già detto, l’unico personaggio con un certo spessore è la nana Meldof, interpretata da una bravissima Francesca Millis (Harlots); la sua personalità e la sua storia danno in pochi minuti quel che la compagnia di maghi e guerrieri non ha potuto dare in interi episodi.

Giudicare le svariate declinazioni del mondo di The Witcher da fan è molto difficile, ma Blood Origin sembra il primo vero passo falso di Netflix con questo marchio. Non è un prodotto brutto come molti dicono, anzi, la bruttezza avrebbe potuto significare un tentativo fallito in buona fede. Il prequel di The Witcher è uno show piatto, creato per piantare una bandiera sulla mitopoiesi del mondo di Ciri, Geralt e Yennefer e portare avanti un proprio canone, ma null’altro che questo. Forse con un altro nome e un’altra ambientazione sarebbe stato uno show ugualmente mediocre, ma più godibile per tanti.
Voto: 4
