
La serie creata dallo sceneggiatore di Contagion e The Bourne Ultimatum è un dramma antologico che immagina come negli anni a venire la Terra dovrà affrontare gli effetti del climate change e lo fa attraverso le storie di diversi personaggi in varie parti del mondo. La componente antologica fa sì che in ogni episodio l’autore possa concentrarsi su un tema o un altro, in particolare sempre afferenti al macro-tema del cambiamento climatico, come per esempio l’estinzione degli animali e la preservazione delle specie a rischio oppure l’innalzamento del livello dei mari che rischia di affondare intere parti di città. Un altro elemento interessante della serie è che queste storie sono in realtà interconnesse tra loro sia da un punto di vista narrativo – alcuni personaggi sono collegati gli uni agli altri –, sia da un punto di vista temporale, quest’ultimo anche fil rouge per tutti gli otto episodi della stagione. Il primo episodio di Extrapolations, non per niente, si intitola “2037”, che è anche l’anno scelto come punto di partenza: da lì in poi in ogni episodio si va un po’ più avanti nel tempo fino ad arrivare al 2070. Inutile dire che il tono della serie è estremamente pessimistico e tragico, e man mano che si va avanti con le puntate le cose non fanno che peggiorare, con le conseguenze sulla Terra che si fanno sempre più catastrofiche.

Il primo episodio di Extrapolations è una vera e propria introduzione allo show: si tratta di un segmento volto a presentare le diverse linee narrative – è la puntata dove vediamo il maggior numero di personaggi – e le diverse storie che verranno poi riprese negli episodi successivi, che invece seguiranno delle trame quasi interamente verticali. È anche un’introduzione tematica a quello che vedremo in seguito e un modo per presentare allo spettatore l’argomento di fondo e le premesse dell’intero show: la Terra è in grave difficoltà, i cambiamenti climatici stanno sconvolgendo interi ecosistemi e le conseguenze sono di tipo economico, politico e soprattutto umano. In che modo l’umanità affronterà queste nuove sfide? Quali saranno i fenomeni sociali che caratterizzeranno questo secolo? Sono solo alcune delle domande che vengono sollevate dalle storie introdotte, che passano da una riunione dell’ONU su alcuni provvedimenti da prendere in vista delle strategie future delle grandi corporation private e il ruolo che avranno – il personaggio di Harington si chiama Nick Bilton ed è una specie di Elon Musk a capo di una grande azienda che si occupa della desalinizzazione dell’acqua per renderla potabile – ma anche per esempio a come un neo-rabbino (Marshall Zucker, interpretato da Daveed Diggs) scelga di indirizzare la sua vocazione nell’aiutare le persone messe in difficoltà dalle catastrofi naturali.

Allo stesso modo il personaggio di Sienna Miller – Rebecca Shearer, una biologa e ricercatrice – vede il suo mondo scomparire letteralmente di fronte ai suoi occhi e a quelli del figlio, vittima di una patologia particolare che si sviluppa a partire proprio dalle conseguenza nefaste dei cambiamenti climatici. Per “suo mondo” si intende quello del suo ambito lavorativo, ovvero principalmente il degrado degli ecosistemi e l’estinzione di varie specie animali, che si susseguono – nel mondo immaginato da Extrapolations – negli anni successivi al 2037, dall’elefante asiatico alle megattere per esempio. Rebecca è essenzialmente una donna che lotta contro i mulini a vento, cercando disperatamente di proporre soluzioni alternative ai disastri causati dall’operato degli esseri umani ma scontrandosi contro gli interessi privati ed economici delle grandi aziende, anche quelle di cui pensava di condividere gli scopi. In questo senso si inserisce anche il tema della possibilità di “ricreare” le varie specie estinte in laboratorio, con tutto il discorso sulla genetica e sul “god complex” dell’essere umano.

In generale il progetto Extrapolations non si può dire del tutto riuscito: se da un lato è affascinante e importante provare ad immaginare gli effetti a lungo termine dei cambiamenti climatici e come questi influiranno sulle nostre vite, dall’altro lo show non riesce ad essere incisivo come dovrebbe, ponendosi a metà tra un avvertimento propagandistico e delle storie raccontate non sempre bene. Dalla sua la serie di Burns ha un cast eccezionale – che spesso riesce a reggere il peso di una scrittura non eccelsa – e dei grandi valori produttivi che mostrano tutti i loro muscoli nell’aspetto visivo e nelle splendide – ma soprattutto tragiche – immagini che vediamo su schermo.
Voto: 6 ½
