
Lo show è stato creato da Graham Yost (Justified, The Pacific) basandosi sulla serie di romanzi omonimi scritti da Hugh Howey. I primi episodi sono diretti da Morten Tyldum, conosciuto soprattutto per la regia dei film The Imitation Game e Passengers, ma anche recentemente per la miniserie Defending Jacob proprio per AppleTV+. I diritti di sfruttamento di Silo sono in giro da diverso tempo e, inizialmente, si era pensato a un film, solo in seguito a una serie tratta dai romanzi che avrebbe dovuto essere prodotta da AMC per poi “traslocare” sulla nuova e ricca piattaforma Apple.
La storia di Silo è ambientata in un futuro indefinito nel quale ciò che resta dell’umanità – una comunità di qualche migliaio di persone – vive in una gigantesca struttura verticale sotterranea costruita su più livelli chiamata appunto “Silo” al fine di proteggersi dal mondo esterno diventato invivibile e tossico; nessuno sa chi abbia costruito il Silo o cosa sia successo prima della sua costruzione, così come nessuno dei suoi abitanti ha mai visto il mondo esterno se non attraverso un’unica telecamera posta alla sua unica uscita che trasmette ininterrottamente il paesaggio desolato su uno schermo gigante in sala mensa. Provare ad uscire dal Silo significa andare incontro a morte certa, o perlomeno questo è quello che viene insegnato e tramandato all’interno della struttura: alcune persone non sono dello stesso avviso e sentono che c’è qualcosa che non va, una verità che viene sistematicamente nascosta da chi è al potere e che impedisce alle persone di essere libere.

Silo è chiaramente uno show che punta tantissimo sul suo concept e scommette sul fascino del mistero che avvolge la storia; lo spettatore deve sentirsi coinvolto dalle vicende dei personaggi, certamente, ma più di tutto deve voler sapere cosa si cela dietro il mistero della struttura, qual è la verità e come verrà a galla. È il tipo di narrazione a enigmi che ha portato in auge il fenomeno Lost negli anni duemila ma che a sua volta è seguito a Twin Peaks, vero innovatore e game changer nella storia della televisione, una formula che abbiamo visto reiterata moltissime volte nelle produzioni degli ultimi vent’anni. A giudicare dai suoi primi episodi, Silo sembra aver imparato bene dai suoi predecessori e, forte del suo arrivare tanti anni dopo e in un’epoca televisiva molto diversa, è ben consapevole di come dover gestire le sue componenti narrative. Basti pensare che il personaggio di Rebecca Ferguson, l’ingegnere meccanico Juliette, che è la protagonista della serie, non entra davvero in scena prima del secondo episodio poiché il primo è un lungo prologo che serve a costruire le premesse della storia e a far conoscere l’ambientazione allo spettatore.

Il cast di Silo è completato da attori del calibro di Iain Glen (Game Of Thrones), Tim Robbins (The Shawshank Redemption, Mystic River), Harriet Walter (Succession, Killing Eve, The Crown) e Avi Nash (The Walking Dead). Il tono della serie è sempre molto cupo e drammatico e la fotografia non fa che sottolineare l’ambientazione claustrofobica con immagini molto scure e con pochissima varietà di colori; anche la regia, dovendo girare praticamente sempre e solo in interni, si inventa soluzioni creative per allungare e allargare il campo intorno ai personaggi – il Silo è sì una struttura gigante, ma si tratta pur sempre di un grande bunker, non certo il setting più agevole per un regista.

Al netto dei suoi pregi e dei suoi difetti, la nuova serie di AppleTV+ si presenta come un racconto di fantascienza dall’enorme potenziale ma che solo in parte riesce nel suo obiettivo. I primi episodi incuriosiscono, ma sono danneggiati da un ritmo incostante e da un eccessivo minutaggio che rischiano di far perdere l’interesse nel voler proseguire la narrazione. Silo è certamente una storia che parte da un concept affascinante per tutti gli amanti del genere e per coloro a cui piacciono le narrazioni misteriose, ma è meno adatta a chi cerca qualcosa di più diretto e con meno lungaggini.
Voto: 6½
