
Barry fa parte di quella schiera di prodotti che hanno avuto il loro momento di gloria – c’è stato una fase in cui chiunque parlava di Barry – ma che, con il tempo, hanno perso un po’ della loro fama tra il grande pubblico, rimanendo tuttavia sulla bocca degli appassionati e dei più attenti. Uno dei motivi di questo fenomeno è connaturato alle modalità di fruizione di serie televisive del nostro tempo: siamo abituati sempre più a passare rapidamente dal grande titolo del momento al prossimo, con sempre meno tempo di elaborare quello che guardiamo. Un altro motivo, per esempio, è il gap temporale che è intercorso tra le prime due stagioni e le seconde due, un periodo che ha ragionevolmente affievolito l’hype e il chiacchiericcio intorno alla serie, lasciando spazio ad altri titoli nuovi e più freschi – sicuramente anche a prodotti che seguivano la scia di Barry in quanto a stile e a ispirazione.

Bill Hader è stato fin dall’inizio coinvolto nel processo creativo della serie, cosa che ha facilitato l’interpretazione di un personaggio che sa essere magnetico sin dalla sua prima apparizione: Barry Berkman è il fulcro dello show e la sua psicologia e la sua evoluzione sono stati il filo conduttore che hanno portato lo show a bordo di un’adrenalinica giostra narrativa che trova una degna conclusione con questa quarta annata. Se nella prima stagione, infatti, Barry cominciava il suo viaggio alla ricerca di una nuova vita esplorando la propria intimità e le proprie emozioni sfruttando il mezzo del teatro e i consigli di Gene Cousineau, con l’omicidio della detective Moss cambia tutto: la seconda stagione ha riportato il protagonista a fare i conti con i traumi del passato e con il proprio lato oscuro, che riabbraccia definitivamente nell’episodio finale. La terza è stata caratterizzata da una serie di tentativi per Barry di fare ammenda dei propri errori, la ricerca, quindi, della forza di perdonare e di ricevere perdono. Il cliffhanger nel finale, tuttavia, rimetteva tutto in discussione, non lasciando presagire molto dello stato in cui avremmo ritrovato il protagonista in questa quarta annata.

La seconda parte della stagione – quella che va dal quarto episodio all’ottavo – contribuisce a rendere evidente questo aspetto: la vita che Barry costruisce con Sally e con il figlio John viene mostrata sin da subito con delle immagini oniriche e artificiose – tanto che molti spettatori si sono chiesti ad un certo punto se non fosse tutto ambientato nella testa di Barry. Hader dipinge volontariamente la nuova casa e la nuova famiglia di Barry come una foto sbiadita, fatta di paesaggi spogli e relazioni non genuine: è un’immagine fragile, che sembra possa essere spazzata via da un soffio di vento o – come effettivamente accade – da una leggerezza di Sally che fa arrabbiare le persone sbagliate. La vita che il protagonista ha sempre sognato, insomma, non è un futuro possibile per Barry, non esiste un lieto fine e non esiste un vero perdono per quello che ha commesso.
Il fatto che per l’uomo sia importante il modo in cui appare agli occhi degli altri – più che a se stesso – è dimostrato dal fatto che non ci pensa due volte a tornare a Los Angeles a chiudere la bocca a Gene non appena scopre che il personaggio di Henry Winkler è sul punto di raccontare la sua versione degli eventi e addirittura farci un film. Quel film non deve uscire perché racconterebbe la sua storia come se lui fosse l’antagonista, un uomo spietato senza sentimenti e senza scrupoli, un ex marine che è diventato un cop killer e nient’altro.

Se nelle scorse stagioni il dramma del protagonista era perfettamente bilanciato da una comicità situazionale che faceva dell’assurdo e del grottesco il suo punto di forza, questa quarta stagione, sebbene abbia anch’essa momenti comici brillanti e dialoghi irriverenti – soprattutto nella storyline che riguarda Noho Hank – ha virato in modo deciso verso la componente drammatica, sfociando a tratti nel thriller psicologico. La scena dell’aggressione a Sally e John in casa è una delle più spaventose della serie – e la regia di Hader, che dirige tutti gli episodi della stagione, è eccezionale – ma anche quella nel garage delle torture di Jim Moss non scherza. Questo incupimento nella narrazione segue il percorso dei protagonisti e trasforma uno show che giocava spesso sul contrasto tra la divertente e impacciata assurdità di un killer che voleva fare l’attore con la spietatezza e l’efferatezza degli omicidi, in un crescendo di tensione e angoscia che finisce definitivamente solo con la morte del protagonista, come se fosse lo stesso Barry a portarsi dietro una cappa di morte e distruzione.

Anche il triangolo relazionale Barry-Fuches-Noho Hank ha un ruolo di rilievo nella stagione. Il mentore/padre putativo di Barry, per esempio, conserva per il suo discepolo un affetto mai sopito, nonostante la continua guerra che hanno intrattenuto nel corso delle stagioni; questo legame di amore-odio trova compimento nella scelta finale di lasciar andare Barry e la sua famiglia, una sorta di riscatto per tutto il male che gli ha causato. Se ci si pensa, in fondo, il primo manipolatore di Barry è stato proprio Fuches, che lo ha sfruttato come killer e lo ha privato della possibilità di curarsi dal suo trauma.

In definitiva Barry si conclude con una stagione che, in linea con le precedenti, ha saputo unire la brillantezza di scrittura con una regia superlativa, ma lo ha fatto in questo caso con una tensione drammatica ancora più marcata che nelle altre annate della serie. Il corso dello show ha visto qualche leggero calo di ritmo nella terza stagione e in qualche momento di passaggio dell’inizio di questa quarta, ma in generale il livello di televisione espresso da Barry è altissimo. Lo show, nella sua interezza, è un piccolo gioiello capace di stupire, divertire ed emozionare.
L’unico torto che ci hanno fatto gli autori è quello di non averci fatto vedere l’annunciato film della Warner con Daniel Day-Lewis e Mark Whalberg, ma a fronte di tutto il resto possiamo decisamente perdonarli.
Voto Stagione: 8
Voto Serie: 8 ½
