
Sin dall’inizio, grazie alle storie della famiglia Roy e della Waystar Royco, l’intento della serie HBO creata da Jesse Armstrong è stato quello di mostrarci una guerra di successione all’interno di un impero mediatico: infatti lo show inizia proprio con un malore del patriarca Logan Roy, che incrina per la prima volta la solidità del CEO dell’azienda e dà il via a tutti i giochi di potere che abbiamo visto per tre annate. Ed è proprio quando finalmente ci ritroviamo con Kendall, Shiv e Roman dallo stesso lato della barricata, uniti contro il padre all’inizio di questa quarta stagione, che le carte vengono mescolate di nuovo: Logan muore (inaspettatamente ma con un’intuizione geniale) già al terzo episodio, e questo evento fa tremare la terra sotto ai piedi dei fratelli Roy non solo perché ognuno di loro si ritrova ad affrontarne il lutto, ma anche perché quell’alleanza, già fragile, viene spezzata nuovamente.

La chiave del successo della serie di Armstrong si trova proprio nel suo delicato equilibrio tra tragedia e commedia, tra motivazioni reali e tremendamente umane da una parte e ridicoli comportamenti da classe iperprivilegiata dall’altra; sarebbe stato tutto davvero poco credibile se a sorreggere questa impalcatura non ci fossero stati questi due pilastri – tragico per il portato umano e interiore dei personaggi, satirico per quello sociale ed esteriore.

Inoltre, la condanna che ricade sui figli, un concetto da oracolo di Delfi che pare così lontano dal nostro mondo, diventa più vicino quando lo analizziamo usando un linguaggio a noi comprensibile, quello appunto del trauma familiare. Al vertice c’è il padre-patriarca, amato e odiato al tempo stesso, che gioca psicologicamente con i figli crescendoli a suon di ricatti e di dosatissime mani tese solo per avere qualcosa con cui legarli a sé; un padre che teme i legami tra di loro perché forse – forse – solo insieme sono in grado di sconfiggerlo, ed ecco che allora non perde occasione per allontanare uno dall’altro. Possiamo davvero pensare che le colpe del padre, di questo padre, non ricadano sui figli sotto forma di trauma, di coazione a ripetere, di tentativi di ribellione che vengono abortiti proprio all’apice della loro messa in atto (perché un conto è minacciare di sfidare papà, un altro è farlo davvero)?
We called Wisconsin. Now we’re gonna call Arizona, so we call the election.

C’è del tormento in questa scelta? Forse in Kendall, che ogni tanto riscopre di avere un’anima prima di annichilirla con un sorriso da brivido; forse in Shiv, che però – per ammissione della stessa Sarah Snook – si trova per puro caso a sostenere la parte giusta della Storia e che a parti invertite non avrebbe avuto poi così tante remore; di sicuro non per Roman, il cui disinteresse per i comuni mortali è pari solo a quello che ha sentito per anni dal padre nei suoi confronti.
Se detta così questa vicenda sembra correre il rischio di rappresentare una sorta di lamento per cui “anche i ricchi piangono”, Armstrong muove invece i giusti passi per evitare che questo accada, e qui arriviamo alla seconda colonna portante della serie: la componente comedy, che passa dalla potente satira contro il mondo rappresentato dai Roy, a venature dark e persino cringe – un aspetto essenziale tra l’altro per mantenere attiva la sfera critica del pubblico, mai passivo davanti alle vicende ma costantemente strattonato tra questi poli. Continuando a muovere il pendolo delle nostre preferenze, la serie ci porta con coscienza a provare più emozioni allo stesso tempo – con buona pace di chi pensa che davanti a persone di un certo calibro si possa essere assolutisticamente pro o contro.

Con un approccio simile era impossibile pensare a una conclusione pacifica, e in effetti nessuno vince davvero. C’è Tom (un eccezionale Matthew Macfayden), che ne esce con una corona di cartapesta, e che per lo stesso Armstrong sta lì a rappresentare tutti quelli che si muovono verso l’alto mettendosi a completa disposizione del potere; c’è Greg, ripescato da Tom per ricostituire il più bel duo della storia seriale, ma bollato come nuovo Giuda davanti a tutti; c’è la vecchia guardia pronta a essere silurata, e poi ci sono gli stessi Stati Uniti a uscirne con le ossa rotte – a meno di nuove clamorose rivelazioni dal Wisconsin, di cui però non veniamo messi a conoscenza. Persino Connor si trova sul crinale di due opzioni per lui non favorevoli: se vincerà effettivamente Mencken il suo sarà un matrimonio a distanza – e chissà quanto durerà; se vincerà Jiménez, salterà anche l’accordo che lo riguarda.
I love you, but you are not serious people.

Ogni persona adulta dovrebbe arrivare a un momento in cui smettere di colpevolizzare l’educazione ricevuta e cominciare a guardare al lavoro svolto su di sé: ma, per usare una metafora bellica, è davvero possibile guarire da un PTSD mentre si è ancora sotto le bombe? I figli di Logan (tolto Connor che si è in parte salvato proprio per il suo essere esterno alle vicende) sono stati sotto l’influenza paterna e dentro le vicende dell’azienda per tutta la vita – e certo, questo accade anche dopo la morte di Logan, non solo perché diegeticamente passano pochi giorni dalla terza all’ultima puntata, ma anche perché il lutto non si esaurisce in breve tempo.
Il finale è un momento di pura distruzione e nichilismo, in cui sono stati costretti a confrontarsi col loro non essere le persone giuste per quel posto e soprattutto non riuscire a esserlo insieme: “We are bullshit”, “We are nothing”, dice Roman, ma forse è proprio in quel loro non essere adeguati al ruolo che si nasconde – su un lungo termine che non vedremo – la chiave per uscire dal loop tragico in cui si ritrovano. Sembra dirci questo il più giovane dei Roy, che si ritrova nelle ultime scene seduto al bar come quando tutto è iniziato, con un sorriso che non trattiene un certo sollievo.
Forse l’unico modo per guarire da quelle ferite, o per iniziare a farlo, è proprio non essere successori di Logan Roy, non essere costretti a confrontarsi tutti i giorni col fantasma del padre, non dover chiedersi a ogni singolo bivio “Cosa avrebbe fatto papà?” – una domanda che sentiamo più volte in queste puntate, e che di certo non si sarebbe fermata con Kendall come CEO e Roman e Shiv in posizioni di potere dentro l’azienda. Recidere il cordone ombelicale infetto che ancora li collega a Logan sarà per alcuni il più grande ostacolo della vita, per Kendall di sicuro: del resto il padre gli aveva dato le chiavi dell’impero a sette anni, quindi risulta difficile stupirsi del suo attaccamento al ruolo, del suo voler riempire coi piedi quelle scarpe sempre troppo grandi da colmare. Per Roman potrebbe significare libertà: è stato più volte suggerito che lui quel posto non lo volesse davvero e forse è proprio così; che poi in futuro possa o meno fare i conti con l’aver giocato col destino dell’umanità per un buon affare, è un altro discorso.

Possiamo davvero dirci che l’abbia fatto “solo” per non vedere suo fratello come CEO, o forse decenni di soprusi da parte di Logan hanno avuto la meglio e l’hanno fatta inconsciamente schierare con il padre, evitando anche solo il rischio che uno di loro potesse prendere il potere? Può essere solo un caso che la frase sopra citata rivolta a Kendall abbia la stessa struttura (“I love you, but…”) dell’ultima frase che Logan ha rivolto ai figli? Nessuna risposta è davvero quella giusta, ma se c’è un merito – enorme – da riconoscere alla serie è proprio quello di aver lasciato aperte tutte queste possibilità in character e plausibili, in una vicenda in cui nessuno di loro può dirsi davvero vincitore.
All’inizio di quest’ultima stagione Brian Cox, interprete di Logan, ha dichiarato in diverse interviste che secondo lui ogni annata di questa serie riesce a superare la precedente, e, per quanto si possa vederla come un’intelligente pubblicità per lo show, è difficile dargli torto. Quest’ultima stagione ha avuto dalla sua la possibilità di lavorare su un livello di emozioni mai riscontrato prima, causato proprio dalla morte di Logan così anticipata rispetto al previsto: questo, unito a un cast eccezionale e sempre più aderente ai propri personaggi, ha fornito un materiale di inestimabile valore, che solo un’ottima regia poteva esaltare. Tra i diversi registi di queste ultime puntate, è impossibile non sottolineare il contributo essenziale del già citato Mark Mylod, che soprattutto in “Connor’s Wedding” e “Church and State” ha adottato precise tecniche per diminuire il più possibile le interruzioni durante le riprese.

Sono poche ormai le serie che riescono a chiudere alle loro condizioni e pochissime quelle che sanno fermarsi al momento giusto. Armstrong ha individuato la conclusione qui, non perché non ci siano cose interessanti da raccontare nelle vite dei Roy rimasti, ma perché il tema era la successione e questo momento è arrivato: cavalcare l’onda del successo sarebbe stato facile, ma portare avanti Succession mostrandoci la rivalsa dei Roy avrebbe trasformato la serie in una cosa che non è mai stata, e alla fine l’avrebbe rovinata. Queste quasi 40 puntate sono quello che ricorderemo di una serie che sembra davvero non aver sbagliato un colpo: come sempre l’ardua sentenza andrà ai posteri, ma possiamo dirci sufficientemente certi del fatto che Succession si sia guadagnata il suo posto tra i capolavori della serialità.
Voto Stagione: 10
Voto Serie: 9

C’è poco da aggiungere, siamo di fronte ad un vero e proprio miracolo. Non saprei come definire diversamente uno show che in quattro stagioni ci ha ripetutamente mostrato un conflitto di famiglia senza mai annoiarci; una guerra dove è impossibile parteggiare per qualcuno in particolare perché sono tutti, e ribadisco tutti, orribili ma al tempo stesso incredibilmente magnetici. E dietro la guerra dei Roy c’è il mondo che cambia in peggio, con le democrazie che diventano autocrazie, con il controllo e il potere dell’informazione, il divario crescente tra chi ha tutto e chi niente.
Succession è grande scrittura e interpreti straordinari, immensi e nel terzo episodio di quest’ultima stagione ci sono tutti i prossimi Emmy.
Io credo che dal terzo episodio non si possa uscire indenni neanche volendo. Ricordo quando l’ho visto di aver passato una buona metà del tempo a pensare “mmmh mi sa che è l’ennesimo inganno di Logan ai danni dei figli”, e la cosa assurda è che tantissime persone con cui ho parlato mi hanno detto di aver pensato lo stesso. Ora: arrivare a ritenere plausibile una mossa del genere cosa ci dice di quello che abbiamo visto dei Roy in questi anni? Armstrong, i vari registi tra cui Mylod, il cast, ci hanno fatto un regalo enorme. Era da tempo che non mi trovavo con quella sensazione lì, davanti a una puntata nuova – esaltazione da una parte e tensione vera dall’altra, all’idea di quello che avrei potuto vedere. Ci mancheranno moltissimo!
Io invece me lo aspettavo, sicuramente non all’inizio di quest’ultima stagione! Ma quel turbinio di emozioni e quella gamma di reazioni che noi spettatori viviamo attraverso i quattro figli di Logan, sono qualcosa di pazzesco, un’autentica esperienza, personalmente mai provata prima…
Perché Succession è stata (sic) una serie così bella? Voglio dire, il tema in sé è abusato, dai tempi di Dallas per fermarmi alla mia infanzia televisiva. Solo perché i Roy sono più ricchi, mostrandoci aspetti dell’esistenza di esseri umani che sfuggono persino all’invidia (perché per invidiare devi immaginare, e come lo immagini l’abitante di un pianeta disperso in un’altra galassia)? Per la scrittura, per la messa in scena Shakespeariana di ogni singolo episodio che ti lascia svuotato, ad odiarli ancora di più, eppure senza poterti esimere dal compatirli, almeno un po’, perché una vera chance di essere meglio dello schifo che sono diventati non l’hanno mai avuta. Dalla morta oscena (fuori scena, oskenè) di quello che fino all’istante precedente, era stato il protagonista indiscusso, quello che non ne sbaglia una e ne sa sempre più del diavolo, a ricordarci che comunque tutti da quella porta dobbiamo passare, anche lui, che ha speso cinque milioni per quel mausoleo dove, alla fine, riposeranno anche le spoglie degli eredi. Il colpo di scena di quella morte anticlimatica, sette episodi e mezzo prima della conclusione della serie che comprime la successione del titolo all’ultimo 20 per cento, ma nel quale Logan Roy è presente persino più di prima, perché non se ne è andato (davvero) mai. I destini che attendono i quattro figli appaiono segnati, per certi versi non c’era più nulla da dire. Conn che può solo sperare di ottenere una posizione lontano da una moglie che non ha mai celato di non amarlo, ora che ha dovuto mettere in soffitta le risibili ambizioni di diventare Presidente di un Paese che gli preferisce un neonazista. Roman intrappolato in un’esistenza vacua ma magari felice, perché lo abbiamo visto tutti il suo sguardo da “scampato pericolo” quando capisce che l’azienda è andata e quell’ambizione obbligata può finalmente spegnere da qualche parte. Shiv che è l’unica ad averla avuta una scelta e preferisce essere la moglie di un CEO che ha smesso di amarla e che lei non ha mai davvero amato, che la sorella di uno che non vuole detestare, ma che non potrebbe accettare in quel ruolo, perché renderebbe la sua sconfitta troppo più fragorosa. E poi Kendall, programmato sin da piccolo a desiderare quella poltrona, e che non può averla, due volte sul punto di farlo e due volte tradito dal sangue del suo sangue. E forse è Kendall quello che non posso fare a meno di compatire, più di tutti gli altri. Conn, Roman, Shiv non hanno mai avuto una chance. Lui ha pensato di averla. Come un novello Icaro ha pensato di poter raggiungere il sole. E, come Icaro, si è andato a schiantare da qualche parte, lontano dai nostri sguardi. Grazie, come sempre, Federica: con ritardo, ma ho letto la tua recensione con immenso piacere.