
Partiamo dalle aspettative che questa terza annata si portava dietro: dato che il concept dello show si basa tutto, come da titolo, sulla risoluzione di omicidi perpetrati all’interno dell’ormai famosissimo palazzo dell’Upper West Side di New York che fa da setting alla serie, l’Arconia, e dato che quest’idea era stata già sfruttata per la prima stagione – con l’omicidio di Tim Kono – e poi riutilizzata anche nella seconda – con l’omicidio di Bunny – aggiungendo solo alcune significative variazioni alla struttura narrativa, il dubbio principale era relativo a come Only Murders In The Building si sarebbe rinnovata per evitare la trappola della ripetitività. Il finale della seconda stagione lasciava già qualche indizio: apparentemente lo show mostrava di volersi allontanare dal condominio per incentrare la nuova indagine in un teatro di Broadway – con la presentazione a sorpresa della vittima, ovvero Ben Glenroy, il personaggio interpretato da Paul Rudd, centrale per la trama della terza annata.
È andata effettivamente così: la terza stagione si svolge quasi interamente all’interno del teatro o comunque intorno al filo conduttore della realizzazione di un grande spettacolo da parte di Oliver, un’idea originale e vincente che riesce a dare freschezza e nuova linfa alla serie. Gli ambienti di scena permettono, infatti, agli autori di giocare abilmente con il meccanismo narrativo dello show dentro lo show: i personaggi della stagione sono chiamati a interpretare altri personaggi quando sono sul palcoscenico e, in un abile gioco di riflessi, questo fa sì che da un lato le loro capacità attoriali siano esaltate, dall’altro che si creino multiple possibilità dal punto di vista della trama e dell’intrattenimento. Di questo la scrittura ne beneficia e, in alcuni momenti, sembra quasi di trovarsi davanti a una serie completamente diversa, sebbene siano sempre presenti gli elementi cardine che caratterizzano Only Murders In The Building – e che sono stati una parte importante del suo successo.

Anche il podcast creato dal trio di protagonisti ha la sua importanza in questa terza stagione, sebbene gli autori siano intelligenti a gestirne il ruolo in modo diverso rispetto alle precedenti annate. In questo caso, infatti, la sua funzione è quella di andare a risolvere la crisi del rapporto di amicizia che lega Mabel a Oliver e Charles a stagione inoltrata, dopo essere stato utilizzato tuttavia come causa stessa del conflitto. Da un lato è un peccato che l’apparizione mefistofelica di Cinda Canning (una sempre eccezionale Tina Fey), che cerca di far cadere Mabel nella tentazione di “tradire” i propri amici, sia appunto solo un’apparizione fugace – la sottotrama si risolve quasi subito –, ma allo stesso tempo far passare il personaggio di Selena Gomez al lato oscuro facendogli compiere una scelta del tutto egoistica sarebbe stato forse troppo per il tipo di show che è Only Murders In The Building. Alla fine, infatti, Mabel non volta le spalle ai suoi amici, non volta le spalle al suo podcast e, anzi, è proprio quest’ultimo e la loro passione per l’investigazione a farli tornare uniti.

Come da tradizione l’intricata indagine passa attraverso interrogatori, false piste, tradimenti e rivelazioni improvvise: in questo Only Murders In The Building rimane decisamente efficace e divertente. La componente crime non offre grandi novità ma resta solida e lascia dubbi fino alla fine su chi possa essere il vero assassino – con la complicazione in questo caso che i tentativi di omicidio sono ben due. Solo nella parte centrale della stagione si nota una leggera flessione della tensione narrativa, un breve calo che coincide con alcuni episodi meno riusciti di altri in termini di scrittura come per esempio “Ghost Light”. Il culmine della detection si ha ovviamente verso gli ultimi episodi, anche se non è il finale il punto più alto dell’annata, bensì il penultimo episodio, quello in cui ci sono le grandi rivelazioni da parte dei protagonisti e vengono collegati tutti i puntini: “Thirty” è veramente un’ottima puntata, sia dal punto di vista della scrittura – alla sceneggiatura Elaine Ko, già dietro tantissimi episodi di Modern Family – che della messa in scena, con l’incursione dei protagonisti all’interno della loro ricostruzione degli ultimi trenta minuti di vita di Ben.

Ancora una volta la brillante comedy di Hulu è stata capace di rinnovarsi e di trovare nuovi stimoli per proporre una rivisitazione del genere giallo che, in questo caso, si mescola a una dichiarazione d’amore esplicita verso il teatro e il musical – fantastiche sia le canzoni che i momenti musicali che coinvolgono i personaggi. Insomma, Only Murders In The Building continua a convincere e, nel finale, rilancia ancora una volta in vista della già annunciata quarta stagione con un cliffhanger da brividi.
Voto: 9
