
Anzi, dovremmo aggiungere anche un quinto ruolo per RDJ, in questo caso off camera, dato che ha coprodotto la serie insieme ad altri tra cui la macina-successi A24 (Beef, Euphoria, Ramy).
La miniserie prende le mosse dal romanzo che si struttura come la confessione di un uomo vietnamita, un non meglio identificato The Captain (Hoa Xuande), il quale, imprigionato in un campo di “ri-educazione” nel nord del Vietnam, ripercorre in forma scritta la sua storia a partire dal 1975: quattro mesi prima della caduta di Saigon, infatti, il protagonista lavorava per la polizia speciale del Vietnam del Sud e collaborava con gli Stati Uniti grazie a un agente della CIA chiamato Claude (RDJ), ma in realtà svolgeva il ruolo di spia per i Viet-Cong, lavorando in segreto per il Nord del paese.

La mente si può confondere, nel marasma di una guerra e dei terribili eventi che l’hanno caratterizzata e ne sono conseguiti; può perdere dei pezzi, e dunque avere la necessità di andare avanti e poi tornare indietro, di legarsi ad altri ricordi che non si è ancora pronti a rivisitare, e che dunque vengono mostrati solo per pochi secondi, senza un immediato contesto. Tutto questo viene messo in scena utilizzando il mezzo televisivo come uno dispositivo ludico (a dispetto dell’argomento), che gioca con il materiale del racconto sfruttando ogni sua peculiarità (i flashback, le scene girate in modi differenti, l’importanza del punto di vista, ma anche lo stesso potenziale spettacolare del mezzo audiovisivo) per rendersi strumento della storia stessa.
Ci vogliono ottime menti dietro a questo uso per nulla banale del racconto e delle modalità che lo sostengono: e in questo i primi due episodi, “Death Wish” e “Good Little Asian”, spiccano grazie a diversi aspetti tra i quali non si può non menzionare la regia di Park Chan-wook – un maestro del cinema sud-coreano molto prima che quest’ultimo diventasse così diffuso com’è ora. Tutti questi elementi concorrono nel trasformare quella che all’apparenza sarebbe “solo” la resa visiva di una confessione su carta nella fluida rappresentazione di un gioco di specchi, in cui non si può mai davvero essere sicuri di ciò che si sta vedendo, di chi è informato dei fatti e, se sì, di quali.

The Captain si muove con agilità all’interno della sua doppiezza perché quell’ambiguità la vive sulla sua pelle da sempre, a partire dall’aspetto fisico che lo identifica subito come un “half breed”, un “sangue misto”: un paio di occhi verdi che si stagliano su un aspetto vietnamita sono la sua arma di seduzione nei confronti del potere e al contempo la sua condanna, perché la duplicità è qualcosa che vive con lui e di cui non può mai liberarsi, dato che il suo paese e coloro che l’hanno colonizzato li ha direttamente nel sangue. Ad aggiungersi a questi duplici aspetti, troviamo una sua insospettabile passione per la cultura americana, che ha fatto breccia nella sua mente e nelle sue passioni nonostante stia facendo il doppiogioco proprio contro di loro. Non stupisce quindi che si porti dietro questa doppia vita anche negli affetti, ossia i suoi due migliori amici, con i quali ha un legame di fratellanza definito non a caso “di sangue”: eppure anche quell’amicizia si basa su un’ambiguità, perché Man è in realtà una spia come lui, di grado superiore, a cui il protagonista deve rendere conto; e Bon è l’amico a cui i Viet Cong hanno ammazzato parte della famiglia e che non potrà mai e poi mai essere dalla loro parte (e quindi ignora del tutto la vita reale dei suoi più cari amici).

La Guerra del Vietnam è certamente una delle pagine più sanguinose del secolo scorso e il tono da adottare risultava quindi fondamentale per la riuscita del prodotto: in maniera coerente con il tema della serie, anche il genere non è univoco. Non siamo di fronte a un drama puro, ma a un formato che va particolarmente di moda in questo periodo: è la dramedy satirica, quella che usa la componente comedy nei suoi aspetti più dark, parodistici e persino grotteschi, soprattutto quando vuole denunciare comportamenti sociali e politici. L’abbiamo visto con The Regime, che ha raccontato in maniera addirittura parossistica le dittature europee, e lo vediamo qui, con una vena comica che non rinuncia a mettere alla berlina l’ipocrisia degli Stati Uniti, tanto nel loro coinvolgimento nel conflitto quanto nella loro opposizione interna; ma c’è anche spazio per la falsità di certi “culti” tutti occidentali che guardano alle altre culture con un interesse che sfiora l’ossessione, che fagocita tutto e tutti ma che si mostra in realtà come un guscio vuoto, una posa più che una posizione – e qui troviamo il professor Hammer, secondo personaggio di Robert Downey Junior, professore di Asian American Studies nel cui dipartimento aveva studiato The Captain da giovane.

“Death Wish” e “Good Little Asian” sono due episodi eccellenti, sia per come si presentano nel passaggio da un medium all’altro, sia per come portano avanti i temi della serie declinandoli con coerenza sotto tutti gli aspetti: è un progetto su cui c’è stato un lavoro molto approfondito e che si coglie sin dal primo episodio; uno show il cui production value è altissimo (basta guardare le scene della caduta di Saigon per averne un perfetto riscontro) e in cui un attore come Robert Downey Junior decide di metterci tutto se stesso, moltiplicato per quattro. Giocare con la memoria è una tentazione per qualsiasi autore, anche e soprattutto perché sappiamo molto poco di come funzioniamo sotto questo versante: al di là delle bugie volute, cosa c’è dietro la distorsione di un ricordo, dietro la rimozione di un altro? Applicare questo filtro al racconto di una parte così importante della storia mondiale è un compito delicato ma affascinante, che se gestito con cura potrà condurre a risultati eccellenti.
Voto 1×01: 9
Voto 1×02: 8
