
Come ogni genere, anche la fantascienza affonda le sue radici in una serie di topoi ricorrenti – i viaggi nel tempo, l’intelligenza artificiale, i futuri distopici –, potenzialmente in grado di prendere di volta in volta forme nuove e inedite nelle mani degli autori. Nel caso del libro e dello show di Crouch, il punto di partenza è l’esistenza di realtà alternative, frutto dell’interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica, secondo cui ogni possibile esito di un determinato evento crea un nuovo universo che scorre parallelo al nostro. Si tratta di una teoria indubbiamente affascinante e dalle enormi implicazioni filosofiche, che non a caso ha ispirato innumerevoli produzioni fantascientifiche: pensiamo al Marvel Cinematic Universe e al film premio Oscar Everything Everywhere All At Once, oppure, per restare in ambito televisivo, a serie come Awake o Fringe, che hanno esplorato i temi delle realtà alternative e del doppelgänger, seppur con intenti e registri diversi.
La premessa di Dark Matter non risulta quindi particolarmente originale, soprattutto per gli appassionati del genere fantascientifico: il fisico di Chicago Jason Dessen (interpretato da Joel Edgerton, noto per aver ricoperto il ruolo di Owen Lars nella saga di Star Wars) viene rapito da una versione alternativa di se stesso che vuole prendere il suo posto e spedito in una realtà parallela, dove dovrà lottare per riuscire a tornare nel suo mondo e dalla sua famiglia – composta dal figlio adolescente Charlie (Oakes Fegley) e dalla moglie Daniela (Jennifer Connelly).

Certamente non aiuta poi il fatto che tale premessa venga gestita come un colpo di scena che viene svelato solo alla fine della premiere, nonostante allo spettatore sia chiaro fin da subito quello che sta accadendo – a maggior ragione se pensiamo che si tratta del contenuto della sinossi dello show. Lo stesso problema, in un certo senso, si trascina anche nel secondo episodio, impegnato quasi interamente a mostrarci la confusione del protagonista e i suoi tentativi di capire che cosa gli sia accaduto, andando inevitabilmente ad affossare il ritmo del racconto e, soprattutto, l’interesse del pubblico.
Nonostante l’impegno di Edgerton nel dar vita alle due versioni di Jason e quello degli autori nel tratteggiare al meglio le dinamiche familiari che rappresentano il vero cuore dello show, il risultato è purtroppo nel complesso mediocre: siamo di fronte alla storia di un uomo in crisi di mezza età che si ritrova a vivere un’avventura fantascientifica che gli permetterà (forse) di superarla, raccontata senza uno sguardo originale e con delle modalità narrative ormai superate. Senza contare che risulta forse più difficile credere che la carriera di uomo sia stata deragliata dalla singola decisione di avere una famiglia rispetto al fatto che esistano infiniti universi paralleli. Va detto però che il secondo episodio, “Trip of a Lifetime”, si conclude con il primo vero plot-twist degno di nota della serie, o meglio, con il primo evento non totalmente prevedibile tra quelli messi in scena, risvegliando qualche flebile speranza sul prosieguo dello show. A questo proposito, la stampa che ha potuto visionare in anteprima l’intera stagione allude a un miglioramento progressivo e al fatto che ci sarà modo di esplorare più in profondità il multiverso, ma non è affatto detto che ciò sarà sufficiente a salvare un prodotto che, a giudicare da questa doppia premiere, sembra uscito direttamente dal palinsesto della NBC del 2012.

Voto: 5

Io mi permetto di essere ancora più severo… Forse una delle peggiori serie degli ultimi anni, in cui la banalizzazione del tema del multiverso trova una delle sue più scialbe applicazioni. Tanto sarebbe valso ricorrere a una bacchetta magica al posto dello scatolone e farne una serie fantasy per adolescenti. C’è un episodio in cui Jason e Amanda saltano da una porta all’altra passando due minuti in un mondo e poi altri due minuti in un altro, che sembra un bignamino di tante altre serie tv (qui glaciazione, là epidemie, ecc.). Il tutto condito da problematiche esistenziali in stile sit com. Negli ultimi episodi c’è qualche brivido in più, ma la moltiplicazione inusitata dei Jason (difficilmente distinguibili oltre tutto) fa sprofondare ancora di più la coerenza dell’insieme.