
Il primo ed evidente cambiamento è esterno alla narrazione: è il registro stesso dell’episodio a scostarsi dai precedenti. Sorvolati finora da una generale aura di introspezione e di tristezza, come ad evidenziare l’enorme abisso dietro le apparenze, questa volta si ha come la sensazione di tornare in superficie. For Immediate Release non è un racconto sull’uomo che cade, ma è sul Donald Draper seduto a pensare, sull’uomo di spalle alla fine della sigla.
“It’s a common mistake to no ask questions when you want something because you’re afraid of the answers.”
La SCDP torna al centro dell’azione e, di conseguenza, le trame personali ne diventano parte integrante invece che le sole protagoniste. Nello scorso episodio la morte di Martin Luther King, la Storia, faceva da collante alle vite dei vari personaggi, incastrandosi perfettamente nelle loro singole situazioni. Qui, invece, è ciò che accade all’interno dell’agenzia (e non solo) a restituire il caos che si prefigura fuori da quegli uffici: è il 1968, l’anno più importante di quell’enorme movimento di protesta e rivolta degli studenti che si sta diffondendo in tutto il mondo. Dall’altra parte dell’oceano, in Francia, milioni di studenti marciano in strada: non a caso, troppo innocentemente, Arnold chiede a Marie se deve fermare il figlio desideroso di andare a Parigi e di addentrarsi, magari, nel cuore del cambiamento. E’ il Mother’s Day e lo sconosciuto figlio di Rosen, Mitchell, tiene lontana mamma Sylvia da Don che ospita sotto il suo tetto Marie, appunto, la madre di Megan. Ogni ricorrenza è un punto fermo del calendario e porta con sé tradizioni fisse: è uno dei contrappesi usati e poi dimenticati nel corso della narrazione; infatti Marie è la prima a scongiurare l’addentrarsi nel solco delle tradizioni, con uno humor tanto divertente quanto crudele – do you want my flower? I’m quite done with them.
“Just once I would like to hear you use the word we.”

“Don’t dress like his wife.”
L’impenetrabilità di Don ha come effetto, su chi gli sta intorno, una fascinazione immediata, un innamoramento non facile ma profondo, a differenza sua che invece si precipita ovunque vuole, ma per andare via sempre troppo presto. Questa inversione è ormai crudelmente palese con Megan, non solo a causa di Sylvia, ma per quella distanza che è la stessa moglie a provare e a confessare alla madre. Megan è probabilmente il personaggio più fragile, a tratti quasi adolescenziale. In The Other Woman il rapporto era praticamente all’opposto: un eventuale allontanamento per lavoro di Megan aveva incontrato la netta opposizione di Don; qui, non solo la preoccupazione di Don è per Arnold e Mitchell troppo presenti in casa Rosen, ma è centrale il disperato tentativo di Megan di riconquistare il marito. Riesce comunque a sortire l’effetto desiderato e non solo per l’abito troppo corto o la mancanza dell’amante, ma anche grazie alla volgarità dell’odiato Herb Rennet – per apprezzare ciò che si ha, bisogna (ri)vederlo tramite altri occhi, anche se disprezzati. Il percorso di Megan, avverato il suo sogno di attrice, pare ora avviarsi al contrario, nel cercare un ri-cambio per ri-ottenere quello che aveva all’inizio: la vicinanza a Don, non solo dopo qualche bicchiere di troppo. And I want to do whatever I can to make sure you do not fail. Then you can jump from the balcony and fly to work like superman.
“Why don’t you look in the mirror?”

“It’s one thing to want something, it’s another to need it.”
Il vortice di cambiamenti non riguarda solo la SCDP, ma coinvolge anche la CGC – l’agenzia in cui lavora Peggy. Quando Ted Chaough scopre che Frank Gleason, il suo socio creativo e controparte negativa, ha il cancro, ne vediamo crollare anche l’onnipresente ottimismo. Non serve essere oscuri come Don o senza scrupoli come Pete per aver bisogno di una spalla, anzi questo nuovo vuoto per Ted è ancora più difficile da colmare.
La vita di Peggy ha subito anch’essa il cambiamento che tanto aveva desiderato, seppur imperfetto: ha comprato un appartamento, ma non nell’ Upper East Side, e continua a vivere con l’idealista Abe. Le esistenze di Peggy e Ted continuano a sfiorarsi impercettibilmente sin dal loro primo vero incontro (non a caso, in The Other Woman) fino allo scontro serale nell’atteso bacio. Questo singolo istante diventa fondamentale a questo punto e non per la semplice infatuazione in sé, quanto come chiaro (ed ennesimo) segnale che urla a Peggy di riappropriarsi della sua intera vita, di fare quello che vuole: lei vede e sente Ted sul letto, lo immagina leggere l’inesistente “Something” di R. W. Emerson, quando la realtà invece ci fa vedere tutt’altro. E’ in un appartamento che non desiderava così, che ha pagato ma non ha scelto: è come se riuscisse costantemente a guardare con gli occhi altrui e mai con i suoi, mentre nel prendere le distanze da Don si era messa alla ricerca di quella autonomia, almeno sul lavoro. I looked at your book and I saw somebody who was writing like every production was for them – così parlava Ted a Peggy e in ciò lei ascoltava tutto quello che aveva gridato con i fatti a Don, ma che lui non le aveva mai detto. Col senno di poi, quelle parole sull’occhio di Emerson e sulla capacità di Peggy nel vedere verso l’esterno racchiudono, paradossalmente, anche il suo più grande limite. E proprio quando sentiva di essersi sganciata da quell’ingombrante mentore di negatività ecco che, colpo di coda finale, ritrova Don nell’ufficio di Ted che torna ad essere il suo capo: è la fusione tra SCDP e la CGC. Peggy, che aveva cercato il cambiamento, lo aveva trovato ed ora ne pretendeva lo stabilizzarsi, si ritrova a subire condizioni che non aveva assolutamente chiesto – I don’t like change. I want everything to stay the way it was.

Voto episodio: 9
Note:
– due momenti topici e assolutamente indimenticabili dell’episodio sono la caduta dalle scale di Pete e la cena con Rennet e consorte, Peaches: oltre al francese di Marie e il suo “She’s the apple that goes in the pig’s mouth” al telefono con Roger, memorabile è “I love puppies” di Don.




bellissima puntata e bellissima recensione! credo che la capacità con cui Mad Men utilizza le festività (in questo caso la festa della mamma, nel season finale scorso c’era la Pasqua, per non parlare del Natale) sia qualcosa di davvero raro. Non sono mai modi per sottolineare in modo didascalico i comportamenti dei personaggi, ma diventano davvero parte integrante del racconto stando allo stesso tempo solo di sfondo. Impagabile.
Questa nuova fusione è assolutamente imprevista, imprevedibile eppure necessaria, hai ragione tu; e vedere Peggy in crisi per questa prospettiva porterà, credo molto presto, ad un nuovo incontro/scontro tra lei e Don.
Complimenti Sara! L’episodio, non mi aveva convinto fino in fondo, ma la tua recensione è stata una lettura stimolante e arricchente.
Peggy è andata via dalla SCDP anche perché voleva dimostrare a Don di poter essere come lui, anzi, era arrivato il momento di dimostrare a Don di poter essere migliore di lui. Ora si trova nuovamente ad averlo come capo.
Non credo che sarà così facile far funzionare la nuova situazione lavorativa.
Poi Don, ormai anche sul lavoro, è talmente allo sbando che perderebbe una gara con chiunque, anche con Sal (I miss Sal!)
Appena ho visto Frank, il socio di Ted, ho subito pensato a Sal! Continuo a sperare in un suo ritorno in grande stile. Le chiamate alla madre in italiano sono fra i tanti momenti topici di Mad Men.