
Se c’è un aspetto che questa serie non ha mai scordato di mettere in evidenza – e come avrebbe potuto, vista l’ambientazione temporale – è il rapporto con i padri, visti come “generazione precedente”, ai quali si contrappone la più grande rivoluzione culturale di sempre. E’ inevitabile che questo passaggio si porti appresso il tessuto sfilacciato degli strappi costanti di questi figli così diversi dai genitori, tanto più vulnerabili quanto più si ritrovano a cambiare continuamente di anno in anno, di moda in moda; ecco che quindi, nella puntata in cui la perdita della razionalità lascia ampio spazio a tutto ciò che razionale non è – creatività, delirio, amore, passato –, tornano di nuovo le figure dei genitori, ma in un modo confuso, ribaltato, nebuloso.
The child is the father of the man.

Del resto, l’inizio della puntata sembra proprio voler funzionare da dichiarazione di intenti: la situazione è precaria, di più, è rischiosa, e qualcuno che cerca di chiuderci gli occhi davanti a tutto questo non può che arrecare ancora più pericolo: bisogna guardare ciò che si ha davanti con gli occhi bene aperti, o il rischio è quello di uscirne piuttosto ammaccati.

Tutti si ritrovano vittime di una perdita di controllo perché tutti ne hanno bisogno per relazionarsi con quella parte di sé, per staccarsi da un passato confuso che forse non riescono a capire – tutti tranne Ginsberg, che tuttavia con il suo passato di “figlio dell’Olocausto” si configura come caso a parte.
E’ così che assistiamo ad una delle scene più stranianti di sempre, dove Ken Cosgrove affronta Don parlandogli del suo lavoro e contemporaneamente esibendosi in uno sfrenato tip tap: la perdita dei centrali punti di riferimento emerge anche qui, quando alla domanda “Chi te l’ha insegnato?” la risposta arriva con un’inversione dei ruoli – My mother. No, my first girlfriend – che sottolinea la confusione dei legami familiari.
The child is the father of the man: una frase che in un colpo solo ribalta il punto di vista e sembra farci vedere il disegno complessivo, la ruota che gira, il cambiamento in atto. Ma cosa succede quando chi dovrebbe proteggerci non c’è? Su chi possiamo fare affidamento?
Then I realized I don’t know anything about you.

“Are we negroes?”, chiede Bobby con ingenuità, ed è chiaro che Sally non abbia mai avuto alcun dubbio a riguardo: eppure, in quella notte in cui tutti sono scomparsi, quella finta nonna è l’unica che si sia interessata a lei come ad una bambina. Ci sono estranei che sembrano parenti e ci sono parenti che sono estranei: che si dimenticano porte aperte che ci mettono in pericolo, solo perché troppo occupati dalle loro personali porte, da aprire o da chiudere per sempre.
But every time we get a car, this place turns into a whorehouse.
E’ impossibile non tornare con la mente a The Other Woman, quando Joan si sacrificò per ottenere la Jaguar e Don non poté salvarla perché “non aveva capito per tempo” cosa stava succedendo. Anche allora, in quella puntata, la regia si concedeva dei salti temporali che avrebbero acquisito significato solo dopo; qui il racconto comincia a creare buchi narrativi con Don ed inizia a farlo molto prima che questi faccia la sua puntura di ricostituente. Don si sdraia sul divano e ci rimane due ore e mezza senza nemmeno accorgersene: lo sfasamento temporale è già dentro di lui, che è l’a-temporale per eccellenza, e le droghe non possono che accelerare questo processo.

In un vortice di immagini, di ricordi e di testimonianze come la pubblicità della zuppa – così chiara ora ai nostri e ai suoi occhi da dare i brividi – le figure femminili della vita di Don si intrecciano perdendo il loro ruolo e anzi, scambiandoselo in continuazione: una madre mai conosciuta, prima prostituta che genitrice, si intreccia con la figura di Aimée, che assurge prima a figura materna per poi ritrasformarsi in immagine sessuale – la prima per Don; la matrigna, surrogato mal assortito di madre, lo punisce per qualcosa da cui non ha potuto difendersi, per un trauma – questo sì – che si porterà dietro per sempre.
La condanna, che fino ad oggi ce lo aveva fatto vedere “solo” come figlio di una prostituta, si arricchisce di dettagli importantissimi e sembra ora mostrarci come la ricerca continua del sesso (e con donne sempre più mature rispetto alle mogli, solo ora tutto appare chiaro) sia in realtà una ricerca a ritroso di quell’affetto materno, a cui però segue sempre e solo la punizione – allora con le botte della matrigna, ora con l’eterna insoddisfazione, alla ricerca di qualcosa che non giungerà mai.
Quel neo, che unisce simbolicamente Aimée, Sylvia e la madre della pubblicità, è il fil rouge che collega la storia della sua vita: chissà, forse proprio per questo Don ha davvero perso la testa per la vicina di casa; forse è per questo mix tra figura sensuale e figura materna che questa volta non riesce proprio a staccarsene. E del resto, cos’altro gli rimane? Una moglie sempre più lontana dal suo dramma interiore (rispetto all’anno scorso le scene che li vedono nella stessa inquadratura stanno lentamente diminuendo), una Joan che non è stata salvata da lui e che ora non ha nessuna voglia di sostenerlo, una Peggy che un tempo lo sorreggeva e che invece ora consola gli altri.

Passato e presente si intrecciano e forse solo ora Don se ne rende davvero conto: la sua ricerca creativa non fa che andare continuamente a sbattere contro questo desiderio di riconciliazione, e quando alla fine si chiama fuori dal processo creativo (ma anche dal rapporto con Sylvia, a cui non dedica più di una parola in ascensore dopo una serata in cui avrebbe voluto dirle qualunque cosa), capiamo che ha finalmente colto il punto.

Don ha il cuore spezzato, come crede di sentire dalle parole di Wendy: eppure non è per l’abbandono di una donna che ha capito di essere andata troppo oltre; è per un passato che non lo abbandona e che torna ciclicamente a fare capolino da qualunque parte della sua vita, ogni volta che si ritrova – metaforicamente e non – dietro ad una porta.

Voto: 9 ½

Che dire, sei brava in generale, ma con Mad Men dai proprio il meglio 🙂
Ho visto la puntata soltanto una volta e la tua recensione mi ha chiarito tantissime cose. Voto meritatissimo.
grazie =) sì, il voto è stato in bilico fino all’ultimo, prima era più basso, poi in un raptus avevo messo perfino 10 XD
Ad ogni modo credo che la capacità con cui hanno gestito tutti i vari aspetti, sia culturali che legati al privato dei personaggi, in questa atmosfera straniante e geniale dovesse essere assolutamente premiata.
Puntatone, proprio come Far Away Places.
Non sono poche le affinità con quell’episodio che in questo caso funge da precedente importante, per lo spettatore come per i personaggi. Purtroppo poco Roger, che in questi casi, mentre tutti affogano nel caos, sguazza come un bambino.
Rimango della stessa idea dei primi episodio: chi non ha capito da subito l’importanza che Sylvia ha avuto nella vita di Don, benché strumentale a un’autoriflessione, un’importanza che nessuna donna ha avuto fino a ora, non ha capito buona parte di questa stagione.
Sono passati anni da questa recensione e magari non la leggerà nessuno, ma Federica complimenti per la tua analisi! Ho letto tantissime review su quest’episodio (allucinante in tutti i sensi) e la tua è l’unica che mi ha veramente illuminato su certi aspetti che non mi erano ancora chiari. Bravissima!
Volevo dire: magari nessuno leggerà il mio commento* 🙂
Grazie mille May!!! 😉