
Ispirata al memoir di Cleve Jones, uno dei personaggi ritratti dalla serie, When We Rise: My Life in the Movement, da cui riprende anche parte del titolo, When We Rise nasce dalla collaborazione di personalità già familiari con l’universo tematico LGBT (Gus Van Sant e Dustin Lance Black sono stati rispettivamente la macchina da presa e la penna da cui è nato Milk) o con quello televisivo (Dee Rees e Thomas Schlamme).
L’intenzione (riuscita) è quella di dare una visione d’insieme del movimento per i diritti civili portato avanti fra San Francisco e dintorni per più di quattro decadi – la narrazione comincia nel ’72 nella San Francisco post-moti di Stonewall e si conclude nel 2013 con la legalizzazione del matrimonio omosessuale a livello nazionale durante la presidenza di Obama – facendo leva sulla spontaneità con cui il medium televisivo si relaziona alla durata se confrontato, ad esempio, al cinematografico che ha reso per lo più possibili rappresentazioni più puntuali di questo soggetto (ritorniamo a citare Milk, il biopic sull’attivista Harvey Milk la cui vicenda incrocia anche la narrazione di When We Rise nella parte III).

C’è da dire, a questo punto, che sul piano essenzialmente narrativo non si percepisce un intreccio propriamente detto: ad esclusione di Roma e Diane (le loro sono, forse, le uniche due storyline ad intrecciarsi effettivamente sullo schermo), le vicende dei personaggi si costeggiano solamente ed i pochi punti di contatto rischiano di sembrare artificiosi, dettati più che altro dalle necessità di vicinanza tematica. In generale non sembra che la serie riesca a restituire dei personaggi in grado di andare oltre la funzione di veicolo della tematica che gli viene associata.

La serie, certo, si interroga sulle sorti che questo movimento per i diritti civili potrebbe avere nel contemporaneo e nel futuro prossimo, una volta che la generazione di Cleve, Ken e Roma ha, per così dire, fatto il grosso del lavoro – “What’s it like to be part of the first generation in this country with no purpose? And what are you going to do about it?” – ma non sembra andare oltre la provocazione (vista soprattutto l’enfasi sull’happy ending strappalacrime). Si potrebbe pensare che When We Rise più che dare una risposta a questioni di questo tipo si ponga essa stessa come risposta (o perlomeno come una delle risposte possibili) per la sua natura di serie televisiva capace di filtrare un discorso di tipo etico-politico e di invitare il suo pubblico alla riflessione.
Unico rischio per questo discorso intrapreso dalla serie è, forse, dato dal fatto che in alcuni punti della narrazione prenda il sopravvento una retorica in qualche modo “vittimista” che riduce la figura del gruppo sociale storicamente dominante (maschio, bianco, occidentale, eterosessuale) ad una figura esclusivamente antagonista. Si sente la mancanza, in questo senso, di un personaggio simbolicamente positivo (o anche solo più sfumato) proveniente da questa categoria capace di complicare un discorso altrimenti quasi-unilaterale che rischia di alimentare, anziché combattere, un altro tipo (decisamente meno innocuo) di retorica vittimista, che è quello della distorsione del discorso sull’oppressione operata dall’Alt-right.

Pur non privo di difetti, When We Rise rappresenta, forse, uno dei (rari) casi in cui potrebbe aver senso incoraggiare una “riduzione dell’estetica sull’etica”, vale a dire un tipo di valutazione che ha la tendenza a valorizzare la funzione etica del prodotto artistico anche a discapito del punto di vista squisitamente estetico: la serie si mantiene su un discreto livello visivo e architettonico ed è mediamente ben bilanciata fra il racconto documentaristico e quello drammatico (c’è, in alcuni punti, qualche spinta sul pulsante drama di troppo), ma risulta un prodotto interessante più che altro dal punto di vista etico-politico perché propone una riflessione di inedita ampiezza sull’evoluzione della prospettiva storica e umana sui diritti civili.
Voto: 7½
