
La chiusura di Stranger Things avviene attraverso una lente più riflessiva che scenica, attenta ai dettagli psicologici e alla ridefinizione dei ruoli all’interno del gruppo. Non si assiste a un atto finale di solo spettacolo, ma al risultato di anni di costruzione narrativa coltivata dai creatori. Durante il primo volume di quest’ultima stagione si era già avvertito un cambio di passo, con una rete di rivelazioni che preparavano il terreno a un’ultima parte che si afferma come più consapevole e si prende il tempo per focalizzarsi sulla dimensione personale dei protagonisti, esplorando le conseguenze delle loro azioni, scavando nelle ferite e dando spazio soprattutto alla sfera emotiva e relazionale.
Il cast è cresciuto e con esso tutti i primari, che ritroviamo più maturi e proiettati verso la conclusione del lungo capitolo legato al Sottosopra e a Vecna. Vediamo così i personaggi collaborare come un’unica squadra coesa, dove ognuno ha una funzione definita e risulta indispensabile. Non si assiste più alla dinamica in cui Eleven (Millie Bobby Brown) deve salvare tutti e tutto, ma a un fronte comune che combatte al suo fianco. Parallelamente, nel corso dell’ultima stagione, la protagonista cede la sua centralità in favore di diversi personaggi.

Il primo volume aveva già lasciato intendere che il suo legame con Vecna non fosse soltanto un residuo del passato, così Will non solo “sente” il male, ma lo comprende e diventa parte integrante della battaglia finale. Le sue esitazioni e paure, il suo senso di colpa e la crescente determinazione vengono raccontati con cura, trasformandolo da simbolo del trauma a simbolo della resistenza. Si tratta di un cambiamento profondo: Will affronta e mette in relazione il trauma con la propria identità e con la responsabilità verso gli altri
Il culmine si raggiunge in scene come quella del coming out – che per quanto emozionante risulta un po’ sbrigativa e non troppo credibile – e quella del dialogo con Mike sulla torre. Quest’ultima è costruita in modo più efficace perché risulta più autentica e rappresenta il momento in cui abbandona in via definitiva i suoi timori, ritrovando la certezza dell’appoggio incondizionato del migliore amico.
Il suo personaggio comunque non porta dramma ma introspezione e questo approccio rende credibile la sua evoluzione, con l’effetto collaterale di riequilibrare il cast. Per anni Eleven è stata la figura prevalente e ha assorbito gran parte dell’attenzione; la redistribuzione dei pesi non la sminuisce ma la inserisce in un coro più ampio, togliendole il ruolo di “unica salvatrice” per favorire la costruzione di un finale corale, in cui ogni membro del gruppo ha un ruolo determinante.

La sua storia si intreccia con quella degli altri in modo più equilibrato e permette loro di acquisire più spazio: Mike affronta la complessità del suo rapporto con lei e deve elaborarne la definitiva perdita; Lucas e Dustin confermano la loro crescita reggendo momenti drammatici senza perdere la loro autenticità, con voci più morali. Max continua a rappresentare una presenza emotiva forte, un’ombra che accompagna gli amici e che in parallelo guida Holly. Anche quest’ultima assume rilevanza sia come ponte tra il gruppo originario e i bambini coinvolti da Vecna, che come protagonista inattesa in diversi passaggi. Anche le figure più adulte come Robin, Nancy, Steve e Jonathan – ma anche Hopper e Joyce – trovano momenti di rilievo e contribuiscono a un finale in cui la vittoria non è il risultato di un singolo eroe ma la somma di ruoli e piani condivisi.
Il secondo volume riprende così i fili lasciati in sospeso e lo fa con un ritmo narrativo che oscilla tra passaggi più serrati e carichi di tensione e rallentamenti funzionali che permettono di elaborare quanto accade, anche emotivamente. La minaccia di Vecna sempre più opprimente, la consapevolezza del suo piano per creare un nuovo mondo e la strumentalizzazione dei bambini portano a un livello di pressione sempre più elevato e con esso la volontà di distruggere il Sottosopra.
L’ultimo episodio però non culmina in una battaglia epica e devastante, che non occupa nemmeno la parte prevalente del tempo totale. Non assistiamo a un conflitto spettacolare e pieno di perdite – non siamo nemmeno vicini ai livelli raggiunti da Game Of Thrones (per fare un esempio tra tutti) -, ma al contrario la sconfitta di Vecna e la fine del Sottosopra passano quasi in secondo piano perché la risoluzione finale è ben più stratificata, meno basata sull’azione pura e più sull’interiorità dei personaggi.

La scrittura del finale si concentra così sulle conseguenze psicologiche: non è sufficiente sconfiggere il mostro, bisogna capire cosa quel mostro rappresenta per ciascuno. I protagonisti non sono più bambini che reagiscono per istinto, ma adulti che devono fare i conti con la propria morale, con la perdita e con la necessità di prendersi cura l’uno dell’altro. Questo spostamento rende la stagione più fedele allo spirito di un prodotto che ha sempre parlato di amicizia e di formazione.
Gli attori sostengono questi aspetti, su tutti Noah Schnapp offre performance intense e misurate: il suo Will è fragile ma determinato, capace di scelte coraggiose. La sua interpretazione è il fulcro emotivo e dimostra una maturità recitativa che cresce nel corso degli episodi. Gli attori più adulti, da Winona Ryder a David Harbour, forniscono un contrappunto solido aggiungendo profondità alle scene più drammatiche. Da ultima è impossibile non citare Nell Fisher con un’interpretazione d’impatto e una presenza scenica che dà un carattere decisivo a Holly, centrale nel corso di tutta l’ultima stagione.
Il secondo volume non rinuncia a momenti spettacolari, ma tra azione ed effetti speciali bilancia l’aspetto emotivo. Gli effetti visivi, parte integrante dell’identità del prodotto, sono usati con misura e sostengono questa alternanza e allo stesso modo la regia bilancia sequenze più coreografate ad attimi di intimità.

La puntata finale rappresenta il culmine di tutti questi aspetti, lunga, densa ed emotiva. Il confronto con Vecna e il Mind Flayer è intenso per come riesce a sintetizzare il percorso dei personaggi nel corso dell’intera serie. La forza non risiede più nel singolo individuo, ma nell’unione ed è un messaggio che risuona con tutto ciò che Stranger Things ha rappresentato fin dall’inizio: un gruppo di amici che, nonostante le paure e le fragilità, trova il coraggio di affrontare l’ignoto.
La decisione di dedicare gli ultimi 30 minuti a ciò che avviene 18 mesi dopo con un salto temporale è indicativa di questo aspetto e della volontà di concentrarsi su un epilogo conclusivo per l’intera serie, dando spazio a un vero congedo da ogni protagonista. Sono emblematici tutti i momenti finali: dalla cerimonia di diploma con il motivante discorso di Dustin, all’ultimo commovente ritrovo di Jonathan, Steve, Nancy e Robin, fino alla proposta di matrimonio di Hopper a Joyce.
Infine la vera chiusura, che avviene non a caso con una partita di D&D; quest’ultima reunion chiude il cerchio di Stranger Things e rappresenta simbolicamente la fine dell’infanzia dei protagonisti e l’ingresso nell’età adulta. Al tempo stesso viene passato il testimone a Holly, Derek e al loro gruppo, che seguono le orme della generazione precedente. C’è commozione e nostalgia perché si è consapevoli – il pubblico compreso – che è tutto finito, ma c’è la certezza di un’apertura positiva verso il futuro per i personaggi a cui ci siamo affezionati nel corso di quasi un decennio.

Anche la scelta di lasciare l’esito di Eleven incerto privilegia l’esperienza emozionale e lascia la possibilità di interpretazione al singolo, trasformando la scomparsa non in una morte certa, ma in un simbolo di speranza. Tutti abbiamo avuto fiducia in una sua ricomparsa e un ricongiungimento a Hawkins ma l’ambiguità imposta dal racconto di Mike commuove proprio perché – come afferma anche lui – non si può essere certi di questa storia ma solo scegliere di credere che sia vera. Il coraggio dei creatori risiede proprio in questa conclusione fin troppo positiva in cui tutti stanno bene e prendono nuove strade, accettando l’eventuale finale malinconico solo per Eleven o rifugiandosi nella prospettiva che sia salva.
Alcuni spettatori avrebbero preferito sicuramente ricevere risposte più nette o un finale grandioso o distruttivo, ma la possibilità di poter credere al lieto fine oppure accettare il sacrificio di Eleven per un bene superiore lascia a ognuno l’ultima parola sul finale desiderato. Questo fattore permette anche di distaccarsi in modo meno traumatico dai personaggi a cui ci siamo affezionati, infatti gran parte del pubblico avrebbe protestato se fossero morti proprio all’ultimo Will, Dustin o Steve, per fare solo alcuni esempi.
Il finale invece funziona proprio perché chiude gli archi principali dando una prospettiva futura per tutti, coerente con le aspettative e i vissuti, e lascia una sensazione positiva – e un conseguente ricordo piacevole – in chiusura. Nessuna tragedia ma anzi una potenziale espansione del mondo narrativo con diverse possibilità per eventuali spin-off che permetteranno di proseguire con l’universo dei fratelli Duffer.
Voto Volume 2: 8 ½
Voto Stagione: 8
Voto Serie: 9
