
Torna con una seconda stagione (anche questa di ben 15 episodi) la serie Max incentrata sul pronto soccorso di un ospedale di Pittsburgh, il Pittsburgh Trauma Medical Center. Mantenendo lo stesso stile che aveva caratterizzato la precedente annata – ovvero ogni episodio copre un’ora del turno di giorno all’ospedale – anche questa premiere ci riporta in corsia dalle prime ore del mattino (la scelta del 4 luglio, giorno dell’Indipendenza Americana, non sarà certo casuale, anche se nel primo episodio non ci sono riferimenti di rilievo). La struttura funziona molto bene sia perché dà l’illusione di presa diretta, una qualità di realismo molto tipico del sistema televisivo contemporaneo, sia perché riesce a contenere meglio il ritmo: ogni episodio ha un perfetto equilibrio di adrenalinica velocità, necessaria in un luogo complesso come il pronto soccorso, e momenti di respiro, quasi come se lo spettatore stesso si prendesse, come i medici e gli infermieri, un momento per rimettere a posto idee e reazioni prima di tuffarsi nuovamente nel caos che un ambiente del genere ci trasmette.

Ritornano un po’ tutti i personaggi dello scorso anno: c’è ovviamente Noah Wyle, il dottor Robbie protagonista della serie, attraverso cui gli spettatori hanno potuto vivere (indirettamente) un ritorno catartico del Covid e l’impatto violentissimo che aveva avuto sui sanitari. A un solo giorno da un periodo sabbatico di tre mesi, Robbie torna a guidare il pronto soccorso mentre la sua sostituita Baran Al-Hashimi (interpretata da Sepideh Moafi) si presenta con un approccio molto più rigido alla gestione caotica dell’attuale titolare e un interesse verso l’uso dell’intelligenza artificiale in medicina (argomento che darà sicuramente moltissimi spunti). È chiaro sin da subito che tra i due ci saranno tensioni e che non necessariamente sarà il nostro protagonista ad avere tutte le risposte giuste. Già il finale, per quanto non esplicito, ci permette di intravedere delle complessità nel personaggio di Al-Hashimi che potrebbero tenerci lontani dallo stereotipo del nuovo capo odiato da tutti perché in opposizione al protagonista carismatico e sopra le righe.

Insomma, The Pitt ritorna con un primo episodio che non perde tempo e ci riporta rapidamente in corsia. C’è da subito una sensazione di familiarità con questo mondo creato nella serie e che ce lo fa sentire immediatamente vivo e realistico. In un formato un po’ meno drammatico (nello stile) di quello usato da The Bear, anche The Pitt trasmette la sensazione di trovarsi effettivamente a guardare dietro le quinte di un pronto soccorso. Non c’è – o meglio, non si percepisce – l’ovvia artificiosità della serie, adattando così uno stile e un formato ritenuto passato a un modello più contemporaneo che non puzza di stantio. Per quanto si possa dire dopo un solo episodio di questa seconda stagione, per ora non si colgono differenze rilevanti con lo stile di successo che aveva caratterizzato The Pitt nella sua prima annata lasciandoci intravedere un’altra solida stagione.
Voto: 8
