
One Piece, la serie, aveva ricevuto all’epoca un generale plauso per la sua capacità di portare in scena le atmosfere e lo stile della serie a fumetti originale, riuscendo a dare vita con attori in carne e ossa a una storia che molti credevano impossibile da rendere sul piccolo schermo. Il lavoro di adattamento degli autori dello show Steven Maeda (Lost, Pan Am, Helix) e Matt Owens (Luke Cage, Agents of S.H.I.E.L.D.), coadiuvati dal ruolo di produttore esecutivo e consulente dello stesso Eiichiro Oda, è stato sorprendente: il cast multi-etnico e formato da attori poco conosciuti al grande pubblico si era rivelato molto azzeccato, le ambientazioni erano abbastanza curate, la CGI non era troppo invadente e utilizzata con cognizione di causa. Inoltre la narrazione è stata ben gestita in modo tale da essere sì fedele ma non a tutti i costi, con un lavoro di eliminazione di parti e personaggi che sarebbero stati superflui ma allo stesso tempo cercando di mantenere il legame indissolubile con il materiale originale.

Il secondo grande punto di debolezza endemico a queste prime due parti di One Piece è legato alla narrazione, in particolare alla struttura del manga originale e poi della trasposizione che non riesce a ovviare del tutto a un grosso problema: la grande trama orizzontale della serie a fumetti è in realtà composta da tante storie una dentro l’altra, con nuovi personaggi che entrano ed escono di scena a seconda di macro-parti comunemente chiamate “saghe” o “archi narrativi”. Questo sistema, molto comune nelle lunghe serie di fumetti giapponesi, in un adattamento sotto forma di serie televisiva contemporanea porta a una frammentazione della narrazione in piccole porzioni di storia che spesso risultano slegate tra loro e poco organiche nel loro complesso. Si passa da un’isola a un’altra, da una minaccia a un’altra, in una progressione che ricorda quasi le serie procedurali; il filo rosso che unisce queste storie è evidente – e gli autori si sforzano il più possibile di renderlo chiaro allo spettatore, spesso in modo didascalico –, ma è altresì chiaro quanto i cambi di ambientazione e di tono del racconto siano così repentini da danneggiare la tenuta della narrazione generale.
Messi in chiaro i problemi che si porta dietro questo adattamento è ora il momento di evidenziarne i punti di forza, che non sono pochi e – specialmente per quanto riguarda questa seconda stagione – sono tali da rendere la visione appassionante e trascinante per il pubblico.

La narrazione della seconda stagione introduce i personaggi alla Grand Line (nel manga italiano la Rotta Maggiore) ovvero il tratto di mare che circonda il mondo conosciuto di One Piece – sulla cui folle geografia si potrebbe aprire un capitolo a parte – e che è essenziale per ripercorrere le tracce di Gold Roger e raggiungere il misterioso tesoro. Dal suo ingresso in avanti questa annata copre alcuni archi narrativi molto noti ai fan; in particolare il più lungo tra questi è quello ambientato nel regno innevato di Drum, nel quale i personaggi incontrano quello che diventerà un nuovo membro della ciurma, Tony Tony Chopper, una renna umanoide (ha mangiato un frutto del Diavolo) con la passione della medicina. La scelta di crearlo completamente in CGI si può dire che ripaga le aspettative dei fan – qualunque altra soluzione sarebbe sembrata posticcia – e non si può non segnalare il buon lavoro fatto in fase di motion capture dall’attrice che lo interpreta e gli dà voce, ovvero Mikaela Hoover (The Suicide Squad, Superman).

Le tematiche che accompagnano tutta l’ossatura narrativa di One Piece e che, come in quasi tutti gli shonen – la categoria di manga a cui appartiene –, sono infatti idealizzate e portate all’estremo. Tra queste troviamo l’importanza di inseguire i propri sogni, il valore della fiducia reciproca, la sacralità dell’amicizia e dei legami che si stringono vivendo insieme delle esperienze, ma anche l’idea che il coraggio sia un punto di forza (si veda per esempio il character arc di Usopp nel quarto e quinto episodio di questa stagione). La serie riesce a mediare piuttosto bene questi temi per il linguaggio televisivo, bilanciandoli sempre in una cornice coerente e legata alla progressione della storia e del rapporto tra i personaggi, anche se, per forza di cose, questi ultimi potrebbero a tratti sembrare un po’ caricaturali nei loro eccessi: l’ingenuità cronica di Rufy, l’ossessione di Zoro per diventare più forte, la paura di Usopp e così via. Si può dire che gli autori riescano a dare un minimo di tridimensionalità a queste caratteristiche, esplorando alcuni lati della personalità dei vari personaggi nel corso degli episodi, anche se sotto questo profilo un po’ di tempo in più a disposizione non avrebbe guastato.

In definitiva questa seconda stagione di One Piece centra ancora una volta l’obiettivo arduo di riuscire ad adattare una storia molto difficile da portare sullo schermo facendo ormai proprio un metodo di scrittura e di messa in scena consolidato, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. La terza annata, già confermata, adatterà l’arco narrativo ambientato nel regno di Alabasta e, vista l’importanza e la lunghezza di questo segmento narrativo nel fumetto, si presume che lo show si prenderà tutta la stagione, o quasi, per coprirlo come si deve. Questo potrebbe essere un bene rispetto a quanto si diceva sulla frammentazione della narrazione, in quanto permetterebbe agli autori di concentrarsi su un’unica grande storia per molti episodi e consolidare la trama orizzontale della serie.
Voto: 7½
