
Rooster nasce dalla collaborazione di Bill Lawrence e Matt Tarses, showrunner esperti abituati a muoversi tra ironia e osservazione sociale, con l’obiettivo di raccontare la transizione nella vita di un uomo e – parallelamente – di sua figlia, attraverso un tono che oscilla tra il brillante e il malinconico. Questo si percepisce fin dai primi minuti: la regia sceglie un tono intimo e quasi trattenuto, che contrasta con l’idea più tradizionale di sitcom e si avvicina invece alla dramedy, genere che negli ultimi anni ha trovato terreno fertile nel panorama seriale.
L’episodio pilota non ha quindi la pretesa di stupire con colpi di scena o trovate narrative eclatanti; preferisce piuttosto un approccio più introduttivo che ci fa conoscere il mondo in cui si inserisce e i personaggi primari che lo abitano, prima di addentrarsi nella storia a pieno ritmo. È una scelta in parte rischiosa, soprattutto in un panorama in cui il primo episodio deve spesso catturare l’attenzione – e questo è ulteriormente importante per show con rilasci settimanali come questo -, ma Rooster sembra voler giocare una partita diversa, più lenta e umana. Dalla sua ha la forza di interpreti come Steve Carell, che dopo oltre 10 anni dalla fine di The Office è sempre una promessa.
L’ambientazione nel New England, con il suo campus universitario elegante e fuori dal tempo, contribuisce a creare un’atmosfera sospesa e protetta, che diventa il palcoscenico ideale per esplorare dinamiche familiari e personali complesse. Al centro della storia c’è Greg Russo, interpretato dal già citato Carell – che torna alla comedy dopo una lunga parentesi in ruoli più drammatici, un autore di bestseller che ha costruito una carriera solida ma che si trova in una fase di transizione e smarrimento, in cui il successo non gli basta più per riempire i suoi vuoti interiori. È un uomo che sembra aver perso il ritmo della propria vita e che non si ritrova più al 100% in sé stesso; per questo lo vediamo muoversi con una certa goffaggine tra luoghi e incontri, nel tentativo di ritrovare un equilibrio interiore e sociale.

La scelta narrativa di farlo diventare writer-in-residence proprio nell’università dove insegna la figlia Katie è semplice ma efficace. Katie (Charly Clive), dal canto suo, è una giovane docente brillante ma fragile, alle prese con la fine del matrimonio e una serie di incertezze interiori che evitano però i toni melodrammatici.
Il rapporto tra padre e figlia è il fulcro emotivo del primo episodio e – probabilmente – dell’intero show: non è esplosivo e non è segnato da conflitti, ma da una normale tensione fatta di affetto e incomprensioni. È un legame che Rooster sembra voler esplorare con delicatezza e senza forzature, lasciando che siano i piccoli gesti e i silenzi a parlare.
La regia accompagna questa dinamica con uno stile sobrio, infatti gli spazi del campus diventano un territorio neutro in cui Greg e Katie possono incontrarsi e convivere nella loro complessità, affrontando ognuno i propri drammi ma anche stando uno accanto all’altra. Greg appare più fuori posto, come se entrasse in un mondo che non gli appartiene, mentre Katie oscilla tra il desiderio di autonomia e il bisogno di una presenza familiare che non sa bene come gestire.
L’umorismo del primo episodio è sottile, quasi trattenuto; non ci sono infatti gag esplosive che generano risate immediate, ma situazioni in cui la comicità nasce dai piccoli incidenti del quotidiano, tra la goffaggine dei protagonisti e personaggi secondari che sembrano vivere in un microcosmo a sé stante. È un tipo di comicità che richiede attenzione e che non si impone, ma si lascia scoprire. Questo può essere un punto di forza per chi ama i prodotti che crescono episodio dopo episodio, ma anche un limite per chi si aspetta dei pilot più incisivi e in grado di catturare immediatamente l’attenzione.

Nel primo episodio conosciamo alcuni altri personaggi del cast, ma nella maggior parte dei casi si tratta solo di brevi apparizioni; si percepisce tuttavia la volontà di costruire un contesto variegato, con figure eccentriche e brillanti, e l’università promette incontri stimolanti. Al momento è tutto in superficie, come se il pilot volesse solo presentare i volti senza raccontare le storie, che saranno lasciate alle puntate successive.
Il rapporto tra Greg e Katie è invece promettente perché potrebbe evolversi in molte direzioni e il pilot sembra voler dire che non ci saranno risposte immediate o soluzioni facili. Rooster vuole prendersi il suo tempo, sia per esplorare la complessità dei rapporti familiari e intergenerazionali, che per raccontare il peso delle aspettative e la fragilità derivanti dai cambiamenti.
In definitiva, questo primo episodio è una visione piacevole, leggera, divertente a tratti, ma ancora un po’ incerta. Non è un esordio travolgente ma lascia intravedere il suo potenziale grazie all’inizio sincero e alla promessa di un percorso emotivo che potrebbe rivelarsi più potente di come immaginiamo. La serie ha potenziale, un protagonista solido e un tono interessante, non resta che attendere per sapere se saprà trovare la sua strada nel corso delle prossime puntate, costruendo un’identità più definita e una comicità più incisiva.
Voto: 6 ½
