
Per trovare nuovi spunti all’interno di una serie che conta già un discreto numero di anni, spesso si decide di far entrare un nuovo personaggio e di mostrare, attraverso la sua interazione con i protagonisti, lati e sfaccettature inedite del gruppo in questione; un metodo utile non solo agli autori, che possono cimentarsi in approfondimenti diversi, ma anche allo spettatore che, ormai abituato a considerare i personaggi come amici di famiglia, ha da tempo smesso di vedere in loro dei difetti e li accetta per quello che sono – il che è molto bello con gli amici, intendiamoci, ma per quanto possiamo amarli, Ted, Robin, Barney, Marshall e Lily NON sono nostri amici: facciamocene una ragione e andiamo avanti.
Chiunque abbia un gruppo di amici da qualche anno sa che la cosa più difficile da spiegare ad una new entry sono i sottintesi: tutte quelle basi di conoscenza comune, di esperienze condivise e di termini prestabiliti che, al di fuori del gruppo, rischiano di apparire folli e completamente senza senso (e a volte, diciamolo, sono assurde da fuori e anche da dentro). Ecco, se questo funziona nella vita di tutti i giorni, in una serie tv il tutto viene iperbolicamente amplificato.
Se all’inizio la riflessione sembra portare su altri binari (la tecnologia e l’innovazione come soluzioni per qualunque cosa, ma ovviamente a caro prezzo), il seguito della puntata svia da questo punto, che pur rimane sullo sfondo per tornare verso la fine; vengono infatti messi al centro dell’attenzione i meccanismi interni al gruppo visti da Kevin – non solo occhio esterno e dunque più obiettivo, ma anche psicologo. Pur cercando di evitare in tutti i modi l’intromissione, il nuovo ragazzo di Robin finisce con l’esplodere quando la situazione (gestita da tutti gli altri senza alcun tipo di problema proprio per i motivi di cui sopra) diventa ai suoi occhi impossibile da sopportare.
“This is in no way emotional extortion. You guys are great!”


“I gotta be honest… This is Times New Roman”

“We’re having a boy”
Quelli che rimangono sempre un po’ a margine delle vicende sono Marshall e Lily – benché apprezzi il fatto che questa volta la loro storyline sia stata inserita in quella principale, grazie al dibattito sul mistero e su ciò che è giusto o meno sapere in anticipo. In effetti è proprio così: chiunque abbia vissuto parte della sua vita in un periodo in cui internet non c’era o era un vantaggio di pochi, sa che si viveva benissimo anche senza avere istantaneamente la risposta ad una domanda; certo, la tecnologia e l’innovazione sono importantissime, ma in tempi in cui è possibile sapere quasi tutto, scegliere di mantenere il mistero fino al “momento giusto” non è un’idea poi così malata.

Alla fine, al di là delle battute (che in questa puntata si sprecano e che è impossibile citare tutte) e delle scene più divertenti, è questo quello che apprezzo in How I met your mother: c’è quasi sempre un modo ulteriore per leggere gli eventi, non necessariamente una fonte di grande profondità, ma sicuramente uno spunto a vedere situazioni apparentemente banali da un altro punto di vista.
Voto: 8 —
Note, battute sparse che non sono entrate nella recensione, varie ed eventuali
– ancora una volta il padre di Robin è interpretato da Ray Wise, dopo che l’anno scorso Eric Braeden pare avesse dato forfait all’ultimo, causando le ire di Neil Patrick Harris. D’altronde, chi non vorrebbe un padre come Leland Palmer?
– Marshall, lights! E direi che si commenta da sé.
– Annie Hall viene citato e stracitato per tutta la puntata: nel caso in cui non l’abbiate mai visto, ecco cosa intendeva Ted e cosa stava citando Robin con il suo sguardo in camera.
– “They’re six minutes into the date. Ted’s probably already told her that he loves her!” Povero Ted, non gliela perdoneranno mai.
