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L’episodio prosegue, attenuandoli un po’, i toni malinconici di settimana scorsa, proponendoci un ritratto delle paure, degli incubi e delle frustrazioni che i protagonisti affrontano quando guardano al proprio futuro.
Don

Il tutto è contornato da un nuovo, giovane account (che per intraprendenza e genialità sembra un piccolo Draper) che per la prima volta – complice anche il recente compimento dei 40 anni – fa sentire Don vecchio.
Il nostro protagonista, dunque, è giunto – ed era anche ora – ad una maturazione che gli sta facendo cambiare la prospettiva con cui osserva il mondo, passando da una visione improntata sul carpe diem (dalle varie sveltine durante il matrimonio con Betty al non troppo lontano “non firmo un contratto con voi perché voglio essere libero”) ad una più ponderata e posta su binari che guardano al futuro e puntano ad una certa stabilità, tanto in campo sentimentale quanto in quello lavorativo.
Joan

Joan si trova quindi ad un punto importante di svolta: potrebbe cadere in solitudine, oppure rilanciarsi – magari grazie al lavoro – e tornare ad essere la cara vecchia Joan, sebbene con un figlio a carico e nessun marito a sostenerla. In ogni caso il suo filone, che ad inizio di questa stagione mi sembrava il meno interessante, è ora più che mai slanciato e ricco di potenziali interessanti sviluppi.
Peggy

La ragazza ha ormai un certo peso all’interno dell’agenzia, e sta dimostrando di avere più palle degli uomini che la circondano: con grande coraggio e fiducia in se stessa ha assunto un ragazzo talentuoso che un giorno potrebbe toglierle il posto, ed è riuscita a soggiogare Roger spillandogli ben 410 dollari. In questa stagione, dunque, Peggy prosegue il suo percorso di sfida verso il proprio futuro, sebbene conscia degli ostacoli che una società ancora culturalmente chiusa all’emancipazione femminile impone.
Cerca di legare con Dawn, la nuova segretaria di colore, quasi per trovare in lei una “protetta” da crescere e a cui dare l’esempio. Ma Dawn non vuole diventare una copywriter: il suo percorso di rivalsa sociale l’ha già compiuto, riuscendo ad ottenere un (qualsiasi) lavoro all’interno di un’agenzia importante, e per lei non esistono (ancora) spiragli di emancipazione maggiore. Tra le due, tuttavia, l’amicizia fa fatica a decollare nel momento in cui drunk-Peggy si sofferma qualche secondo di troppo a valutare il rischio di lasciare la propria borsa (con i soldi di Roger dentro) nella stanza dove avrebbe dormito Dawn; ma Peggy vuole dimostrare a se stessa di essere open-minded e la lascia lì, sebbene il momento di esitazione la incastri comunque in una mentalità non ancora così aperta, ma quantomeno wannabe.
Il mostro di Chicago

I parallelismi con Don sono evidenti, dalla condivisione del nome/soprannome “Dick” (Richard veniva chiamato così dalla sorella) alla risoluzione dei propri problemi (mentali di uno e metaforico-onirico-matrimoniali dell’altro) con lo sgozzamento di una donna e il tentativo di nasconderla sotto ad un letto. In sostanza Richard incarna quel “diavolo” da cui Don sta cercando di fuggire per rinnovarsi e costruire finalmente qualcosa di solido.
La faccenda dell’omicidio, in agenzia, evidenzia come ci troviamo di fronte agli albori dell’attuale società tragedia-centrica che trova elementi quasi “gossippari” nelle tragedie altrui: fortunatamente c’è almeno il disgusto di Micheal che controbilancia un po’ l’eccitazione dei suoi colleghi circa la drammatica notizia.

Episodio perfetto, regia impeccabile, recitazione persino migliore del solito. Gli autori sono riusciti a mostrare in 40 minuti un vortice di peccato, paure, violenze, terrore e rivalsa sociale sfruttando al meglio un evento storico, riuscendo ad amalgamarlo perfettamente nella narrazione e nelle tematiche della puntata.
Voto: 9,5

Questo episodio è un capolavoro, uno dei più belli di tutta la serie a mio avviso. Ci sono tantissimi livelli di lettura, possibili fili conduttori che si rimandano in continuazione e che contribuiscono a creare un’atmosfera in bilico tra eccitazione e paura. C’è qualcosa di onirico che pervade tutto il racconto, non solo il sogno di Don, e questo non intacca affatto il raffinato minimalismo caratteristico della serie. Perfetto.