
Ideato da Olan Rogers e David Sacks, prodotto da Conan O’Brien e portato sugli schermi da TBS e da Netflix, Final Space segue le avventure integalattiche di Gary, idiota patentato dal cuore d’oro condannato a cinque anni di isolamento nello spazio dopo aver rubato una divisa delle Infinity Guards e aver distrutto un esagerato numero di navicelle, e del suo amico alieno Mooncake, tenero distruttore di pianeti. Insieme a loro – nel tentativo di combattere le distruttive mire del Lord Commander che vuole aprire un varco nello spazio-tempo per consegnare l’universo ai Titani e aprire il Final Space che dà il titolo all’opera – viaggiano l’intelligenza artificiale HUE, Avocato e il figlio Little Cato, il “Deep Space Insanity Avoidance Robot Companion” KVN (pronunciato Kevin) e Quinn, membro delle Infinity Guard e interesse romantico di Gary.

Per chiunque pensi di approcciarsi alla visione sperando di imbattersi in un surrogato dello show di Dan Harmon e Justin Roiland, meglio non lasciarsi ingannare dalla similitudine precedente. Rick and Morty si è ormai erto a punto di riferimento della fantascienza seriale, ma Final Space ne rigetta subito gli interrogativi morali e gli afflati filosofici, prendendo come riferimento la semplicità etica del primo Star Wars. Anche lo humour è basilare, quasi viscerale, legato indissolubilmente alla narrazione e ad essa subordinato; da questa prospettiva lo show, seppur dichiaratamente rivolto ad un pubblico adulto, si configura come un prodotto rivolto ai giovani in cui gli stilemi del racconto di formazione riescono a coinvolgere lo spettatore.
Con il coinvolgimento in una missione impossibile nel tentativo di salvare l’umanità e l’universo, parte infatti la necessaria maturazione di Gary che, appesantito dai traumi dell’infanzia, non ha mai avuto la possibilità di crescere. La snaturata combriccola che lo accompagna diventa una vera e propria famiglia, dando vita a tutte quelle gag che sostengono la vocazione comica di Final Space. Il punto di forza dello show sta proprio nelle dinamiche che intercorrono tra i personaggi: l’irritante Gary dà forma alle relazioni con gli altri protagonisti costruendo gag che si cementificano puntata dopo puntata, e riesce a sostenere senza controindicazioni l’investimento emozionale richiesto da una trama che viaggia spedita.

Ciò che invece caratterizza estremamente in positivo Final Space è l’attenzione rivolta alle tecniche di animazione. A partire dalla sigla risulta evidente la cura riservata alle ambientazioni, con la complessità universale che più volte riesce a gratificare l’occhio dello spettatore. Per una volta le esplosioni, le scene action e le meraviglie del cosmo non sono costrette a passare attraverso la semplificazione e la banalizzazione, ma le potenzialità estetiche del disegno vengono esplorate in profondità con ottimi risultati.
Al netto di alcuni difetti preventivabili o subito visibili, Final Space è un prodotto in grado di coniugare la fantascienza e la propria vocazione con un intrattenimento leggero, senza per questo sacrificare l’attenzione nei confronti di temi universali che arricchiscono una trama dall’ottimo ritmo. Capace di alternare sapientemente momenti divertenti e struggenti, lo show creato da Olan Rogers ha le carte in regola per essere il perfetto riempitivo delle vacanze di agosto.
