
La cosa più difficile – e su cui Glee cade più spesso in questo genere di occasioni – è trovare il modo di costruire delle vicende che permettano alle canzoni di farsi spazio senza al contempo far sentire che tutto è stato costruito attorno a loro e, come ben sappiamo, difficilmente si riesce nell’intento. La difficoltà ulteriore sta nella recente scomparsa della cantante, che rende la necessità di trovare un “tema della puntata” una questione più seria, meno ridanciana o approssimativa rispetto a quello che spesso la serie si ritrova a fare.
Il fattore T (la trama, questa sconosciuta)
Devo dire che l’idea di fondo non era del tutto sbagliata: partendo dal discorso di Emma su Lady Diana, infatti, non è poi così complicato fare un paragone con vicende anche più contemporanee e vedere come spesso la morte di persone famose crei nei più giovani una crisi profonda, evidentemente figlia di problemi riflessi (“a physical representation of my pain” dice Emma) più che di un’effettiva identificazione.
Il punto è che da qui in poi il significato viene completamente stravolto e ridotto a situazioni poco credibili. Partiamo dall’inizio. Se possiamo chiudere un occhio sul fatto che ci venga raccontato di ragazzi “in crisi da due mesi” quando non hanno mai detto una parola a riguardo (e va bene, si sa, è una serie tv e non un reality), è difficile non vedere i segni di colla e scotch quando si cerca di far passare il dolore dei ragazzi per la morte di Whitney Houston come una metafora di quello che si lasceranno alle spalle con la fine della scuola. Intendiamoci, la fine di un ciclo scolastico è sempre un momento di svolta e soprattutto a quell’età, ma il problema è posto male fin da subito, quando Schuester – che fino a tre secondi prima non avrebbe capito nulla senza i disegnini di Emma – si mette a fare il grande Guru dicendo ai ragazzi esattamente quello che non deve dire, cioè cercando di razionalizzare una cosa puramente emotiva e che loro sono più che legittimati a non comprendere.

La grande sofferenza dei ragazzi ci viene mostrata attraverso delle scene che nella maggior parte dei casi non hanno alcuna ragion d’essere e si vede chiaramente che sono state messe solo perché “il tema della puntata era quello”. Rachel e Santana, quasi a giustificare il duetto fatto insieme, saranno amicissime per la prossima quarantina di giorni e quest’ultima – che se diventa buona mi metto ad urlare come un antifurto – accetta di mettere nel suo armadietto una fototessera di Rachel: non una loro foto insieme, non una foto divertente con la faccia da scema, ma una foto da carta d’identità; non so voi, ma io l’avrei trovata creepy a prescindere, figurarsi una come Santana – che invece la accetta senza grossi problemi. Solo io ci vedo qualcosa che non va?
Non parliamo nemmeno di Puck, dato che la scena si propone come “addio divertente” forse solo nella mente di chi l’ha scritta, e approdiamo direttamente a loro: Kurt e Blaine.

Molto meglio, in questo senso, lo scambio che avviene tra Kurt e il padre, realistico e non certo visto, analizzato e metabolizzato in un episodio; possono anche non ritirare più fuori la questione, ma già da come è stata proposta si capisce che è qualcosa di più profondo, che ha bisogno di un suo tempo per essere accettato. Se Glee è in grado di dipingere uno splendido rapporto come quello tra Burt e il figlio, perché non riesce a lavorare bene sempre?
Il fattore W

Non dico che siano state cantate male (anche se incredibilmente non ho trovato a suo agio nemmeno Kurt), perché sarebbe falso, ma c’era qualcosa che doveva passare dall’altra parte dello schermo e non è successo. L’unica eccezione è forse all’inizio: l’apertura con Mercedes, Santana, Kurt e Rachel che cantano How Will I Know, benché un po’ esagerata con quella fotografia che passa di mano in mano, si configura come l’unico vero tributo, rispettoso nella sua eleganza e nella scelta di ambientarlo semplicemente nella scuola e soprattutto su un palco vuoto, senza fronzoli o scenografie inutili.
La puntata tributo, ancora una volta, finisce nella disorganizzazione, nella scarsa attenzione al percorso dei personaggi e, purtroppo, nell’autocompiacimento di chi pensa che mettere insieme due storie che si intrecciano con i testi delle canzoni voglia dire “scrivere una bella serie tv musicale”.
Purtroppo non funziona così.
Voto: 5
Nota:
Avrei voluto parlare di Quinn e Joe, delle insicurezze di lei ora che è sulla sedia a rotelle e dei dubbi di lui, diviso a metà tra pulsioni giovanili e fede religiosa. Poi ci hanno piazzato quella scena da “hai il cellulare in tasca o sei contento di vedermi?” e ho cominciato a capire che Glee si diverte a creare e distruggere le sue stesse idee, quindi non voglio infierire.
