
Allora, dove eravamo rimasti?
L’evoluzione di Alicia è il fulcro dell’intera stagione, un sentiero di trasformazione niente affatto banale, iniziato probabilmente con la fine della parentesi rosa con Will. Il percorso di autoaffermazione della protagonista si compone grazie ad alcuni scontri “formativi” necessari: da Caitlin a Peter, passando per Jackie e Michael Kresteva. Alicia riesce a riprendere il controllo della sua vita, iniziando a riconoscere la reale possibilità che il suo ruolo di moglie possa davvero giungere al capolinea (attraverso la questione della casa) e allo stesso tempo riconoscendo il proprio valore in ambito lavorativo.

I King hanno deciso di seminare in maniera alquanto raffazzonata il bagaglio mistery di Kalinda. Purtroppo il lavoro fatto su questo personaggio non è all’altezza delle aspettative: dopo diversi episodi passati a ricordarci le sue doti seduttive, diventa protagonista di una storyline quasi inconcludente, tra problemi con il fisco e amanti gelose.
Cary si è ridotto a personaggio secondario a livello di minutaggio. Non è stato dato spazio al rapporto con Kalinda, a dispetto del bellissimo percorso evolutivo dei due nella stagione precedente, e il suo lavoro nell’ufficio del procuratore lo vede regredire fino a tornare nello stanzino da cui era partito.
Con l’elezione a procuratore di Peter, Eli ha perso forse in maniera inevitabile il proprio ruolo e, con esso, lo smalto che lo ha sempre piacevolmente contraddistinto. Il tentativo di invischiarlo all’interno delle questioni della L&G non riesce a regalargli un ruolo degno dei precedenti fasti.
Per quanto riguarda Will, la situazione è più complessa: se la prima metà della stagione lo vede protagonista assoluto, grazie al rapporto con Alicia da un lato e allo scontro con la Scott Carr dall’altro, la seconda parte delude parzialmente le aspettative. L’allontanamento forzato di sei mesi dalla professione non è stato sfruttato per mostrarci un Will più privato, e sinceramente questa scelta sembra un’occasione mancata.
Il personaggio che più di tutti risulta vincitore dalla stagione è senza dubbio Diane, e il suo fascino non può che uscirne ingigantito, semmai ce ne fosse ancora bisogno.

Il caso della puntata è uno dei migliori dell’anno, non fosse altro per l’improbabile e allo stesso tempo perfetta coppia avversa di avvocati: la neo mamma Patti Nyholm e Louis Canning (Martha Plimpton e Michael J. Fox, quest’ultimo senza dubbio la miglior guest star della serie finora). Nulla possono Will e Diane, che inconsapevolmente giocano una partita truccata dall’inizio e si fanno soffiare il miglior cliente dello studio: il ben noto Patrick Edelstein.
Per il resto, possiamo riassumere così:
– Cary torna alla L&G. Non c’è poi molto altro da dire, se non un sospirante “era ora!”. Adesso ci aspettiamo di vedere questo personaggio uscire dallo stand by e, perché no, assistere a cosa nascerà con l’ex nemica Alicia.

– la corsa a governatore di Peter comporta anche il ritorno di Eli al suo ruolo originario. Mr Gold ha persino scaricato la campagna dell’ex moglie pur di seguire il suo unico vero amore (professionalmente parlando): possiamo confidare che gli autori non ci deluderanno su questo fronte.


– A proposito di porte, anche la storyline privata di Alicia si conclude sull’uscio di casa. Abbiamo già avuto modo di notare come lo spiegamento del conflitto privato della protagonista attraverso la scelta sul riacquisto della casa sia stata insolitamente poco interessante, ma la questione ha trascinato con sé la possibilità dello scontro con una Jackie più sofferente, e quindi più umana. La vecchia dimora Florrick ha rappresentato la tensione interiore che attanaglia la protagonista, tra un passato tanto felice quanto lontano e un futuro incerto, ma ora completamente nelle sue mani. Adesso la casa è di Peter, e la scelta se entrare o meno implica molto più di una semplice cena in famiglia. Il finale inoltre suggella la pace con Kalinda, per la gioia di noi tutti.
Questa terza stagione sembra da più punti di vista aver demolito lo status quo precedente, mettendo in discussione tutto, per poi ricostruire un nuovo ordine delle cose. Nonostante le debolezze e la mancanza di un filo conduttore costante, apprezzo il lavoro di rifondazione, legato indissolubilmente ai personaggi e alla loro evoluzione – mai descritta ma sempre vissuta e percepita in maniera raffinata e profonda, e quindi realistica. Tanti equilibri sono stati smontati e ricomposti, e la classe che contraddistingue questa serie sta proprio nel mostrare reazioni alle più piccole sfumature che compongono le relazioni umane. Le premesse per fare un buon lavoro con la quarta stagione ci sono tutte, sperando che questa volta la narrazione riesca a mantenere alta l’attenzione su tutte le storyline, attraverso un piano generale coerente fino alla fine.
L’appuntamento con The Good Wife è per il 30 settembre sulla CBS, di domenica come di consueto. Non ci resta che aspettare.

Sono prorpio sfigata: puntualmente il personaggio cui gli sceneggiatori dedicano meno attenzioni diventa il mio preferito. E così fu per Cary.
Concordo con la recensione sulla terza. A me personalmente non è piaciuta gran chè, di certo non è stata all’altezza, quanto ad “emozione”, delle precedenti.
E credo che questo stravolgimento che c’è stato si ripercuorterà anche nella quarta. Non sono molto convinta nella tabula rasa operata dagli sceneggiatori, che più che altro a volte sembra non un punto a capo, ma un punto ed indietro rispetto a quanto avevano scritto in precedenza.
Il rapporto fra Cary e Kalinda era una delle cose che mi appassionavano di più e fra l’altro una grossa fetta della storyline di Cary. Aver troncato di netto questo filone e quasi fatto finta che niente sia mai accaduto, lasciando assolutamente sopsesi pure questioni irrisolte tra i due, non mi è garbato affatto. Anche perchè nella sostanza è significato negare quanto fatto con Cary nella seconda stagione, dove per lungo il suo solo ruolo è stato quello di salvare Kalinda dai guai, ricevendo raramente concrete e sincere dimostrazioni di vera amicizia e stima da quest’ultima. Cosa che i Kings hanno mancato di spiegare, preferendo invece ancora una volta indulgere esclusivamente nel rapporto con Alicia e nella Kalinda da fumetto. E purtroppo da quello che leggo in giro e almeno da questo punto di vista non vedo margini di miglioramento.
Quanto meno si spera che a Cary finalmente venga finalmente permesso di essere il personaggio che ha tutto il potenziale di essere. Con minutaggio alla pari di tutti gli altri.
concordo con l’ottima recensione: il sottoutilizzo di alcuni personaggi si è fatto davvero sentire e soprattutto quei 6 mesi di Will non sembrano essere poi serviti a granché, e nemmeno quando ci hanno mostrato le due sorelle c’è stato quell’approfondimento di cui secondo me si sentiva bisogno.
Ho adorato Matthew Perry nei panni di Kresteva, una faccia da schiaffi come lui ci voleva dopo quella ben più fastidiosa della Scott Carr!
Comunque, pur rimanendo un’ottima serie tv, questa stagione è ben al di sotto delle precedenti due, che erano praticamente perfette. Speriamo in questa quarta!
Sto per iniziare la quinta stagione dopo recuperone estivo e questa serie mi piace davvero tanto però ogni volta che la guardo mi viene in mente una cosa:
cosa avrebbe esattamente in più questa serie rispetto al sempreverde Boston Legal della coppia Shatner-Spader.
Certo in BL il tono era piu scanzonato e certi temi erano trattati in maniera più originale ma tutto sommato quando vedo una causa di TGW non faccio altro che pensare alle arringhe di Alan Shore …a voi non capita di fare questa analogia?
….no. Il fatto che parlino entrambi di casi legali non mi sembra possa essere un termine di paragone, e nemmeno le arringhe, che in TGW occuperanno si e no il 3% della sceneggiatura annua totale.
La parte legale in The Good Wife è importante ma non è l’unica e, al di là delle questioni personali e politiche dei vari studi, c’è la Politica con la P maiuscola a intervenire e a mescolarsi all’interno della trama, creando connessioni politico-personali-lavorative decisamente complesse.
E poi, senza offesa per Boston Legal, la scrittura dei King è proprio un’altra cosa. E’ un paragone che non mi verrebbe mai in mente, mi dispiace!