Prima di giudicare una nuova serie TV cerco sempre di applicare la regola delle tre puntate, cioè aspetto di vedere almeno i primi tre episodi prima di bocciarla o promuoverla. Go On avrebbe passato l’esame, se non fosse per le ultime tre puntate (la quattro, la cinque e la sei), mandate in onda dalla rete NBC, poco convincenti e al limite della noia.
Questa doveva essere la rivincita di Matthew Perry, protagonista assoluto della serie, che non ha trovato molta fortuna dopo il lungo ciclo di Friends. Infatti dopo le piccole parti, i camei e una sfortunata parentesi con Studio 60 (chiusa dopo soli 22 episodi), Perry non ha mai interpretato ruoli memorabili o almeno abbastanza convincenti da farci dimenticare il caro Chandler. E neanche in questo caso è avvenuta una svolta (né in meglio, né in peggio). Go On narra dei rapporti tra i componenti di un gruppo di terapia per elaborare il dolore del lutto, al quale si unisce il giornalista sportivo Ryan King (interpretato da Perry) dopo la morte della moglie. Il problema più grande che rischia di non far decollare questa nuova serie sta proprio nel suo punto forte: scordatevi di vedere un nuovo Matthew Perry all’opera. Go On può essere benissimo considerato uno spin off di Friends, in cui Chandler lascia i suoi amici newyorkesi e si trasferisce in California, dopo la morte della moglie (Monica). La storia starebbe in piedi anche così, cambiando solo qualche informazione preliminare. Ma il problema è che quel personaggio andava bene vent’anni fa e comunque era inserito in un contesto diverso con personaggi diversi. In Go On il continuo effetto replica del protagonista toglie ogni nuovo guizzo creativo e rimanda alla mente una costante sensazione di già visto. È come se potessimo anticipare ogni battuta e ogni azione di Ryan King. E le cose non potevano andare diversamente, vista la presenza di Scott Silveri, creatore, scrittore e produttore esecutivo sia di Friends che di Go On. Se gli ingredienti della ricetta sono uguali è difficile avere due piatti diversi! Il gusto dovrà essere più o meno quello. Perry sfortunatamente non è neanche supportato da un cast secondario abbastanza forte: il gruppo di sostegno a cui si unisce Ryan è composto da nove persone, diverse tra loro, ma uguali a tante altre. Gli unici personaggi che emergono sono Sarah la gattara (però non chiamatela così che si arrabbia!), la più stramba e involontariamente divertente, e l’avvocatessa lesbica Julie, che ha tanto potenziale, ma è estremamente noiosa.
Oltre a problemi di carattere autorale, c’è qualcosa di ancora più importante per la buona riuscita di questo prodotto. Go On mischia momenti comedy (generalmente le scene corali, anche se poi partecipano alla conversazione sempre gli stessi tre o quattro personaggi) a momenti drama (quando i personaggi raccontano e affrontano il loro lutto). Questi due aspetti però cozzano tra di loro, non dando spazio all’altro per svilupparsi appieno. Non c’è mai una scena che fa sbellicare dalle risate, perché si tende a riproporre un’atmosfera agrodolce, che deve quindi dare spazio anche alla riflessione, che però non è sviluppata totalmente perché va inserita una battuta per stemperare. È un circolo vizioso senza possibilità di uscita. Si crea una situazione in cui non c’è un tema dominante, e più che un connubio perfetto abbiamo un’incompletezza di generi.
Comunque, sin dalla premiere, Go On ha destato la curiosità di molti. Il giornalista Hank Stuever del quotidiano “The Washington Post” ha scritto che “Go On si muove con disinvoltura, in modo molto simile a quegli show in stile NBC che vanno sulla tv via cavo, come The Big C e Enlightened. Non è altrettanto buono, ma ha la stessa aurea agrodolce unita ad un pizzico di assurdità in stile Community per mantenere alto il ritmo”. E questa non è stata la sola critica positiva. Infatti il “New York Daily News” ha scritto che “Go On è forse la miglior sitcom dell’autunno“. E gli ascolti sembrerebbero avallare questa tesi. Infatti pur passando da 16 milioni del pilota, a 9,7 della seconda puntata, a 6,6 della sesta, Go On è stato confermato e la rete ha commissionato una stagione intera di ventidue episodi.
La domanda quindi nasce spontanea: basteranno solo sei puntate per decretare il successo(non per quanto riguarda i numeri, ma sul versante della qualità) o l’insuccesso di una serie televisiva? Questa tipologia di prodotti, al contrario dei film per il grande schermo (che arrivano al cinema già finiti, senza possibilità di ritocchi), ha una natura molto più malleabile e i cambiamenti in itinere sono all’ordine del giorno proprio per la struttura del ciclo produttivo, che obbliga a confezionare le puntate anche durante la stessa messa in onda dello show. Piccoli (o grandi) cambiamenti non sono da escludere, ed è proprio questo che suggerirei al produttore Silveri. Una caratterizzazione più coraggiosa dei personaggi secondari darebbe più vita al background su cui si muove Perry, velocizzando anche il ritmo, che ora risulta troppo lento. Ed anche distaccarsi in modo netto dal personaggio di Chandler, evitando di riproporre tutte le sue caratteristiche peculiari (tra cui la prossemica, il tipo di comicità, lo stile nel parlare e nel vestire) darebbe più originalità alla serie e più speranze di essere ricordata nel tempo.
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