
Tralasciando la vicenda avvenuta nella fase di post-produzione del film e considerando invece la vicinanza di questi due progetti, potrebbe sembrare spontaneo interrogarsi su quale siano le differenze tra le potenzialità espressive di cinema e serie tv, specie se applicate a un soggetto identico e particolare come quello di questa storia di cronaca. Tuttavia non è questo il momento per approfondire eventuali confronti e paragoni tra questi due mezzi audiovisivi: malgrado il pilota della serie FX sia già molto esplicito riguardo alla propria direzionalità tematica e narrativa e deciso sull’approccio da mantenere nei confronti della storia dei Getty, solo alla fine di questo progetto seriale (che si vocifera sia pensato per tre stagioni) si potrà ragionare sugli effetti apportati da una narrazione dilatata a una saga famigliare ingente, complessa e a suo modo labirintica, e sui possibili elementi di diversità con l’approccio necessariamente sintetico della veste cinematografica. Limitando l’analisi a “The House of Getty”, risulta evidente la forza dirompente dell’episodio di apertura di una serie che sembra avere tutte le carte in regola per imporsi come una delle migliori novità del 2018 grazie al forte tasso di spettacolarizzazione e di intrattenimento presenti.
Il pilot di Trust ci mette pochissimo tempo a soddisfare le legittime aspettative positive, già fomentate dal livello dei nomi coinvolti (tra cui attori come Donald Sutherland, Hilary Swank e Brendan Fraser) e dalle potenzialità della storia di partenza – incentrata, in questa prima stagione composta da dieci episodi da un’ora, intorno al rapimento di John Paul Getty III (teenager nipote del miliardario e magnate del petrolio John Paul Getty) da parte della ‘Ndrangheta e agli eventi che coinvolsero la famiglia nei momenti successivi alla tragedia. La prima, densa e forsennata ora di visione colpisce grazie all’impatto immediato del ritmo narrativo, alla qualità delle scelte registiche e all’abilità degli autori di incanalare una grande quantità di registri espressivi in una rappresentazione non solo scatenata, ma anche capace di modificare i propri toni con versatilità a seconda delle necessità tematiche.

La messa in scena di questo universo ricco e particolare – che per ora si è tuttavia limitata in gran parte ai possedimenti terrieri dei Getty – è proposta visivamente in maniera audace attraverso l’apporto autoriale di Danny Boyle. Quest’ultimo è responsabile di una regia non solo esaltante e sovreccitata (orchestrata per riprodurre a livello sensoriale lo stato allucinato di una ricchezza sporcata di droga e sesso), ma anche splendidamente musicata, studiata sia per divertire lo spettatore sia per esplicitare visivamente i cambi di tono improvvisi della scrittura di Simon Beaufoy, suo storico collaboratore e autore del dipanarsi della catena narrativa instancabile che caratterizza l’episodio. Questa si pone come una sorta di flusso senza sosta splendidamente scritto (ma anche molto ben interpretato), capace di non smettere mai di sorprendere, di mantenere un totale stato di trascinante imprevedibilità e di continuare ad alzare l’asticella dello spettacolo a quella che già dai primi minuti sembra una tragedia shakespeariana piena di aspetti leggendari e elementi degni di essere considerati come appartenenti ad una “mitologia moderna”.

“The House of Getty” rappresenta l’apripista di una satira che potrebbe non piacere a tutti – perché esagerata e spesso parossistica – e che vuole raccontare la corruzione intrinseca di una delle dinastie più ricche di tutti i tempi attraverso i suoi lati sensazionalistici, colpendo lo spettatore mediante una disamina feroce, talmente fresca e originale (nella forma e nei contenuti, che vanno a braccetto) da farsi perdonare anche quando i momenti più riflessivi cedono il passo allo spettacolo rumoroso.
Questo episodio vanta infatti tutti gli elementi che potrebbero rendere Trust una grande serie: sono presenti la capacità di raccontare con personalità una storia già di per sé piena di lati avvincenti, una messa in scena portentosa e una scrittura che comunica il grottesco, barocco vivere della ricchezza attraverso le sue risibili ipocrisie, le assurdità impomatate e il sensuale fascino del male – un male ritratto attraverso la sublimazione degli aspetti amorali, l’esasperazione della presenza di ambiguità nelle persone e i danni che il denaro produce sugli uomini e sui loro corpi. Il tutto viene rappresentato con una coloratissima resa e una spettacolarizzazione imperterrita, che Trust deve solo continuare a mandare avanti, premendo sull’acceleratore, sparando altre cartucce e suonando la sua musica. D’altronde, con questa capacità di fare ballare gli spettatori sulle note della tragedia e di trasformare la storia di un rapimento in un folle concerto rock, l’unico compito è continuare a essere così incendiari.
Voto: 8½

Ciao…recensione interessante…personalmente mi sono annoiato parecchio…a parte Sutherland,che domina la scena,tutto abbastanza convenzionale…vedremo il seguito…io ho letto che si tratta di una serie antologica…nella season 2 l’argomento sarà un altro…
Ma che piacevole sorpresa, altro che Versace e il suo assassin(i)o! Splendida serie in salsa Fargo con aggiunta di peperoncini calabresi, spero la recensiate.