Dopo una prima parte di stagione in cui si sono alternati episodi incentrati sull’avanzamento della trama principale ad altri in cui il caso del giorno era praticamente egemone, Person of Interest arriva al mid-season finale con la necessità di dover tirare le fila e trattenere gli spettatori in attesa della seconda parte.
Sul tavolo ci sono tante carte, non tutte utili, ma in ogni caso utilizzabili per portare avanti le storyline dei personaggi. Ce ne sono anche altre nella manica, non tutti assi, che possono rivelarsi colpi di genio quanto fallimenti narrativi, a seconda di come e quando usate. In sostanza, Person of Interest è arrivato ad un momento in cui o avanza fortemente sul piano del running plot, oppure rischia di essere risucchiato dal suo stesso format.
Tanti personaggi sono stati inseriti, tante storie lasciate andare. Root, personaggio principale a cavallo tra la prima e la seconda stagione, sembra ormai messa da parte, eccetto alcune sporadiche volte in cui viene nominata, come se questo servisse a tenerla in vita nella memoria degli spettatori, in attesa del momento in cui salterà di nuovo e improvvisamente fuori. Allo stesso modo, Elias, cattivo principale della prima stagione e centro nevralgico del potere criminale di New York, ha fatto perdere le sue tracce (narrativamente parlando), se non per qualche personaggio che lo nomina un po’ qua e un po’ là. Da poco è comparso anche tale Cal Beacher, detective della narcotici che lavora nel dipartimento di Carter (con la quale sembra avere un flirt), ma che allo stesso tempo nasconde una collusione con l’HR.
Proprio l’HR rappresenta il nodo maggiormente irrisolto fino a questo momento della stagione. Nelle gerarchie narrative della serie, ha almeno per il momento scavalcato Root e Elias, offrendosi come questione principale, alimentata dalla partecipazione alla cellula del detective Fusco. Il vero problema però è che questo filone narrativo è stato estremamente parcellizzato, dosato col contagocce tramite alcuni momenti chiave in cui di volta in volta sono comparsi Simmons e/o Alonzo Quinn. I loro personaggi però, nonostante le potenzialità di cui dispongono, accentuate dai due ottimi attori che li interpretano, non sono stati per nulla delineati, sviluppati o approfonditi, e per questo si presentano, ad oggi, come poco più che figurine. Il traino dovrebbe essere la vicenda morale di Fusco, ma anche questo personaggio, sebbene sia avvolto da un’aura tragica, è troppo debole rispetto agli altri tre protagonisti.
Dove questo mid-season finale centra il bersaglio invece è nel collegare il caso del giorno con la storyline che riguarda John e l’FBI che gli dà la caccia. Anche in questa occasione, l’avvicinarsi dei federali al nostro eroe arriva un po’ troppo improvvisamente, ma dato il coinvolgimento di Carter, Reese e Finch nell’altro caso, questa forzatura narrativa non risulta troppo disturbante. In più, la seconda parte della puntata mette in serio pericolo l’identità di John, che proprio grazie alla relazione con i personaggi dell’anthology plot, mostra il primo vero lato di debolezza: facendosi prendere dalla voglia di aiutare due individui ai quali si è affezionato e dalla sua voglia di azione a tutti i costi, Reese perde di vista il disegno generale, mettendosi alla stregua di un rapinatore qualsiasi. Questa sbavatura lo porta quasi all’arresto e solo un colpo di genio nel finale – che riflette sul suo personaggio in maniera auto-ironica – riesce a salvarlo temporaneamente dalla prigione.
L’episodio mette dunque in luce tutti i rischi di una serie di questo tipo, ma al contempo ne palesa anche tutti i pregi, come nel finale, in cui la scappatoia di Reese è dominata da Gimme Shelter dei Rolling Stones, un rifugio per il protagonista e per noi spettatori.
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